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Licenziamento per crisi aziendale: si può impugnare?

24 giugno 2018


Licenziamento per crisi aziendale: si può impugnare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 giugno 2018



Il licenziamento per motivazione economica  può essere contestato se le ragioni addotte dal datore di lavoro sono generiche e non dimostrate nei fatti.

Il tuo datore di lavoro ti ha mandato a chiamare. Con una laconica comunicazione, ti ha informato del calo di fatturato che ha interessato l’azienda e della necessità di tagliare i costi. Per farla breve, sarai licenziato. Ma non ti preoccupare, ha tentato di rassicurarti: prenderai la disoccupazione e ti verrà rilasciata un’ottima lettera di referenze. A te, che hai lavorato in quella realtà da anni, non sono certo ignote le condizioni in cui versa la produzione: non hai notato riduzioni di clientela, non hai avvertito una contrazione del lavoro e la manodopera, tua come dei tuoi colleghi è sempre stata necessaria come il primo giorno. Difficile pensare a una reale motivazione economica dietro la scelta del capo di licenziarti, scelta che, in verità, appare più il frutto di ragioni personali. Così, prima di affidare la tua tutela a un avvocato, ti chiedi se si può impugnare il licenziamento per crisi aziendale. Sul punto si è pronunciata proprio di recente la Cassazione [1] la quale ha così chiarito cosa prevede in questi casi la legge. Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona il licenziamento per motivazioni economici.

Quando scatta il licenziamento per motivazione economica

Il licenziamento per crisi aziendale o, come lo chiamano i tecnici del diritto, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, scatta tutte le volte in cui le ragioni della produzione non consentono di sostenere la spesa per lo stipendio del lavoratore. Il caso classico è quello di una situazione prefallimentare o quando compaiono nuovi concorrenti che impongono una revisione delle prospettive di crescita; ma può ricorrere anche nel momento in cui vi è una cessazione di un ramo d’azienda o per soppressione di una posizione lavorativa perché non più remunerativa.

Un orientamento più permissivo, affacciatosi di recente ma ormai stabile, afferma il potere del datore di lavoro di procedere al licenziamento anche solo per ottenere maggiori utili: non è necessario quindi che vi sia un calo del fatturato ma è sufficiente l’esigenza di procedere a una migliore allocazione delle risorse produttive e alla riduzione degli sprechi.

Quando il licenziamento per crisi aziendale è illegittimo

La Costituzione riserva all’imprenditore l’autonomia gestionale della propria azienda. È solo lui che può dire se e quando assumere un dipendente o fino a quando questo è utile o va licenziato. L’unica condizione e limite a tale potere è che, nel motivare il licenziamento, il datore deve indicare le ragioni effettive della sua scelta, ragioni che possono anche risiedere in valutazioni di opportunità imprenditoriale ma mai in motivi discriminatori, antipatie personali o difficoltà di relazione.

Detto in sintesi e senza troppi giri di parole: il datore di lavoro è libero di licenziare il dipendente non più utile a patto che dica la verità e che possa poi provarla.

Il giudice può annullare il licenziamento per crisi aziendale?

Non spetta al giudice sindacare le scelte del datore, valutare l’opportunità di contenere i costi né tantomeno sostituirsi a questi nel vagliare le possibili soluzioni per far fronte alla crisi. Il magistrato può tutt’al più verificare l’esistenza delle ragioni poste dall’imprenditore a fondamento della sua scelta di procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro, investigare sul fatto se sono pretestuose, ossia una banale scusa per togliersi di mezzo il dipendente.

Leggi Quando il licenziamento è illegittimo.

Dunque si può impugnare il licenziamento per crisi aziendale purché si dimostri che la motivazione è generica e l’azienda, in realtà, non è affatto in crisi. Una volta che il datore di lavoro ha optato per tale forma di licenziamento resta vincolato ad essa e non può più tornare sui suoi passi o dare ulteriori motivazioni. Per cui, se non c’è prova di una effettività della crisi, o se dopo il licenziamento l’azienda ha assunto un’altra persona da adibire agli stessi compiti o se infine il licenziamento è motivato per soppressione del posto di lavoro ma in realtà le stesse mansioni vengono svolte da un altro dipendente; allora il provvedimento del datore di lavoro è illegittimo e il dipendente ha diritto al risarcimento del danno.

Attenzione però. Se nel licenziamento per motivi disciplinari è necessaria, oltre al preavviso, la lettera con cui l’interessato viene avvisato dell’avvio del procedimento, in quello per motivazioni economiche ciò non avviene. Per cui è già dalla prima (e unica) comunicazione che iniziano a decorrere i 60 giorni per impugnare il licenziamento inviando la contestazione scritta al datore.

note

[1] Cass. sent. n. 16572/18 del 22.06.2018.

Autore immagine: 123rf com

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