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Incolpare un collega in anonimato si può?

24 giugno 2018


Incolpare un collega in anonimato si può?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 giugno 2018



Denuncia anonima: il whistleblowing negli ambienti di lavoro copre solo le accuse di corruzione e non i litigi personali.

Siamo davvero sicuri di aver compreso cosa si intende con whistleblowing? Sì, siamo d’accordo: si tratta delle denunce in anonimo che fa il dipendente quando viene a sapere di fenomeni di corruzione all’interno del proprio ambiente di lavoro. Per chi si sacrifica? Per il bene comune ossia per l’azienda pubblica (o incaricata di un pubblico servizio) e quindi per la collettività. Perché in anonimato? Perché la legge vuol tutelare chi sa ma non dice perché teme ritorsioni o semplicemente di attirare le antipatie degli altri. Ma attenzione: il whistleblowing non può servire per risolvere i conflitti privati tra colleghi. Diversamente si finirebbe per agevolare qualsiasi forma di accusa, anche quelle più immotivate, impedendo una valida difesa all’incolpato. Dunque incolpare un collega in anonimato si può? Non sempre. E a firmare questa sentenza è il Tar Campania [1]. La legge del 2017 [2] che ha legittimato “le soffiate” infatti serve per preservare un interesse pubblico e non privato.

Cos’è il whistleblowing

Una legge del 2017, emanata per favorire la segnalazione di eventuali illeciti da parte dei dipendenti nell’ambito della pubblica amministrazione o delle imprese private, ha previsto l’inserimento nei modelli organizzativi uno o più canali che consentano di presentare, a tutela dell’integrità dell’ente, segnalazioni circostanziate di condotte illecite, fondate su elementi di fatto precisi e concordanti, o di violazioni del modello di organizzazione e gestione dell’ente, di cui siano venuti a conoscenza in ragione delle funzioni svolte. Tali canali devono garantire la riservatezza dell’identità del segnalante nelle attività di gestione della segnalazione, anche con modalità informatiche.

Nei modelli va, inoltre, previsto:

  • il divieto di atti di ritorsione o discriminatori, diretti o indiretti, nei confronti del segnalante per motivi collegati, direttamente o indirettamente, alla segnalazione;
  • un sistema disciplinare che sanzioni nei confronti di chi viola le misure di tutela del segnalante, nonché di chi effettua con dolo o colpa grave segnalazioni che si rivelano infondate.

Il whistleblowing nasce dall’esperienza del sistema statunitense caratterizzato dalle “public company”, in cui è forte l’interesse della collettività al corretto svolgimento dell’attività societaria e in cui è grande il distacco tra dipendenti e proprietà; tutt’altro panorama esiste nel nostro Paese, costituito per la maggior parte da piccole e medie imprese di origine familiare.

Whistleblowing e anonimato

Se hai già letto il nostro articolo Whistleblower: la denuncia resta sempre anonima? saprai già che il problema non è nuovo: quello del contemperamento degli interessi dell’accusato – che necessita di conoscere tutti gli atti del procedimento e anche il nome dell’accusatore poiché solo così può contestare le ragioni che hanno portato alla sua accusa – e quello di chi accusa e che non vuole uscire allo scoperto. Qual è il punto di bilanciamento tra i due diritti? Intanto si può comprimere il diritto di un cittadino in quanto ci sia un preminente interesse collettivo, quindi superiore. Va bene l’anonimato del whistleblower a condizione però che questi si sia mosso per il bene comune, ossia contro la corruzione nella pubblica amministrazione. Tanto è vero che è prevista la denuncia al responsabile anticorruzione della struttura o all’Anac, l’autorità nazionale del settore. Solo in questi casi l’accusa resta anonima.

Resta invece il diritto dell’accusato di sapere il nome dell’accusatore presentando una domanda di “accesso agli atti” per quanto riguarda le ordinarie controversie di lavoro fra colleghi o i conflitti contro i superiori. Si pensi a una accusa di mobbing o di bossing. Difatti le contestazioni inerenti il rapporto di lavoro sono regolate da altre norme. Del resto, se si concedesse lo scudo dell’anonimato a chi denuncia mere violazioni dei diritti dei lavoratori, si finirebbe per violare il principio della trasparenza che è fondamentale nel pubblico impiego.

Nel nostro caso la segretaria non agisce nell’interesse della scuola ma del proprio nell’ambito di un’annosa controversia con la preside: se tutte le liti coi capi fossero coperte dal whistleblowing, osservano i giudici, verrebbe meno il principio di accesso agli atti che è alla base di tutta l’azione amministrativa.

Le stesse circolari Inps e Inail escludono che le denunce dei lavoratori possano riguardare questioni personali, ad esempio nel rapporto con i colleghi.

note

[1] Tar Campania, sent. n. 3880/18.

[2] L. n. 179/2017.


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