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Bancarotta: cos’è

14 agosto 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 agosto 2018



Cos’è il reato di bancarotta, chi lo commette e con quali pene è punito dall’ordinamento italiano.

Il nostro ordinamento, sin dagli anni ’40, ha previsto e disciplinato gli illeciti fallimentari, ovvero quelle fattispecie di reato che possono essere commesse da imprenditori ed amministratori di società, in particolare nei momenti di crisi aziendale. In questo periodo di difficoltà economica che sta attraversando l’Italia ci sembra utile soffermarci, più nello specifico, sul reato di bancarotta per capire in cosa consiste. Dunque: la bancarotta cos’è? Analizziamo insieme le sue caratteristiche e le diverse fattispecie previste.

Bancarotta: cos’è?

La bancarotta, il cui termine deriva dall’uso genovese di epoca medievale di rompere il tavolo (la banca, appunto) del commerciante o dell’artigiano divenuto insolvente, è un delitto (punito piuttosto severamente) previsto sin dal 1942 [1]. Il delitto di bancarotta può essere commesso da un imprenditore individuale o una società che siano stati dichiarati falliti dal tribunale. La dichiarazione di fallimento, infatti, è presupposto indispensabile affinché possa essere contestato il reato di bancarotta.

Ma cos’è il fallimento? Il fallimento è un istituto giuridico che tratta la situazione di un’impresa dissestata dal punto di vista economico; un’impresa che non è più in grado di far fronte, con le proprie risorse, al pagamento delle obbligazioni contratte (con i fornitori, con le banche o con altri creditori). Si tratta, nello specifico, di una procedura concorsuale attraverso la quale il tribunale spossessa l’imprenditore insolvente dei propri beni al fine di risarcire i creditori liquidando in loro favore i beni rimasti ancora nel patrimonio dell’impresa.

 La bancarotta semplice

La bancarotta può essere genericamente definita come quel delitto commesso dall’imprenditore fallito che pone in essere comportamenti che, se non sono intenzionalmente finalizzati ad arricchirsi a discapito dei propri creditori, indicano una gestione imprudente (o addirittura temeraria) dell’attività. Il delitto di bancarotta si suddivide in due fattispecie:

  • bancarotta semplice;
  • bancarotta fraudolenta.

Commette il reato di bancarotta semplice [2] l’imprenditore fallito che:

  • ha fatto spese personali (o per la famiglia) sproporzionate ed eccessive rispetto alla sua condizione economica;
  • ha compromesso il suo patrimonio con operazioni manifestamente imprudenti o di pura sorte;
  • ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;
  • ha aggravato il proprio dissesto astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;
  • non ha assolto alle obbligazioni assunte con un precedente concordato preventivo o fallimentare;
  • ha omesso di tenere (o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta) i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge nei tre anni precedenti al fallimento (o dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata).

Tutte queste azioni hanno in comune una gestione temeraria dell’impresa che danneggia i creditori: in sostanza, ci troviamo di fronte ad un imprenditore che sperpera il denaro dell’azienda con imprudenza ed imperizia (ma senza dolo).

Immaginiamo il figlio di un importante imprenditore che, ritrovandosi all’improvviso a gestire l’impresa, inizi a fare grandi spese (compri macchine e case di lusso, faccia viaggi lunghi ed onerosi) e ne comprometta (non intenzionalmente) il patrimonio. Discorso diverso, invece, va fatto per la bancarotta fraudolenta.

La bancarotta fraudolenta

La prima, significativa, differenza che esiste tra la bancarotta semplice e quella fraudolenta [3] è che, per la realizzazione di quest’ultima, l’imprenditore deve agire con volontà e intento fraudolento, con frode (appunto). Con l’etichetta di bancarotta fraudolenta sono, in realtà, punite tre diverse categorie di comportamenti.

  • La bancarotta fraudolenta per distrazione si realizza quando l’imprenditore (o l’amministratore della società) fallito (o prossimo al fallimento) sottrae, distrae, nasconde (occulta) e/o distrugge beni e risorse dal patrimonio proprio o da quello sociale al fine di arricchirsi ai danni dei propri creditori oppure quando espone o riconosce passività inesistenti.

Come dicevamo, in questo caso il comportamento dell’imprenditore o amministratore non è meramente avventato o temerario ma è, appunto, fraudolento, voluto e deliberatamente mirato a danneggiare (a proprio vantaggio) i creditori sociali che restano privi di ogni garanzia patrimoniale del loro credito.

  • La bancarotta fraudolenta preferenziale si realizza quando il fallito, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire (a danno dei creditori) taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione. In queste ipotesi l’imprenditore non agisce per arricchire sé stesso bensì, nonostante l’impresa non sia più in grado di far fronte alle obbligazioni contratte, esegue dei pagamenti in favore di alcuni dei creditori, con conseguente e maggiore danno per gli altri. Anche questo costituisce reato in quanto uno dei principi cardine che regola la gestione del fallimento è la par condicio creditorum, in forza della quale tutti i creditori hanno diritto di vedere soddisfatte le proprie pretese creditorie sul patrimonio aziendale residuo a parità di condizioni. Questo significa che non possono esservi preferenze, tutti i creditori devono essere soddisfatti in egual misura.
  • Infine, la bancarotta fraudolenta documentale si realizza ogni qualvolta l’imprenditore o l’amministratore (tenuti all’obbligo di registrare l’intera attività su appositi libri contabili previsti dalla legge) distrugge, falsifica o sottrae, in tutto o in parte, i libri contabili allo scopo di procurarsi un ingiusto profitto o di danneggiare i suoi creditori o li tiene in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari. Senza le scritture contabili, infatti, diventa estremamente difficile ricostruire il patrimonio dell’imprenditore o della società e, di conseguenza, verificare su quali beni i creditori potranno rivalersi.

note

[1] R. D. n. 267 del 16.03.1942.

[2] Art. 217 R.D. n. 267 del 16.03.1942.

[3] Art. 216 R. D. n. 267 del 16.03.1942.

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