Diritto e Fisco | Editoriale

Il cyberbullismo e il suicidio su Facebook: la scuola forma?

10 gennaio 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 gennaio 2013



Il suicidio della quattordicenne di Novara, vittima su Facebook di atti di cyber bullismo, ha scatenato un coro di polemiche: i social network sono, specie per i più giovani, un far west incontrollato, dove non viene tutelata la sicurezza dei più deboli. Vige la legge del più forte e, a volte, la fine è davvero drammatica.

Chi, in questi casi, deve attivare i dovuti controlli? I genitori degli sconsiderati colpevoli? La famiglia del minore che naviga indisturbato su internet? Il social network stesso, tenuto a risarcire i danni per le condotte dei propri utenti?

Il Garante della Privacy ha scritto una lettera al ministro Profumo, ricordando i recenti casi di adolescenti che hanno abbracciato il suicidio per essersi sentiti violati nella loro dignità da insulti e offese laceranti.  C’è bisogno di affrontare il tema dell’uso responsabile dei social network, continua nella lettera l’Authority, mentre sollecita le scuole affinché trattino il tema della tutela della riservatezza e della dignità delle persone nel mondo online.

È aiutandoli [i ragazzi, n.d.r.] a conoscere realmente gli strumenti che abitualmente usano, ma di cui spesso ignorano i pericoli, che potremmo garantire loro un’autentica capacità di costruire se stessi, di sviluppare in libertà e armonia la loro identità’‘.

Purtroppo, però, non si può negare che il problema si ponga già sul piano “formativo”. La nostra generazione – che è quella che dovrebbe insegnare ai giovani le dovute cautele – è una generazione di mezzo: a metà tra una società che non ha mai vissuto la rete e le nuove leve che invece la frequentano giornalmente.

Ai bambini che mettono il primo piede fuori casa si raccomanda di “non accettare caramelle dagli sconosciuti”. Chi conosce la strada, sa anche i pericoli che essa nasconde.

Nessuno però ha formato la nostra generazione sui rischi del web, nessuno ci ha mai detto di “non accettare le caramelle” su internet. Il risultato è che l’attuale classe docente conosce la rete meno dei propri alunni.

Cosa potremo insegnare, dunque, ai ragazzi di oggi?

Servirebbe formazione per i formatori, servirebbe una specifica disciplina scolastica per la conoscenza della netiquette, servirebbe che i ministri comprendessero di fronte a quale giungla ci troviamo. Ma perché ciò succeda, in Italia deve prime morire qualcuno.

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2 Commenti

  1. Il problema del bullismo si esprime in varie forme, e la rete è solo una delle tante possibilità. La rete è solo un modo di comunicare, cosa comunichiamo e come ci condiziona, dipende esclusivamente da noi, non dalla rete.
    Alcuni consigli su come muoversi in rete non guastano, ma è vergognoso che dopo 30 anni che si comunica con internet la classe docente non sia ancora informata. Quando una persona sceglie di insegnare, il tenersi aggiornato dovrebbe essere un suo dovere, la sua passione principale.
    Ma le persone, insegnanti compresi, si comportano in base alle regole e le procedure in cui devono muoversi. Chi scrive queste regole e queste procedure spesso non ha la minima cognizione su come debbano essere fatte.
    L’iter professionale di un qualsiasi politico si basa su elementi che non hanno nulla a che vedere sulle sue capacità tecniche e sociali. Per questo abbiamo delle leggi che non funzionano.
    Nella scuola mancano alcuni elementi base indispensabili per far funzionare un qualsiasi sistema:
    1 concorrenza: se l’alunno e i genitori potessero scegliere liberamente tra diverse soluzioni, si avrebbe una selezione “naturale” della qualità delle offerte. Non bisogna combattere la scuola privata come scuola di elite, ma fare in modo che ci siano scuole private accessibili allo stesso prezzo di quelle pubbliche.
    2 feedback: non c’è nessuna retorazione nel sistema scolastico italiano. L’insengnate non riceve nessun beneficio se insegna meglio di un altro. Ma non solo, l’insegnante non ha strumenti per valutare la qualità del proprio operato. Sono indispensabili alcune strategie in questo senso. Nelle università americane gli alunni votano i propri insegnanti, quelli con i voti più bassi perdono il posto. Ma non solo, si potrebbero fare statistiche sui rendimenti dei propri alunni negli studi successivi, nel lavoro, ecc. L’insegnante rimane praticamente sempre solo in classe, non esiste un insegnante “esperto” che lo aiuti e lo controlli nel suo lavoro. Finita l’università l’insegnante si trova ad affrontare da solo la sua prima classe, e si inventa al momento dei modi per interagire con i ragazzi, modi che sono quasi sempre sbagliati, perchè improvvisati, non sono frutto di ricerche e studi. Sono frequenti i casi di insegnanti che abbandonao persino la classe per andare al bar, e vengono pagati esattamente come chi si dedica al lavoro con impegno e dedizione.
    3 evoluzione: la scuola è la base del mondo di domani, e nella scuola mettiamo insegnanti che hanno studiato 20 anni va, cose che erano già vecchie 20 anni fa. L’insegnamento come la scuola devono essere attività aperte ed in sintonia con il mondo attuale. Quando entro in una scuola e vedo che l’insegnante è in difficoltà ad usare Word o gli strumenti più elementari di informatica, mi rendo conto di quanto si renda ridicolo agli occhi dei suoi alunni. L’insegnamento dovrebbe essere una attività di ricerca sempre all’avanguardia, in cui l’insegnante principalmente studia,ed in parte insegna.
    4 preparazione sociale e psicologica: la scuola deve formare i ragazzi, aiutarli ad affrontare positivamente la propria vita. La scuola dovrebbe trasmettere la gioia di vivere, l’amore per conoscenza, il rispetto, l’altruismo, la correttezza. Nel 99% dei casi gli alunni sono annoiati, odiano la scuola, e non vengono seguiti perchè la scuola quasi sempre fallisce nel suo scopo rpincipale: insegnare a vivere.
    5 positività: se vogliamo genete positiva, dobbiamo avere insegnanti positivi. Mettereste mai in un villaggio turistico un animatore noioso epieno di sè? E nella scuola dobbiamo dare principalmente la voglia di vivere e di apprendere. Dobbiamo mettere persone che abbiano queste caratteristiche e le sappiano trasmettere. Se obblighiamo un alunno ad imparare a memoria il teorema di Pitagora, avremo una person che odia la matematica. Se gli spieghiamo la storia di Pitagora, dell’importanza dei suoi studi, come è arrivato a scoprire questa formula, se riusciamo a trasmettergli l’energia e l’entusiasmo dell’inventore, avremo un bambino assetato di conoscienza che vorrà studiare e capire sempre nuove formule.
    Tutte queste cose non ci sono nella scuola, se non per lodevole iniziativa di qualche insegnante che cerca di inserirle in un sistema fatto di regole e nozionismi inutili e deleteri. Ma sono elementi base di una qualsiasi attività di successo. In nessuna attività privata i lavoratori vengono lasciati liberi a se stessi, senza guida, senza controlli, senza aiuti. In nessuna attività non si controllano i risultati, la qualità del lavoro fatto, la soddisfazione del cliente (alunno). Solo uno Stato, fatto da politici fuori da ogni controllo, che decidono persino i propri stipendi aumentandoseli senza nessun controllo, potevano inventare delle regole così inefficaci per la scuola.
    E purtroppo è vero che perchè cambino le regole deve morire qulcuno. Di alunni ne sono già morti tanti, gli insegnanti si trovano bloccati in un sistema che non hanno creato loro, i genitori si danno fuoco davanti al Quirinale, se deve morire ancora qualcuno, adesso è sicuramente il turno dei politici.

  2. Edu-video: questa è la risposta dell’associazione Cuore e Parole Onlus alla necessità di fare prevenzione a scuola. Un collage di contributi di esperti che spiegano ai ragazzi e agli adulti opportunità e rischi del web. Non costa nulla e può essere richiesto da scuole e insegnanti inviando una mail a: segreteria@cuoreparole.org.

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