Diritto e Fisco | Articoli

Trasferimento del dipendente illegittimo: che fare?

25 giugno 2018


Trasferimento del dipendente illegittimo: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 giugno 2018



Il dipendente non può disobbedire all’ordine del datore di lavoro di recarsi presso la nuova sede; può tutt’al più impugnare il provvedimento davanti al tribunale.

Il tuo datore di lavoro ti ha comunicato che, dal prossimo mese, sarai trasferito presso un’altra sede della società collocata in una città diversa, ma comunque vicina. Ciò nonostante non hai fatto i salti di gioia e hai deciso di opporre un ferreo rifiuto: non ci sono ragioni valide per mandarti via. Il provvedimento, in quanto immotivato, ti appare come un atto ritorsivo nei tuoi riguardi. Peraltro ti è stato comunicato all’ultimo, senza un congruo preavviso. Come puoi opporti? Che fare se il trasferimento del lavoratore è illegittimo? La questione è stata decisa di recente da un’ordinanza della Cassazione [1]. Secondo i giudici il dipendente non può assentarsi dal lavoro se prima non ha impugnato il provvedimento del datore di lavoro. Ma procediamo con ordine e vediamo quando è possibile trasferire un lavoratore ed entro quali termini la decisione va comunicata; chiariremo anche quando il trasferimento può essere usato come sanzione nei confronti del dipendente e, soprattutto, come deve fare quest’ultimo per opporsi.

Cos’è il trasferimento?

Quando si parla di trasferimento ci si riferisce a uno spostamento del luogo di lavoro del dipendente definitivo e senza limiti di durata.

Il datore di lavoro è tenuto a comunicare in via telematica il trasferimento ai servizi per l’impiego entro 5 giorni, con modello Unificato Lav.

Quando è possibile il trasferimento

Il dipendente può essere trasferito da un’unità produttiva a un’altra solo in presenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, ragioni che devono essere oggettive (quindi non determinate da mere valutazioni personali dell’imprenditore) e che, in caso di contestazione da parte del lavoratore, devono essere dimostrate dal datore di lavoro. In caso di trasferimento nell’ambito della stessa unità produttiva, il datore non deve però dimostrare le predette ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Per «unità produttiva» si intende la sede caratterizzata da condizioni imprenditoriali di indipendenza tecnica e amministrativa tali che in essa si esaurisce per intero il ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività produttiva aziendale

È possibile trasferire un dipendente per incompatibilità ambientale, quando cioè questi ha avuto screzi e litigi con i colleghi tali da determinare conseguenze sull’attività aziendale e sulla produzione (quali tensione nei rapporti personali o contrasti nell’ambiente di lavoro).

Si può infine avere un trasferimento disciplinare, inteso come sanzione nei confronti del dipendente che abbia violato i propri obblighi o si sia macchiato di insubordinazione. In tal caso deve essere rispettata la procedura prevista per l’irrogazione delle sanzioni disciplinari. Il trasferimento disciplinare è lecito solo se previsto dai contratti collettivi.

Come contestare il trasferimento illegittimo

Il dipendente che ritiene illegittimo il trasferimento non può non presentarsi presso la nuova sede di lavoro, ma deve prima impugnare il provvedimento del datore davanti al tribunale. Difatti, chi si limita a non obbedire si macchia di insubordinazione e, pertanto, può essere licenziato. È ammesso l’atto di “autotutela” (il rifiuto cioè a prendere servizio presso la nuova sede) solo a patto che vi siano valide ragioni come, ad esempio, per il dipendente con la 104 che ha l’impossibilità a muoversi o ad allontanarsi da un familiare portatore di handicap.

Così la Cassazione ha spiegato che perde il posto la lavoratrice madre assente nella nuova sede che non impugna il trasferimento. Il recesso dell’impresa va considerato, infatti, come presa d’atto dell’avvenuta risoluzione del contratto e non come licenziamento disciplinare.

Nel caso di specie deciso dalla Corte, una donna, durante il periodo di astensione facoltativa per maternità, aveva ricevuto un trasferimento ad altra sede della stessa azienda. La neomamma ha contestato la legittimità del provvedimento, sostenendo la mancanza delle ragioni tecniche ed organizzative, nonché l’incompatibilità della decisione adottata dall’azienda con le sue condizioni di famiglia, essendo madre di due bambini molto piccoli. Terminato il periodo di astensione facoltativa, la lavoratrice si è recata presso la vecchia sede di lavoro. Lì le è stato impedito di lavorare. Così è arrivato il licenziamento per assenze ingiustificate presso la diversa sede ove era stata trasferita.

La vicenda è giunta fino in Cassazione. I giudici hanno detto che l’offerta della prestazione lavorativa avvenuta in diversa sede non aveva alcun valore essendo stata la dipendente ormai trasferita. L’eventuale illegittimità del trasferimento non legittima in via automatica il rifiuto del lavoratore a eseguire la prestazione lavorativa in quanto, vertendosi in ipotesi di contratto a prestazioni corrispettive, la parte adempiente può rifiutarsi di eseguire la prestazione a proprio carico solo ove tale rifiuto, avuto riguardo alle circostanze, non risulti contrario a buona fede.

In pratica, per disobbedire al datore di lavoro il dipendente deve prima rivolgersi al tribunale, salvo vi siano urgenti e gravi ragioni per farlo.

note

[1] Cass. ord. n. 16697/18 del 25.06.2018.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI