Diritto e Fisco | Articoli

Critica: come non cadere nella diffamazione

21 giugno 2018


Critica: come non cadere nella diffamazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 giugno 2018



Diffamazione e ingiuria: il confine con il diritto costituzionale alla libera manifestazione del pensiero. La critica, per essere lecita, non deve esorbitare in giudizi sull’altrui moralità.

Il concetto di critica è molto relativo nel sentire delle persone e spesso risente del carattere o della particolare avversione di chi si esprime. In un clima esacerbato e conflittuale (si pensi agli ambienti di lavoro o al condominio) è facile spingersi in affermazioni più forti che, seppur giustificate dall’intento di censurare l’altrui operato, finiscono per diventare offese belle e buone. Si passa dalla critica all’ingiuria o alla diffamazione in un battibaleno. Chiaramente, né la Costituzione né la legge penale spiegano fin dove ci si può spingere per evitare un’incriminazione: tutto è rimesso alla correttezza e al rispetto tra cittadini. Rispetto che, anche in condizioni di aperto dissenso, deve essere sempre preservato. Tradotto in parole povere: si possono contestare, anche in modo veemente, le azioni delle persone, ma non certo la loro moralità. A tanto sono arrivate una serie di sentenze della Cassazione che hanno chiarito, nell’ambito del diritto di critica, come non cadere nella diffamazione. Cerchiamo di fare il punto della situazione e vedere come comportarsi per evitare di incorrere in qualche reato.

 Critica: quando è penale

La critica è vicina di casa del reato di diffamazione e dell’illecito civile dell’ingiuria. In entrambi i casi siamo davanti a due condotte che infangano la reputazione e l’onore delle persone. Con la differenza che la diffamazione viene proferita davanti a più persone e in assenza dell’interessato: in tal caso scatta un reato che, qualora realizzato attraverso i social network o comunque internet, è aggravato nelle conseguenze. Invece l’ingiuria è solo un illecito civile: quindi non basta la querela ai carabinieri ma è necessario avviare una causa (anticipandone anche le spese); se si arriva a una sentenza di colpevolezza, il giudice condanna il responsabile, oltre che al risarcimento, anche a una sanzione economica da versare allo Stato che va da un minimo di 100 euro a un massimo di 8mila euro (leggi Ingiuria: come tutelarsi).

Il diritto di critica

Non troverai citato, nella nostra Costituzione, il diritto di critica, ma questo è una applicazione del diritto di manifestazione del pensiero, sancito dall’articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

La critica rappresenta una particolare forma di manifestazione del pensiero e può essere concettualmente definita come qualunque manifestazione di pensiero che sottopone a verifica l’oggetto da criticare per coglierne aspetti eventualmente negativi. Il diritto di manifestazione del pensiero e, quindi, anche di critica, è riconosciuto ai lavoratori dall’art. 1 dello Statuto dei lavoratori, a norma del quale questi «hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge».

Dove finisce il diritto di critica

L’insulto può essere considerato una «libera manifestazione del pensiero»? Sicuramente no. Come ha chiarito la Corte Costituzionale, l’articolo 21 consente che vi siano, nell’ordinamento, limiti impliciti a tale libertà e, tra tali limiti, rientra sicuramente quello di non oltraggiare, ingiuriare e diffamare le persone. Altri limiti possono ravvisarsi, ad esempio:

  • nel divieto di commettere apologia di reato, cioè di non esaltare la violazione delle norme penali;
  • nel divieto di violare la privacy delle persone (quest’ultimo divieto attribuisce a ciascuno il diritto di pretendere che non siano diffuse notizie riguardanti aspetti privati della propria vita, salvo che si tratti di persone che rivestono un ruolo pubblico per le quali il diritto di cronaca tende a prevalere sul loro diritto alla riservatezza).

Il punto è che non sempre è facile capire dove finisce la critica e inizia l’insulto, specie per i diretti interessati. Chi offende tende a minimizzare la portata delle proprie parole, perché si sente giustificato dall’altrui illecito che vuole criticare; chi viene offeso invece ha una elevata concezione della propria persona e, sentendosi aggredito, vede in ogni affermazione una lesione alla propria dignità. Dov’è la via di mezzo? In generale si può spiegare nel seguente modo: tutte le parole che finiscono per risolversi in un giudizio di disvalore sulla persona e sulla sua moralità sono vietate; quelle che invece prendono di mira “il fatto” o l’azione e la censurano con linguaggio sereno, che non travalica i limiti di correttezza, sono considerate lecite. 

Vediamo come la pensa la Cassazione.

Innanzitutto – spiegano i giudici supremi – per rientrare nel diritto di critica è necessario che il fatto oggetto della critica stessa sia vero. Non è necessaria una verità oggettiva, ma basta quella putativa, ossia che si possa ragionevolmente ritenere tale sulla base delle fonti da cui proviene o per altre circostanze soggettive. Non è invece necessario che tale fatto sia esposto in modo completo che si richiede quando si perseguono scopi esclusivamente informativi, quando, cioé, si esercita il diritto di cronaca [1].

La propria opinione non deve essere assolutamente obiettiva ma può essere esternata anche con l’uso di un linguaggio colorito e pungente. Tuttavia, affinché il diritto di critica non sconfini in un reato è necessario che sussista la continenza dei fatti narrati (i fatti devono cioè corrispondere alla verità, sia pure non assoluta, ma soggettiva), con l’esposizione in modo misurato). Con la conseguenza che i fatti ed i comportamenti cui la critica è riferita devono essere veri, ma solo nel senso che non debbono essere inventati od alterati nel loro nucleo essenziale o interpretati arbitrariamente [2].

Il diritto di critica non si concretizza, come quello di cronaca, nella narrazione di fatti, ma si esprime in un giudizio, o, più genericamente, in una opinione, la quale, come tale, non può che essere fondata su un’interpretazione dei fatti e dei comportamenti e quindi non può che essere soggettiva, cioè corrispondere al punto di vista di chi la manifesta, fermo restando che il fatto o comportamento presupposto ed oggetto della critica deve corrispondere a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui proviene o per altre circostanze oggettive, così come accade per il diritto di cronaca [3].

Ed ancora: «Costituisce esercizio di critica politica l’esposizione di fatti in parte ormai storici, in parte aventi comunque gia’ una pubblica diffusione e tali da incidere sulla reputazione pubblica di un soggetto avente ampie aspirazioni politiche (come tali di sicuro interesse pubblico), e di altri fatti dei quali la fonte di apprendimento sebbene non svelata sia comunque ricostruibile (in particolare, le copie dei verbali contenenti un interrogatorio), laddove l’articolo (nel caso di specie un settimanale di riflessione sui principali accadimenti economici e politici sia interni che internazionali) non si limiti a rassegnare i fatti ma li utilizzi come elementi sulla base dei quali complessivamente considerati (per la loro pluralità, la loro gravità, per il fatto di non essere episodi isolati ma al contrario di caratterizzare tutto il percorso politico e pubblico della persona in questione) costruire una valutazione, tutta politica, di inadeguatezza del soggetto obiettivamente coinvolto a vario titolo in quella sequela di fatti a candidarsi alla guida di un paese» [4].

Il diritto di critica per il lavoratore

Quali sono i limiti che il lavoratore deve rispettare nell’esercizio del diritto di critica a lui riconosciuto e quali le conseguenze in caso di superamento?

È pacifica l’esistenza in capo al lavoratore di un diritto di critica nei confronti del datore di lavoro, in quanto specificazione della più generale libertà di manifestazione del pensiero a tutti costituzionalmente garantita. Anche questo diritto, tuttavia, è sottoposto ad alcuni limiti. In particolare devono coesistere le seguenti condizioni:

  • le affermazioni del lavoratore devono essere funzionali al conseguimento di un interesse (individuale o collettivo) giuridicamente rilevante e tale da rendere giustificabile la lesione dell’interesse del datore di lavoro alla tutela della sua reputazione o immagine (cd. limite esterno del diritto di critica);
  • i fatti narrati dal lavoratore e suscettibili di arrecare danno alla reputazione e all’immagine del datore di lavoro, devono corrispondere a verità (cosiddetto limite della continenza sostanziale);
  • infine, nell’esercizio del diritto di critica il lavoratore deve sempre utilizzare forme espressive improntate a leale chiarezza e civiltà (cosiddetto limite della continenza formale).

Il mancato rispetto anche di uno solo dei suddetti limiti può comportare, nei casi più gravi, il licenziamento per giusta causa.

note

[1] Cass. sent. n. 14727/2018.

[2] Cass. sent. n. 13152/2017.

[3] Cass. sent. n. 7847/2011.

[4] Cass. sent. n. 5005/2017.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI