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Pensione, come si rivalutano stipendi e contributi

22 giugno 2018 | Autore:


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Calcolo retributivo e contributivo della pensione: coefficienti di rivalutazione, di capitalizzazione, di trasformazione.

Perché il calcolo retributivo conviene di più del contributivo? Come sono rivalutati i vecchi stipendi e i vecchi redditi? Come sono rivalutati i contributi, e come si trasformano in assegno di pensione? Tutte queste domande ci incuriosiscono molto, anche se i meccanismi che stanno alla base del calcolo pensione non sono semplici da capire, soprattutto per i non addetti ai lavori. Ciò che appare evidente, in particolar modo negli ultimi anni, è che gli assegni dell’Inps stanno diventando sempre più poveri: questo dipende non soltanto dal sistema utilizzato per quantificare le rendite, che dal 2012 è contributivo per tutti, ma anche dalle rivalutazioni dei redditi e dei contributi e dai coefficienti utilizzati, che nel tempo si abbassano. Cerchiamo allora di comprendere, per grandi linee, i sistemi di calcolo utilizzati per determinare i trattamenti Inps delle principali categorie di lavoratori e, in particolare, come si rivaluta la pensione.

Come si calcola la pensione

Per capire, in merito alla pensione, come si rivaluta, dobbiamo prima comprendere quali sono i sistemi di calcolo che possono essere utilizzati.

Nel dettaglio, i sistemi di calcolo della pensione sono:

  • il calcolo retributivo, che si basa sui redditi più alti, o migliori (a seconda della gestione previdenziale di appartenenza);
  • il calcolo contributivo, che si basa sui contributi accreditati e sull’età pensionabile,
  • il calcolo misto, che comprende entrambi i sistemi.

Chi possiede almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino al 2011, poi al calcolo contributivo dal 2012. Chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino al 1995, poi dal 1996 al calcolo contributivo (può però optare per il calcolo integralmente contributivo). Chi non possiede contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al solo calcolo contributivo.

Come funziona il calcolo retributivo della pensione

Il sistema di calcolo retributivo è basato sugli ultimi stipendi percepiti ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che si basa sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane di contributi possedute al 31 dicembre1992;
  • la quota B, che si basa sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane possedute:
    • al 31 dicembre 2011 per chi possiede almeno 18 anni al 31 dicembre 1995;
    • al 31 dicembre 1995 per chi possiede almeno 18 anni al 31 dicembre 1995.

Come si calcola la quota A di pensione retributiva Inps

In particolare, per il calcolo della quota A si deve procedere in questo modo, per la generalità delle gestioni Inps (ad esempio per i dipendenti del settore privato):

  • la retribuzione degli ultimi 5 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria; in pratica, gli stipendi degli ultimi 5 anni precedenti alla pensione vanno rivalutati singolarmente (anno per anno) secondo un apposito indice;
  • gli stipendi rivalutati vanno poi sommati;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 5 anni deve poi essere divisa per 260 (o per il minor periodo, nel caso in cui le annualità precedenti al 31 dicembre 1992 siano meno di 5): si ottiene così la retribuzione media settimanale (rms);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute al 31 dicembre 1992 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale (se questa supera determinati tetti, l’aliquota di rendimento si abbassa);
  • si ottiene così la quota A di pensione.

Come si calcola la quota B di pensione retributiva Inps

Il calcolo della quota B si effettua invece in questo modo:

  • la retribuzione degli ultimi 10 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 10 anni deve poi essere divisa per 520 (o per il minor periodo): si ottiene così la retribuzione media settimanale (R.M.S.);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 2011, o dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 1995, e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale (i tetti di retribuzione sono gli stessi utilizzati per la quota A);
  • si ottiene così la quota B di pensione.

Un metodo più veloce ed approssimativo per il calcolo consiste nell’individuare la retribuzione media pensionabile degli ultimi anni di retribuzione (rivalutati) e nel moltiplicarla per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta è moltiplicata per il numero di anni di contribuzione.

In alcune gestioni particolari si utilizza un metodo di calcolo retributivo differente, ad esempio nell’Enpals (lavoratori sport e spettacolo) o nell’ex Inpdap (dipendenti pubblici).

Come si rivalutano gli stipendi nella quota retributiva di pensione

Come abbiamo osservato, col calcolo retributivo della pensione gli ultimi stipendi, o redditi, si rivalutano in questo modo:

  • nella quota A la rivalutazione avviene secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria;
  • nella quota B la rivalutazione avviene secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione.

Tabella coefficienti di rivalutazione pensione retributiva

Vediamo, nella tabella seguente, i coefficienti di rivalutazione che devono essere utilizzati per chi si pensiona nel 2018, resi noti di recente dall’Inps [1].

Anno Coefficiente quota A Coefficiente quota B
2018 1 1
2017 1 1
2016 1,011 1,0211
2015 1,011 1,0312
2014 1,011 1,0413
2013 1,013 1,0534
2012 1,0241 1,0756
2011 1,0555 1,1186
2010 1,0838 1,1597
2009 1,101 1,1887
2008 1,1091 1,2086
2007 1,1445 1,2591
2006 1,1647 1,2924
2005 1,1879 1,3301
2004 1,2081 1,3648
2003 1,2314 1,4043
2002 1,2617 1,4514
2001 1,2931 1,4997
2000 1,3274 1,5531

Il coefficiente di rivalutazione incrementa lo stipendio utile a determinare la retribuzione pensionabile. Se, ad esempio, lo stipendio del lavoratore che si pensiona nel 2018, nel 2015, risulta pari a 30mila euro, questo diventerà pari a:

  • 30.000 x 1,011= 30.330 euro ai fini della quota A;
  • 30.000 x 1,0312= 30.936 euro ai fini della quota B.

Come funziona il calcolo contributivo della pensione

Sono molto più leggere, invece, le rivalutazioni dei contributi, per quanto concerne il calcolo contributivo della pensione. Il calcolo contributivo, come abbiamo detto, non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995 (valida solo per chi ha optato per il calcolo interamente contributivo, oppure per il computo o per la totalizzazione);
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla Quota B, bisogna:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (il 33% è l’aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva prevista dall’Inps per le altre categorie di lavoratori;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Per determinare la Quota A della pensione, in caso di opzione per il sistema contributivo, computo o totalizzazione, il procedimento è più complicato.

Il complesso meccanismo dovrebbe risultare più semplice spiegato in questo modo:

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della Quota A e della Quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

Il procedimento può cambiare a seconda della particolare gestione previdenziale in cui si possiedono i contributi.

Come si rivalutano i contributi nella quota contributiva di pensione

Come già esposto, i contributi accantonati sono rivalutati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno. A causa del perdurare della crisi economica che colpisce il nostro Paese, i tassi di capitalizzazione dei contributi sono piuttosto bassi.

Osserviamoli nella presente tabella:

Anno Tasso di capitalizzazione Rivalutazione Montante al
2018 1,005205 31.12.2016
2017 1,004684 31.12.2015
2016 1,005058 31.12.2014
2015 1 31.12.2013
2014 1,001643 31.12.2012
2013 1,011344 31.12.2011
2012 1,016165 31.12.2010
2011 1,017935 31.12.2009
2010 1,033201 31.12.2008

In base a quanto emerge dalla tabella, il capitale depositato presso l’Inps ha dei rendimenti molto bassi, che hanno toccato il fondo relativamente all’anno 2015 (nessuna rivalutazione del capitale maturato al 31 dicembre 2013), e che stentano a riprendersi.

Come funzionano i coefficienti di trasformazione nella quota contributiva di pensione

La pensione contributiva, tuttavia, appare piuttosto bassa non soltanto per la scarsità del rendimento del capitale, ma soprattutto a causa dei coefficienti di trasformazione.

Questi convertono in assegno di pensione il montante contributivo rivalutato, cioè, come già spiegato, la somma dei contributi rivalutati. Per cui se, ad esempio, il lavoratore ha un montante contributivo di 200mila euro, ed il coefficiente è pari a 5, la pensione dovrà essere calcolata in questo modo: 200.000 x 5%=10.000

Per ottenere la pensione lorda mensile, dovrò dividere l’importo ottenuto per 13, quindi 10.000:13=769,23.

Quali sono i coefficienti di trasformazione della quota contributiva di pensione

Compresi bene questi passaggi, appare evidente che, più è basso il coefficiente di trasformazione, più si abbassa la pensione. L’innalzamento dell’età pensionabile determina l’aumento dei coefficienti di trasformazione, che aumentano con l’età: ecco allora perché, in concomitanza con l’aumento dell’età pensionabile, è stato deciso di diminuire i coefficienti.

Ma quali sono i nuovi coefficienti di trasformazione 2019 e di quanto si abbassano?

Vediamolo subito nella seguente tabella, che ci mostra anche come sono peggiorati i coefficienti nel tempo.

Età
Coefficienti di trasformazione vigente sino al 2015
Coefficienti di trasformazione dal 2016 al 2018
Coefficienti di trasformazione dal 2019
57 4,304% 4,246% 4,2%
58 4,416% 4,354% 4,304%
59 4,535 % 4,468% 4,414%
60 4,661% 4,589% 4,532%
61 4,796 % 4,719% 4,657%
62 4,94 % 4,856% 4,79%
63 5,094 % 5,002% 4,932%
64 5,259 % 5,159% 5,083%
65 5,435 % 5,326% 5,245%
66 5,624 % 5,506% 5,419%
67 5,826 % 5,700% 5,604%
68 6,046 % 5,910% 5,804%
69 6,283 % 6,135% 6,021&
70 6,541 % 6,378% 6,257%

Come si calcola il coefficiente di trasformazione

Quando l’età, alla data del pensionamento, non corrisponde ad un anno esatto (ad esempio, 57 anni e 7 mesi), devono essere aggiunte al coefficiente le relative frazioni di anno.

Ad esempio, per calcolare il coefficiente di trasformazione di un lavoratore con decorrenza della pensione a 58 anni e 8 mesi di età, dovremmo svolgere le seguenti operazioni:

  • 4,414 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 59 anni dal 2018) – 4,304 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 58 anni)= 0,11.
  • dobbiamo poi dividere il risultato per 12 mesi, ottenendo 0,0091666 circa. Moltiplicheremo il nuovo risultato per 8 mesi, ed otterremo 0,073, arrotondando;
  • a questo punto, dobbiamo sommare questa cifra al coefficiente per chi si pensiona a 58 anni, arrivando così al coefficiente corretto per chi si pensiona a 58 anni ed 8 mesi, cioè 4,377;
  • per trasformare il montante contributivo in pensione, come già osservato, dobbiamo applicare questo coefficiente, come percentuale, al montante rivalutato: dividendo il risultato per 13, si arriva alla pensione mensile.

È chiaro che, più basso è il coefficiente, più esigua sarà la pensione: dalla tabella, abbiamo visto che i coefficienti di trasformazione del 2019 sono notevolmente ridotti, rispetto a quelli del triennio 2016-2018, con corrispondenti riduzioni dell’assegno, e disparità di trattamento anche elevate da un anno all’altro. A loro volta, i coefficienti del triennio 2016-2018 sono stati ridotti rispetto ai coefficienti precedentemente vigenti, e così via, con un peggioramento continuo che va di pari passo con l’innalzamento dell’età pensionabile.

Difficile invertire questo meccanismo: è chiaro soltanto che, se la ripresa tarderà ad arrivare, le pensioni potrebbero dare rendimenti ancora più bassi.

note

[1] Inps Mess. Hermes 2242/2018.

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