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Denuncia per calunnia e assoluzione: spetta il risarcimento?

30 giugno 2018


Denuncia per calunnia e assoluzione: spetta il risarcimento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 giugno 2018



Nel 2013 venivo deferito dalla Polizia di Stato per il reato di cui agli artt. 134 e 140 del T.U.L.P.S. (R.D. 773 del 18.6.1931). Il Giudice Monocratico del Tribunale mi ha assolto dal reato ascritto perchè “il fatto non sussiste”. La denuncia a p.l. da parte della P.S. ha indotto, propedeuticamente, la Prefettura a revocare la licenza di investigatore privato di cui ero titolare. A seguito della suddetta assoluzione, ho richiesto il rilascio di una nuova licenza e sono in attesa del rilascio. Dal 2013 ad oggi ho dovuto rinunciare a molte richieste di investigazioni e quindi un danno economico non indifferente. Posso chiedere il risarcimento del danno subìto?

Per quanto riguarda la condotta del soggetto denunciante (cioè la Polizia di Stato e, quindi, il Ministero dell’Interno da cui la Polizia di Stato dipende) la Corte di Cassazione, con sentenza n. 6.554 del 2014 ha chiarito che la denuncia di un reato perseguibile d’ufficio non è fonte di responsabilità per danni a carico del denunciante anche in caso di proscioglimento o di assoluzione della persona denunciata, salvo il caso in cui la denuncia possa considerarsi calunniosa.

Quindi, al di fuori del caso in cui la denuncia costituisca una calunnia, cioè al di fuori del caso in cui il denunciante sappia con certezza che la persona denunciata è innocente, il denunciante non può essere chiamato a risarcire i danni anche se successivamente il denunciato viene assolto.

La spiegazione di tutto questo è che l’attività del pubblico ministero che avvia le indagini e poi quella del giudice che decide con sentenza sono attività che si vanno a sovrapporre all’attività di chi ha presentato la denuncia e questa sovrapposizione dell’attività dell’autorità che indaga e di quella che giudica all’attività di chi presentò la denuncia fa venir meno qualsiasi collegamento tra la denuncia e i danni eventualmente subìti dalla persona denunciata.

Riassumendo: se il lettore non dimostra che la denuncia fu presentata da un soggetto che aveva la certezza (fin da allora) che questi fosse innocente, non potrà ottenere alcun risarcimento del danno da parte della Polizia di Stato (per meglio dire dal Ministero dell’Interno) e/o dal singolo agente o ufficiale di Polizia che materialmente presentò e sottoscrisse la denuncia nei confronti del lettore.

Invece nei confronti della Prefettura, che revocò a quest’ultimo la licenza, il lettore avrebbe dovuto impugnare dinanzi al Tribunale amministrativo regionale, entro i termini tassativi previsti dalla legge, il provvedimento di revoca della licenza.

Non avendo impugnato il provvedimento di revoca, quel provvedimento non solo divenne definitivo, ma oggi non se ne può più discutere la legittimità.

Se il lettore lo avesse impugnato, avrebbe potuto chiedere al Tribunale amministrativo regionale di annullare la revoca perché, ad esempio, la revoca della sua licenza fu decisa soltanto sulla base di un procedimento penale ancora pendente senza invece attendere una sentenza definitiva di condanna o, almeno, una sentenza di condanna di primo grado.

Ma, pare di capire che il provvedimento di revoca non fu dal lettore impugnato e ciò gli impedisce, oggi, di poter chiedere un risarcimento nei confronti della Prefettura che gli revocò la licenza: infatti, nei confronti della Prefettura, un risarcimento gli sarebbe spettato se si fosse dimostrato che la revoca fu adottata nei confronti del lettore in modo illegittimo, ma questa dimostrazione non è più possibile perché per arrivarci occorreva, come sopra precisato, impugnare il provvedimento di revoca dinanzi al competente Tribunale amministrativo e ottenere da esso una sentenza che annullasse la revoca stessa.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv.  Angelo Forte

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