Diritto e Fisco | Editoriale

Ne bis in idem: cosa significa?

21 giugno 2018


Ne bis in idem: cosa significa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 giugno 2018



Sentenza definitiva e passaggio in giudicato: non è possibile riproporre la stessa questione a un giudice diverso sempre che siano identiche le parti, la domanda giudiziale e i motivi dell’azione.

Il termine ne bis in idem viene spesso usato dai giuristi per indicare che lo stesso fatto, una volta deciso dal giudice, non può più essere messo in discussione. È un concetto che va a braccetto con quello di “sentenza definitiva” o di “passaggio in giudicato”. Se non hai studiato legge (o hai appena iniziato) e tuttavia vuoi capire, in pratica, cosa significa ne bis in idem, ecco una spiegazione semplice e adatta a tutti.

Cosa significa ne bis in idem e passaggio in giudicato della sentenza?

Immagina di aver una causa contro il tuo vicino di casa: in discussione è la proprietà di una fetta di terreno sul confine. Dopo qualche anno esce finalmente la sentenza e il giudice ti dà ragione. Si va in appello, magari anche in Cassazione, e tutti i giudici confermano il verdetto. Convinto che ormai nessuno possa dirti nulla, su quel terreno costruisci un piccolo casolare. Senonché, dopo poco, il tuo vicino muore e, al suo posto, subentrano come eredi i due figli. Questi però intendono rimettere in discussione la questione sulla proprietà della striscia di confine e ti citano nuovamente in tribunale, convinti che la sentenza, avendo riguardato il padre, non coinvolga anche i loro diritti. Possono farlo? Se la legge consentisse di riaprire i processi ormai definiti o di avviare un secondo processo su una questione che un altro giudice sta già decidendo, non solo rischieremmo di avere pronunce tra loro discordanti e contraddittorie (visto che ogni magistrato può avere idee diverse dagli altri), ma ne verrebbe meno la stessa certezza dei rapporti giuridici. Chi mai si potrebbe dire al riparo dalle altrui pretese pur dopo aver ottenuto una sentenza definitiva? Ebbene, la regola secondo cui un giudice non può esprimersi su una questione già decisa da un altro magistrato o su cui è ancora in corso un processo iniziato prima viene definita «ne bis in idem» che, tradotto dal latino all’italiano significa: «non due volte sulla stessa questione».

Ecco perché la legge stabilisce che, al verificarsi di determinate condizioni, le sentenze “passano in giudicato” ossia diventano definitive (leggi Dopo quanto tempo una sentenza diventa esecutiva?).

Ma quando una sentenza diventa definitiva? In due casi:

  • quando sono stati esperiti tutti i mezzi di impugnazione (e, quindi, dopo la decisione della Cassazione);
  • oppure quando sono decorsi i termini di impugnazione senza che le parti si siano attivate (30 giorni per l’appello, 60 per il ricorso in Cassazione).

Ne bis in idem significa quindi che due giudici non possono decidere sulla stessa questione. Del resto ciò corrisponde anche a un altro principio costituzionale: quello del “giudice precostituito”. La legge, cioè, fissa delle regole per stabilire quale sia il magistrato competente a giudicare su determinati rapporti. Non possono essere i cittadini a stabilire a quale tribunale rivolgersi (salvo in casi particolari come nei rapporti contrattuali, a patto però che non riguardino i consumatori). Il che significa che una volta che tale giudice ha deciso, ogni altra decisione sarebbe anche viziata di “incompetenza”.

Quando scatta il ne bis in idem?

Il principio del ne bis in idem è un principio fondamentale del diritto, volto ad impedire la duplicazione di procedimenti e condanne in relazione ai medesimi fatti. Affinché però scatti la regola del “giudicato” e quindi del ne bis in idem è necessario che nei due processi siano identici tutti i seguenti elementi:

  1. parti processuali. Si tenga conto che alle parti processuali vengono assimilati i loro eredi e i cosiddetti “aventi causa” ossia coloro che succedono nel diritto a seguito di compravendita o di donazione. Quindi se la stessa questione viene riproposta dall’acquirente di un bene, scatta ugualmente la regola del ne bis in idem;
  2. domanda giudiziale proposta dalle parti;
  3. motivi alla base della domanda giudiziale.

Qualche esempio potrà chiarire meglio come stanno le cose.

Nell’esempio da cui siamo partiti, quello cioè dei due vicini che discutono sulla proprietà della striscia di terra, vi è identità di tutti e tre i requisiti per aversi giudicato e ne bis in idem. Infatti: a) ci sono le stesse parti (gli eredi, abbiamo detto, sono equiparati al precedente titolare); b) la domanda è la stessa (la rivendicazione della proprietà del bene); c) i motivi sono anche identici (il regolamento dei confini sulla striscia di terra e la controversa spettanza di tale diritto).

Immaginiamo che una persona faccia causa al vicino di casa perché fa rumori la notte. Ottiene una sentenza di condanna, ma lui, dopo qualche mese, riprende le stesse attività. Può avviare una seconda causa sulla questione? Certamente sì. Infatti, pur essendo identici le parti processuali e la domanda (la cessazione delle molestie) cambiano i motivi in quanto i fatti storici si riferiscono a due episodi tra loro diversi.

La litispendenza

La regola del ne bis in idem non rileva solo quando viene proposta una causa su una questione già definita con sentenza irrevocabile, ossia passata in giudicato, ma anche quando pendono contemporaneamente cause identiche presso giudici diversi. Questo fenomeno, che non è ovviamente consentito dalla legge (perché genererebbe contrasti tra giudicati) si chiama litispendenza.

Che succede in caso di violazione del ne bis in idem?

Come si è detto, una controversia già decisa con sentenza passata in giudicato non può essere riproposta tra le stesse parti innanzi un giudice diverso. Se ciò accade, ciascuna parte può eccepire o il giudice può rilevare d’ufficio il cosiddetto “giudicato esterno”. In pratica, se un soggetto instaura un nuovo giudizio per risolvere una questione già decisa in un diverso processo tra le stesse parti con sentenza passata in giudicato, l’altra parte può sollevare l’eccezione di giudicato esterno.

Chi eccepisce il giudicato esterno deve però fornirne la prova: è necessario produrre la sentenza e provare che essa non è soggetta ad impugnazione producendo idonea certificazione [1].

Se invece non viene eccepito o rilevato il giudicato esterno e si giunge ad una seconda pronuncia (in contrasto con quella precedente) il nuovo provvedimento prevale sul precedente [2].

No duplicazione sanzioni

Il concetto di ne bis in idem viene utilizzato anche in ambito tributario per spiegare il divieto di cumulare due tipi di sanzioni diverse sullo stesso illecito. La nostra giurisprudenza ritiene però che sia possibile la coesistenza di sanzioni di tipo differente: civili, amministrative e penali. Grandissimo rilievo per il nostro ordinamento ha avuto la sentenza della CEDU nel caso “Grande Stevens” (4.3.2014). Il procedimento atteneva ad una condotta di “market abuse”. La Corte di Giustizia UE si è pronunciata in questa materia ponendo un limite alla prosecuzione del procedimento amministrativo laddove sia già stata pronunciata una sentenza penale definitiva.

note

[1] Cass. 29 agosto 2013 n. 19883, Cass. 2 dicembre 2004 n. 22644, Cass. 9 luglio 2004 n. 12770, Trib. Bari 3 dicembre 2008.

[2] Cass. 8 maggio 2009 n. 10623, Cass. 26 febbraio 1998 n. 2082, Cass. 25 gennaio 1993 n. 833.

Autore immagine: 123rf com

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