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Accertamento fiscale per chi non giustifica le spese auto

19 Giugno 2018
Accertamento fiscale per chi non giustifica le spese auto

Spese auto: accertamento con il redditometro per chi non è in grado di dimostrare all’Agenzia delle Entrate con quali soldi sostiene gli esborsi.

Non basta dimostrare al fisco la disponibilità dei soldi per comprare un’auto di lusso, visto che è poi necessario mantenerla. Non c’è solo il prezzo d’acquisto iniziale da versare al rivenditore, ma anche il costo della benzina, il bollo, l’assicurazione, il garage, la manutenzione ordinaria e quella straordinaria. Chi spende tutti questi soldi, li deve innanzitutto avere; e se li ha, li deve anche denunciare all’Agenzia delle Entrate. Se invece non risultano dall’ultima dichiarazione dei redditi è legittimo presumere che ci sia stata un’evasione fiscale. È questo l’orientamento della Cassazione che, con una sentenza di poche ore fa [1], ha sdoganato l’accertamento fiscale, basato sul redditometro, per chi non giustifica le spese auto.

Il ragionamento è lineare: intestarsi un suv o una sportiva vuol dire avere una disponibilità economica superiore alla media. Il contribuente deve quindi essere in grado di dimostrare al fisco una capacità di reddito tale da poter mantenere negli anni la gestione del mezzo. La dimostrazione può consistere ad esempio in donazioni ricevute da parenti o amici, in risarcimenti del danno, mutui, eredità, smobilizzo di altri beni (ossia la vendita di case o auto usate), vincite al gioco. Insomma, si deve trattare di redditi esenti o già tassati alla fonte e che, pertanto, non andavano riportati nella dichiarazione dei redditi, ragion per cui l’Agenzia delle Entrate non ne ha potuto tenere conto.

Il punto però è che non basta “dire”; è necessario anche “provare”. E quando si ha a che fare con tasse e imposte, l’unica prova ammessa dalla legge è quella documentale. In altre parole: niente testimoni.

Significa che non basta dire «i soldi me li ha dati mia moglie o mia madre», ma è necessario dimostrarlo con le carte quali, ad esempio, le copie degli assegni o gli estratti conto da cui si evincono i bonifici ricevuti. Quindi ben è possibile che un disoccupato sia intestatario di una casa o di un’auto, ma a condizione che spieghi al fisco non solo chi ha pagato il venditore ma anche con quali soldi tali beni vengono materialmente mantenuti.

Del resto, da sempre l’acquisto di beni di lusso come case e auto è guardato con un certo sospetto dal fisco. Se l’Agenzia dovesse rilevare che il reddito dichiarato dal contribuente è insufficiente a sopportare la spesa, potrebbe chiedere chiarimenti e pretendere di sapere con quali disponibilità economiche l’intestatario è riuscito a procurarsi la proprietà di tali beni. In ogni caso, lo scostamento tra spesa e reddito dichiarato deve comunque superare il 20%: solo dopo tale soglia scatta il cosiddetto redditometro, il software del fisco che compara le spese sostenute in un anno dal contribuente con la sua dichiarazione dei redditi.

Naturalmente, chi spende di più di ciò che guadagna o ha redditi nascosti, o ha vinto al gioco oppure riceve sostegni e regali da altri, cosa di cui però – come abbiamo anticipato – dovrà dare dimostrazione documentale se vuol evitare di pagare le tasse su tali redditi “presunti” e le relative sanzioni tributarie.

A questo punto il contribuente potrebbe dimostrare di aver acquistato l’auto di valore grazie alla vendita di un altro mezzo e alle donazioni ricevute da parenti. Ma tanto non basta a metterlo al riparo dalle pretese del fisco. Difatti, il redditometro non scatta solo per l’incongruenza tra il reddito dichiarato e il prezzo di acquisto del bene, ma anche a causa delle spese di gestione del bene stesso che, se di lusso, richiede esborsi continui.

Sul punto la Cassazione ha ricordato, con parole più tecniche, che «in tema di accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base del redditometro, dispensa l’Agenzia delle Entrate da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza degli indici di capacità contributiva del contribuente; sicché è legittimo l’accertamento fondato su essi, restando a carico del cittadino l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore».


note

[1] Cass. ord. n. 16122 del 19.06.2018.


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