Diritto e Fisco | Editoriale

I messaggi WhatsApp hanno valore legale di prova?

13 Agosto 2018
I messaggi WhatsApp hanno valore legale di prova?

Come fare entrare in un processo civile o penale una chat di WhatsApp o altra messaggistica registrata sullo smartphone. 

Hai intrattenuto una chiacchierata su WhatsApp con una persona che, al termine di una lunga serie di messaggi, ti ha minacciato e ha usato espressioni oltraggiose nei tuoi riguardi. Intendi agire per le vie legali: vuoi denunciarlo e, se possibile, ottenere anche un risarcimento. Ti chiedi tuttavia se i messaggi WhatsApp hanno valore legale di prova ed, eventualmente, in che modo vanno portati al giudice per poter “testimoniare” a tuo favore: se cioè è sufficiente stamparli, se bisogna creare un file con tutte le conversazioni oppure bisogna consegnare materialmente lo smartphone al magistrato affinché possa leggere la conversazione. Su questo delicato tema e sulla validità delle chat come prova in un processo civile o penale si sta iniziando a pronunciare la giurisprudenza. I giudici stanno infatti allargando le maglie dell’utilizzo in giudizio delle conversazioni fra privati. E ad entrare sempre più nei processi sono proprio gli scambi di messaggi su Whatsapp, tra gruppi o con singoli destinatari: tutti possono dar luogo a licenziamenti o sanzioni disciplinari. Poiché non sempre le sentenze usano un linguaggio semplice e adatto all’uomo non esperto di legge, in questo articolo ti spiegheremo come stanno le cose e come difenderti nel caso in cui tu voglia utilizzare un messaggio WhatsApp come prova in una causa.

In teoria il messaggio di WhatsApp può essere considerato come una valida prova in processo, a condizione che sia stato effettivamente spedito e ricevuto. La vera difficoltà sta, quindi, nel verificare se il testo esibito al giudice è davvero quello presente sul cellulare.

Si potrebbe risolvere la questione in quattro modi diversi. Analizziamoli qui di seguito.

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Lo screenshot dei messaggi WhatsApp

Il primo, e sicuramente meno conveniente, modo per far entrare un messaggio WhatsApp come prova in un processo è di memorizzare la chat incriminata mediante uno o più screenshot del display del cellulare (si tratta cioè di fare delle fotografie della videata che compare sullo smartphone quando si apre la finestra di WhatsApp con la conversazione). Ogni cellulare ha un sistema diverso per eseguire lo screenshot. Di solito si tratta di premere una combinazione di tasti. Una volta realizzato lo screenshot, il relativo file può essere stampato su carta oppure allegato con una pennetta usb al fascicolo.

Senonché questo sistema presta il fianco a una facile critica. La legge infatti considera la copia cartacea o digitale di un documento informatico come una “riproduzione meccanica” al pari di una fotocopia. Come tale, essa può essere considerata prova solo a condizione che non venga contestata dalla controparte, cosa che, invece, molto probabilmente, farà se non vuole perdere la causa. Solo nel caso in cui l’avversario riconosca la genuinità dei testi dei messaggi per come allegati dalla controparte (cosa che può scaturire anche tacitamente, da una mancata contestazione), allora il giudice potrà tenerne conto come prova documentale. Ma se li contesta, quel materiale non potrà più essere utilizzato.

A mitigare il rigore di tale regola, la Cassazione ha precisato che non basta una semplice e generica contestazione, ma è necessario spiegarne le ragioni e insinuare il dubbio sull’autenticità della prova. Bisogna cioè motivare al giudice la ragione per cui la stampa o il file allegato dall’avversario potrebbe non corrispondere all’originale (ad esempio manca l’indicazione della data).

La testimonianza dei messaggi WhatsApp

Un metodo più sicuro del precedente (ma che ad esso si può aggiungere) per dimostrare il contenuto dei messaggi WhatsApp è quello di farli leggere a una persona che poi sia disposta a testimoniare davanti al giudice e a dichiarare ciò che ha letto. Si tratterà cioè di far entrare nel processo la chat tramite una testimonianza. Il teste sarà sentito dal giudice che lo interrogherà su ciò che ha visto con i propri occhi. A tal fine non basta che questi dichiari di aver saputo della chat in modo indiretto, ossia per confessione di una delle parti che gliene abbia parlato. Il testimone è tale solo se “oculare”.

Anche questo sistema però può avere dei punti deboli. Con un buon controinterrogatorio, l’avvocato di controparte potrebbe far cadere il testimone, facendogli delle domande a trabocchetto. Come ad esempio:

«Lei ha detto di aver letto, sull’intestazione della chat, il nome del mittente del messaggio. Ma è sicuro che a quel nome corrisponda davvero l’utenza telefonica del mio assistito? Lo ha controllato personalmente? Ha fatto una ricerca sulla rubrica del telefono per vedere se il nome non era stato creato ad arte?»;

«Lei ha detto che la chat riportava la data del 23 febbraio. Ma come può affermare con certezza questo dato? Cosa le fa pensare che il titolare dello smartphone non abbia cambiato la data sul proprio dispositivo, falsando così anche la chat?»;

«Lei ha detto di aver letto una chat di WhatsApp. Ma è sicuro che non si sia trattato magari di una immagine creata appositamente da un software e quindi di un fake? Quali elementi ha per poter dire il contrario?».

Insomma, i mezzi per far cadere in trappola l’avversario sono numerosi.

La trascrizione dei messaggi WhatsApp

Una sentenza del tribunale di Milano [1] ha ammesso la cosiddetta trascrizione dei messaggi. In buona sostanza, se vi è una contestazione sull’autenticità del messaggio, la parte può chiedere al giudice di disporre una consulenza tecnica d’ufficio (cosiddetta CTU). Il giudice nominerà un perito al quale andrà consegnato lo smartphone. Dopo un esame del supporto e della chat, questi provvederà a riportarne il testo su un “documento ufficiale” (cartaceo) che diventa una prova vera e propria nel processo.

L’acquisizione dello smartphone al processo

Di recente la Cassazione [2] ha fornito l’ultimo suggerimento per poter dimostrare, in un processo, il contenuto di una chat su WhatsApp e, quindi, darle il valore di prova. Secondo la Corte, a tal fine è necessaria l’acquisizione dello smartphone. La rappresentazione fotografica infatti non ha alcun valore senza il supporto materiale che contiene l’originale. È solo con quest’ultimo che si può avere la certezza della effettiva genuinità della stampa.

Nel caso di specie, il giudice del merito, in assenza del supporto, aveva deciso di non acquisire in giudizio la trascrizione della chat WhatsApp intercorsa tra l’imputato del reato di stalking e la parte offesa, che la difesa dell’imputato voleva versare agli atti del processo per provare l’inattendibilità della persona offesa.

Quando la chat su WhatsApp diventa prova

Sono ormai numerose le sentenze che riconoscono al messaggio di WhatsApp il valore di prova. In alcuni casi, peraltro, non è stato neanche necessario acquisire la riproduzione o lo smartphone non essendo contestato l’invio o il ricevimento del messaggio. Uno di questi casi è quello del licenziamento [3]. Se, ad esempio, un’azienda invia un licenziamento a un proprio dipendente tramite sms o WhatsApp e quest’ultimo, nei 60 giorni successivi, invia la lettera di contestazione non fa altro che ammettere il ricevimento del messaggio che, in definitiva, non potrà più essere contestato. Insomma il comportamento tenuto dalle parti dopo la conversazione può servire a confermare il testo della chat.

I messaggi Whatsapp sono prove documentali che possono essere prodotte anche quando il datore di lavoro non è tra i destinatari della chat. Ha quindi valore di prova la registrazione di una chat Whatsapp inviata da un dirigente alla moglie dell’amministratore unico che denota un atteggiamento ostile verso l’azienda e giustifica il licenziamento. Ed è legittima anche la produzione delle chat inviate da un medico del pronto soccorso ai colleghi. Se qualcuno fa la “spia” e recapita i contenuti al dirigente, questi possono essere utilizzati per legittimare la sanzione disciplinare.

Le ultime sentenze hanno allargato le maglie della producibilità in giudizio delle conversazioni tra privati, dando vita a una visione moderna del diritto, che non esclude di prendere in considerazione tutti gli elementi di prova a disposizione delle parti in causa, partendo dal presupposto che la vita online delle parti può rilevare elementi utili su quella off line. Per i magistrati, quindi, se vi è un interesse di causa e la corrispondenza è rilevante ai fini del giudizio, potrà essere utilizzata senza invocare la privacy del diretto interessato.

Il valore degli emotincon 

Anche gli emoticon entrano nelle sentenze dei giudici. Le faccine, ormai comunemente usate nelle chat e sui social network, possono addirittura avere un ruolo decisivo, capace di determinare l’esito di un giudizio. Lo ha stabilito il Tribunale di Parma (sentenza n. 237 del 7 gennaio 2019) che ha considerato illegittimo il licenziamento di un’operaia che in una chat tra colleghe aveva rivolto al datore di lavoro commenti negativi anche piuttosto pesanti che però erano intervallati da emoticon che rendevano gli insulti «più canzonatori che offensivi». L’utilizzo frequente delle faccine per il giudice non rende facile comprendere «se alcune frasi vengano dette seriamente o enfatizzate proprio in ragione del contesto deformalizzato e amicale della conversazione». La presenza degli emotincon può evidenziare un tono umoristico del messaggio e quindi ridurne la valenza diffamatoria. L’emoticon quindi è in grado di caratterizzare meglio la frase e l’intenzione del suo autore. Questo determina anche maggiore facilità nel comprendere se il testo rientra nel normale esercizio della critica. Insomma, la faccina smorza l’insulto.

La sentenza si inserisce nel solco di una giurisprudenza abituata a trattare da oltre dieci anni casi di diffamazione a mezzo social network ai danni dei datori di lavoro. Tanto che il giudice arriva ad affermare con rassegnazione che «le frasi appaiono la reazione soggettiva a condizioni di lavoro che, a torto o ragione, non vengono considerate soddisfacenti dalla lavoratrice e il linguaggio in cui sono espresse è quello disinvolto e volgare che caratterizza ormai la comunicazione sui social network». Già il tribunale di Roma, con la sentenza n.1859 del 12 marzo del 2018, aveva messo in guardia un’insegnante che lamentava condotte vessatorie da parte del datore di lavoro. L’uso di faccine affettuose da parte di quest’ultimo – secondo il giudice – «denota un rapporto di familiarità e cortesia» reciproca, non certo una condizione di soggezione psicologica e di disagio. Se poi a mandare gli emoticon col bacio a una collega è proprio la lavoratrice questo dimostra che sul lavoro «c’era un clima del tutto sereno e collaborativo» che giustifica il licenziamento irrogato, senza che al datore possano essere addebitate condotte vessatorie.

I precedenti della giurisprudenza

Escluso il socio «fomentatore»

Le chat di un gruppo Whatsapp possono essere utilizzate per escludere

il socio lavoratore che tenta di boicottare l’attività produttiva, fomentando forme di protesta anche da parte degli altri soci di una cooperativa.

Tribunale di Bergamo, sentenza del 7 giugno 2018 n. 424

Il «pericolo» del collega spione

È legittima la produzione in giudizio delle chat inviate da un medico del pronto soccorso ai colleghi. Se qualcuno fa la “spia” e recapita i contenuti al dirigente, questi possono essere utilizzati per legittimare la sanzione disciplinare.

Tribunale di Vicenza, sentenza del 14 dicembre 2017 n. 778

Attività deducibile dai messaggi

I messaggi inviati tramite Whatsapp, contenenti anche fotografie, possono contribuire a dimostrare l’attività di lavoro subordinato. Si tratta infatti di prove documentali che, insieme alle testimonianze, provano l’attività svolta come dipendente all’interno di una pizzeria.

Tribunale di Torino, sentenza del 15 gennaio 2018 n. 55

Ok alla malattia comunicata su wa

Il lavoratore può informare il datore dell’assenza per malattia con un messaggio Whatsapp. È un documento scritto e il suo invio può essere più efficiente di una raccomandata a/r perché la “doppia spunta” grigia e blu dà informazioni immediate su data e ora di consegna e lettura.

Tribunale di Roma, sentenza del 30 ottobre 2017 n. 8802

Niente social durante il servizio

Il datore di lavoro può vietare ai propri dipendenti di “chattare” via Whatsapp o “postare” messaggi sui social network durante l’orario di lavoro senza sentire le associazioni sindacali: è legittimo pretendere che le energie del dipendente si rivolgano soprattutto alle attività lavorative.

Tribunale di Lecce, ordinanza 11 aprile 2017 n. 18452


note

[1] Trib. Milano, sent. del 24.10.2017.

[2] Cass. sent. n. 49016/2017.

[3] Trib. Catania, ord. del 27.06.2017.

 

Decreto di rigetto n. cronol. 1973/2017 del 30/09/2017 RG n. 425/2017

TRIBUNALE ORDINARIO di Tribunale Ordinario di Fermo SEZIONE CIVILE

SETTORE LAVORO

Il Giudice, a scioglimento della riserva assunta in data 28 Settembre 2017, osserva: dal ricorso si apprende che:

Il ricorrente veniva assunto a tempo indeterminato con decorrenza

2.7.2012 dalla Civitanavi Systems Srl con mansioni di Progettista/Sistemista Senior, 7^ livello contrattuale, CCNL Metameccanica

lettera assunzione del 2.7.2012 e alle altre condizioni previste nella stessa e

nella precedente lettera di impegno per assunzione con contratto a tempo

indeterminato senza data ma sottoscritta pochi giorni prima, tra le quali la

previsione di un consistente pacchetto di Stock Options pari allo 0.8% del

capitale sociale della società.

concorreva pienamente ( il suo n.ro di matricola è il n. 2 ), la sua mansione

diventava quella di Direttore delle Operazioni, livello 8^-quadro. In tale

posizione è responsabile dei settori acquisti, magazzino, produzione e

assistenza, coordinando un gruppo di lavoro composto di altre 11 persone, e

produzione, 4 esperti nella produzione, 3 persone in formazione nella

produzione, 1 magazziniere in formazione, 1 esperto in service. Svolgendo

questa attività centra sempre gli obiettivi aziendali prefissati e ottiene il 100%

dei premi di produzione previsti sia nel 2015 che nel 2016. Eione di giustificatezza, che non corrisponde al giustificato motivo o alla giusta causa, può fondarsi su ragioni ascrivibili al dirigente. Ora, un dirigente di cui venga messa in dubbio la visione strategica di ampio respiro, che reagisca affermando che se si fa male lui si fanno male tanti in azienda, e che non può essere tranquillamente messo da parte a differenza di altra persona licenziata poco tempo prima dalla azienda con cui fu trovato un accordo, effettivamente pone in essere strategie di tipo intimidatorio ricattatorio, cui si aggiungono pesanti apprezzamenti riguardo lavuto un boom nel fatturato, ed al momento dei fatti che hanno indotto Civitanavi al licenziamento lista economico può essere un grande azzardo, può avere il suo

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N. R.G. 2017/425

Firmato Da: MERLETTI PIETRO Emesso Da: POSTECOM CA3 Serial#: 162b80

Decreto di rigetto n. cronol. 1973/2017 del 30/09/2017 RG n. 425/2017

significato nel voler escludere il maggior numero di partners possibili dalla produzione di sistemi molto costosi che hanno intuitivamente clienti che non si ha piacere si sappia troppo in giro quali sono. Va da sé quindi che anche non condividere appieno la vision dellstificatezza necessaria e sufficiente ai fini del licenziamento di quello che nei fatti è un dirigente apicale; soprattutto se lui ha o crede di avere strumenti potenti di pressione per rendere la propria posizione inattaccabile alllla azienda, può e deve rappresentare quella mancanza di fiducia e coesione che una azienda votata alla produzione di costosi strumenti che servono la industria bellica e prevedono di ampliare il loro giro di affari a seguito di una fiera in Turchia deve avere al suo interno per poter sfruttare appieno il momento, che può apparire irripetibile in questa particolare congiuntura storica. Va da sé che non occorre troppa fantasia per comprendere cosa voglia dire il non mi faccio male da solo; ed anche il riferimento alle stock options, per cui in sede di trattative il ricorrente ritiene abbia diritto per la liquidazione a fini transattivi per alcune centinaia di migliaia di euro, assume un preciso significato, tale da escludere nel caso concreto la invocata applicazione della tutela reintegratoria. Nel caso di specie risulta essere stata rispettata la garanzia procedurale prevista per legge, e le contestazioni sono state sufficientemente chiare e precise; ed in particolare nelle giustificazioni addotte il ricorrente ha ribadito di non sentirsi in pericolo perché la sua situazione era diversa rispetto a quella della dipendente allontanata, e di aver vissuto come mobizzante quanto riferitogli dallare agosto mese di chiusura estiva, soprattutto con la situazione geopolitica venutasi a creare proprio nellione va valutata in concreto con la necessità di controllare cosa avesse o potesse avere in mano il ricorrente per mettere pressione alla azienda, per cui nel caso di specie va dichiarata sussistente; e pertanto non può essere valutato il comportamento dissimulatorio e finto amichevole ( ti ho fregato una cicca disse la moglie della soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Respinge il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in euro 4.500,00 per compensi,

oltre esborsi ed accessori e rimborso forfetario 15%.

Fermo, 30 Settembre 2017 Il Giudice Pietro Merletti

Firmato Da: MERLETTI PIETRO Emesso Da: POSTECOM CA3 Serial#: 162b80

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1 Commento

  1. Mia figlia a fatto una stupidaggine – a inoltrato un messaggio da un gruppo whatsapp privato che parlava di lavoro- cosa si rischia.

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