Diritto e Fisco | Articoli

Se l’ex moglie non cerca un posto niente alimenti

20 giugno 2018


Se l’ex moglie non cerca un posto niente alimenti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 giugno 2018



Niente mantenimento per l’ex che non vuole lavorare anche quando il matrimonio è durato a lungo.

«Chi non lavora, non fa l’amore», ma non prende neanche il mantenimento. Stando infatti alle ultime sentenze pubblicate dalla Cassazione e dai tribunali di primo e secondo grado, l’ex moglie che chiede l’assegno non può limitarsi a dire di non farcela da sola, ma deve anche darsi da fare per cercare un’occupazione. Come? Quantomeno inviando il proprio curriculum a destra e a manca. E se ciò nonostante è ancora disoccupata, allora le spetterà il contributo mensile. Viceversa, non si può pensare di gravare sulle spalle del coniuge, stando però in panciolle. E tutto questo perché, come ha scritto la Cassazione il 10 maggio 2017, il divorzio fa cessare ogni rapporto tra i coniugi, anche quelli economici, salvo che uno dei due sia in condizioni, d’età o di salute, tali da non consentirgli di riciclarsi sul mercato del lavoro. Il richiamo è ovviamente alle casalinghe. A fornire questi importanti principi è stata una recente sentenza del tribunale di Udine [1]. I giudici friulani hanno ribadito un concetto che, di questi tempi, si sta affermando in tutte le aule dei tribunali: se l’ex moglie non cerca un posto, niente alimenti. Ma procediamo con ordine.

Mantenimento invariato dopo la separazione

Quando la coppia si separa, il giudice fissa un assegno di mantenimento che è rivolto a consentire, al soggetto con il reddito più basso, lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. Il che significa che la ricchezza tra i due si compensa sino a creare due posizioni sostanzialmente identiche.

Le cose cambiano con il divorzio.

Il matrimonio non è un’assicurazione: stop “rendite parassitarie”

Assegno divorzile solo per chi non è autosufficiente

Con l’ormai famosa sentenza “Grilli” del 10 maggio scorso, la Cassazione ha usato termini mai prima d’allora impiegati: la sentenza di divorzio estingue tutti i rapporti tra coniugi, anche quelli patrimoniali. Per cui non è più dovuto il mantenimento nei termini in cui era dovuto dopo la separazione, cioè volto a garantire lo stesso tenore di vita. Resta l’assegno divorzile che però è una misura assistenziale rivolta solo nei confronti di chi non ha le possibilità, fisiche o di salute, tali da non potersi mantenere da solo. Sono quindi automaticamente tagliati fuori tutti coloro che dispongono di un proprio reddito sufficiente a un’esistenza decorosa in relazione al luogo ove abitano (il tribunale di Milano lo ha fissato nella misura di mille euro al mese) oppure quelli che, ancora giovani e in piena salute, pur se disoccupati, hanno la possibilità di trovare un posto. Insomma, perde l’assegno divorzile non solo chi ha un reddito “in atto” ma anche chi lo può avere solo in “potenza” e ciò nonostante non si dà pena di reperirlo.

Questo significa che se l’ex moglie non cerca lavoro non può chiedere il mantenimento, sempre che sia ancora in età per impiegarsi e che le condizioni di salute glielo consentano. Ed attenzione: se è vero che l’aspettativa di vita si è allungata è anche vero che a 40 anni si è considerati ancora capaci di svolgere un impiego.

La durata del matrimonio influisce sull’assegno?

La Cassazione ha sempre detto che la durata del matrimonio influisce sull’entità dell’assegno di mantenimento. Ragionamento più che corretto: il lungo tempo passato col marito può generare un’aspettativa sulle sue progressioni di carriera, senza contare il fatto che l’ex moglie rimasta a casa a preoccuparsi del ménage domestico ha consentito all’uomo di migliorare la sua posizione e di incrementare il proprio reddito. Certo, il fenomeno delle casalinghe è più diffuso nel nostro Paese che nel resto dell’Europa ed è per questo che, secondo il tribunale di Udine, anche quando il matrimonio è durato 10 anni, bisogna che la donna vada a lavorare per mantenersi da sola. Non contano soltanto i redditi di chi richiede il contributo dopo il divorzio, ma anche la sua capacità potenziale di produrre entrate: la richiesta degli “alimenti” non può quindi essere accolta se non corroborata dalla prova di aver almeno cercato un’occupazione, ad esempio mandando curricula in giro.

Il mantenimento non può essere una “rendita parassitaria”

Il fatto che, dopo il divorzio, possa scattare l’obbligo di mantenere l’ex che, da sola, non ce la fa, non può tuttavia garantire a quest’ultima «rendite parassitarie».

«Rendite parassitarie»: è proprio questa la parola usata dai giudici friulani che, in questo, dimostrano di non avere peli sulla lingua. Il matrimonio non è un’assicurazione sulla vita. E se ci si sposa con un ricco e per suo amore si decide di non lavorare, questo non significa avere una pensione a vita.

note

[1] Trib. Udine, sent. n. 652/18.

[2] Cass. sent. n. 11504/17.

Autore immagine: 123rf com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI