Pensioni, quali saranno ridotte?

20 giugno 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 giugno 2018



Ricalcolo delle pensioni più elevate: quali assegni saranno tagliati, e a quanto ammonteranno le riduzioni?

Addio alle pensioni d’oro, o, almeno, alle pensioni di ammontare superiore a 5mila euro netti, se non calcolate sulla base dei contributi versati: è quanto annunciato dal nuovo governo, che ha dichiarato guerra ai privilegi, non solo dei politici. Ma quali pensioni saranno ridotte, nello specifico? Che cosa si intende, cioè, per pensioni calcolate sulla base dei contributi versati? Cerchiamo di capire qualcosa in più, partendo dai sistemi di calcolo della pensione.

Come si calcola la pensione

La pensione non si calcola allo stesso modo per tutti: il sistema da utilizzare per determinare l’ammontare della rendita dipende da diversi elementi, come l’anzianità contributiva, dalla specifica gestione previdenziale alla quale l’interessato è iscritto, e dalla possibilità di avvalersi di particolari opzioni e agevolazioni.

Per la generalità degli iscritti all’Inps, i sistemi di calcolo della pensione sono tre: il calcolo contributivo, il calcolo retributivo ed il calcolo misto.

In particolare:

  • chi possiede almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto il calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011;
  • chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino a questa data, poi al calcolo contributivo;
  • chi non possiede contributi sino al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo esclusivamente contributivo della pensione.

Il calcolo retributivo si basa sugli ultimi stipendi, o redditi, mentre il calcolo contributivo si basa sui contributi versati: i tagli alle pensioni d’oro dovrebbero dunque riguardare le pensioni calcolate col sistema retributivo, e sicuramente non quelle calcolate sulla base del sistema contributivo. Ma che dire di chi ha diritto al calcolo della pensione col sistema misto? In altre parole, chi percepisce una pensione sopra i 5mila euro netti calcolata col sistema misto dovrà comunque subirne la riduzione? E come non considerare il fatto che le quote di pensione dal 2012 debbano tutte essere calcolate col sistema contributivo, anche per quei lavoratori che avrebbero avuto diritto al calcolo integralmente retributivo?

Quali pensioni saranno ricalcolate?

In base a quanto osservato, sono sempre di meno coloro la cui pensione è stata calcolata col sistema integralmente retributivo: questo non vuol dire, però, che le pensioni interamente retributive siano poche. In primo luogo, in quanto permangono alcune categorie particolari di lavoratori che hanno ancora diritto al calcolo della rendita sulla base degli ultimi redditi, o dei redditi migliori, e soprattutto perché le pensioni retributive liquidate negli anni sono davvero numerose.

A dover subire il ricalcolo dovrebbero essere soltanto le pensioni determinate col sistema integralmente retributivo, anche se quanto comunicato dal Governo lascia intendere che potrebbero essere tagliate tutte le pensioni sopra i 5mila euro netti, nella parte non coperta dai contributi, quindi anche gli assegni calcolati col sistema misto. Sul punto si attendono chiarimenti.

Come saranno ricalcolate le pensioni?

Si aspettano chiarimenti anche sul meccanismo di ricalcolo delle pensioni. In base a quanto reso noto sinora, le pensioni dovrebbero essere ricalcolate utilizzando il sistema integralmente contributivo, fatto che potrebbe determinare un taglio significativo delle rendite, anche del 50%. Il taglio dovrebbe operare, comunque, sino ad arrivare a una pensione netta pari a 5mila euro mensili, non più bassa. In caso contrario, gli interessati sarebbero discriminati rispetto a chi, col calcolo retributivo della pensione, arriva a un importo di poco inferiore ai 5mila euro netti mensili, senza subire alcuna rideterminazione dell’assegno.

Secondo altre fonti, il taglio delle pensioni d’oro non dovrebbe invece essere superiore al 5% della rendita.

Come funziona il ricalcolo contributivo della pensione

Ma come mai il calcolo contributivo della pensione risulta così penalizzante? Ricordiamo come funziona questo sistema di determinazione dell’assegno.

Il calcolo contributivo, come già esposto, non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995, presente solo per chi opta per il calcolo integralmente contributivo della prestazione, per il computo, l’opzione donna o per la totalizzazione;
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla quota che parte dal 1996, bisogna innanzitutto:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (il 33% è l’aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva prevista dall’Inps per le altre categorie di lavoratori;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Per determinare la quota della pensione sino al 1995, in caso di opzione per il sistema contributivo, computo o totalizzazione, il procedimento è più complesso:

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della quota A e della quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

I coefficienti di trasformazione, ad oggi, variano, all’incirca, da un minimo pari al 4,2% sino a un massimo del 6,5%, a seconda dell’età in cui ci si pensiona. Ad esempio, chi si pensiona a 63 anni nel 2018, con un coefficiente pari al 5,002% e un montante contributivo (cioè la somma dei contributi versati) pari a 200mila euro, ottiene una pensione annua pari a 10.004 euro (200.000 x 5,002%), mensile pari a 769,54 euro.

I coefficienti di trasformazione permettono dunque di ottenere pensioni piuttosto basse, nonostante la quantità di contributi versati. Inoltre i coefficienti di rivalutazione, o di capitalizzazione, sono veramente esigui, perché basati sulla variazione quinquennale del Pil.

In pratica, si passa dal sistema retributivo, che è di solito un regalo per i pensionati, al sistema contributivo, che è un regalo per lo Stato: basterebbe studiare un sistema contributivo con coefficienti di trasformazione e di capitalizzazione più alti, per tutti, per realizzare un sistema equo.


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