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News Lavoro: novità decreto dignità

News Pubblicato il 3 luglio 2018

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Torna la causale per il tempo determinato, più costoso il rinnovo dei contratti, accorciata la durata massima, niente incentivi per chi licenzia: che cosa cambia col decreto d’estate.

Guerra al precariato: è questa la finalità principale del cosiddetto decreto dignità, o decreto d’estate, che dovrebbe essere approvato in settimana. Sono numerose le novità in tema di lavoro che limitano gli strumenti di flessibilità: si va dalla riduzione della durata e dalla reintroduzione della causale nel contratto a termine, alla riduzione del numero delle proroghe, all’aumento dei contributi per ogni rinnovo del contratto. Nuovi limiti anche ai contratti di somministrazione: il ricorso a questo tipo di rapporto, in particolare, sarà possibile solo se i lavoratori interinali non supereranno il 20% dell’organico totale, come avviene già per i dipendenti a tempo determinato; anche per la somministrazione è previsto l’aumento dei contributi ad ogni rinnovo contrattuale. Addio agli incentivi, poi, per le imprese che riducono l’occupazione nell’unità produttiva o nell’attività interessata dall’aiuto, e guerra a chi delocalizza, anche dentro l’Unione Europea. Stretta anche sui licenziamenti, con indennizzi che possono arrivare sino a 36 mensilità. Ma facciamo subito il punto della situazione sul lavoro: novità decreto dignità, quali sono e che cosa cambierà per aziende e lavoratori.

Novità contratto a termine

Per quanto riguarda il contratto a tempo determinato, le novità sono numerose. Torna, innanzitutto, la causale del contratto, cioè la motivazione che giustifica il ricorso al termine. La causale non sarà obbligatoria soltanto per i contratti di durata inferiore ai 12 mesi, ma diventerà obbligatoria, a prescindere dalla durata del rapporto (che si abbasserà di un anno), al primo rinnovo.

Le causali che giustificheranno il contratto a termine sono:

  • esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, nonchè sostitutive;
  • esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili d’attività;
  • esigenze relative a lavorazioni e a picchi di attività stagionali, individuati con decreto del ministero del Lavoro.

Per ogni rinnovo, a partire dal secondo, l’aliquota contributiva (cioè la percentuale a titolo di contributi applicata alla retribuzione) aumenterà di 0,5 punti. Sarà sempre dovuta l’aliquota addizionale Aspi (ora Naspi) dell’1,40%.

La durata massima del contratto sarà pari a 24 mesi, non più a 36: ciò significa che, se la durata del rapporto tra l’azienda e il lavoratore, adibito alle stesse mansioni o a mansioni equivalenti, supera i 24 mesi, il contratto diventa a tempo indeterminato.

Il numero massimo di proroghe del contratto scenderà da 5 a 4.

Addio anche al periodo transitorio di applicazione della nuova normativa: le nuove disposizioni dovranno essere applicate da subito.

Novità contratto di somministrazione

Cambia profondamente anche il contratto di somministrazione, cioè quello stipulato dal lavoratore con un’agenzia interinale (ora agenzia per il lavoro), per prestare l’attività lavorativa presso un’azienda utilizzatrice. Questo contratto, difatti, sarà assoggettato agli stessi vincoli previsti per il contratto a termine.

Per la somministrazione a tempo determinato, difatti, così come per il contratto a tempo determinato, è stato deciso l’aumento dei contributi dello 0,5% per ogni rinnovo, a partire dal secondo. Inoltre i lavoratori in somministrazione non potranno superare il limite del 20% dell’organico totale, lo stesso limite che si applica alle assunzioni con contratti a termine. In pratica, le agenzie per il lavoro potranno assumere a termine soltanto un lavoratore su 5, mentre gli altri 4 dovranno essere assunti a tempo indeterminato e mandati, di volta in volta, in missione presso diverse aziende utilizzatrici.

Cresce l’indennità di licenziamento

Arriva una stretta sui licenziamenti illegittimi: l’indennità da corrispondere al lavoratore, difatti, sale da un minimo di 6 a un massimo di 36 mensilità. Ad oggi, l’indennità va da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità, per i dipendenti delle aziende più grandi.

Tornano i voucher

Dopo il flop del contratto di prestazione occasionale e del libretto famiglia dovrebbero essere reintrodotti i tanto discussi voucher, cioè i buoni per le prestazioni di lavoro occasionale accessorio: in effetti i due strumenti, che dal 2017 hanno sostituito i buoni lavoro, si sono rivelati difficilmente fruibili, soprattutto a causa della complessità degli adempimenti collegati e dei tempi di attesa dal pagamento delle somme all’Inps all’accredito nella propria provvista telematica. I contratti di prestazione occasionale, in pratica, sono risultati inadatti a gestire la maggior parte delle attività di lavoro saltuario e, soprattutto, le attività da svolgere con urgenza, richiedendo tempistiche di attivazione eccessivamente lunghe e complicate. Ecco perché è stata proposta la reintroduzione dei voucher nel decreto Dignità: in un primo momento, i buoni lavoro dovrebbero essere reintrodotti nel solo settore agricolo, per poi passare a tutte le altre attività. Abbiamo fatto il punto sulla situazione nel nostro approfondimento sui voucher: che cosa cambia con la loro reintroduzione, quali sono le differenze tra buoni lavoro, contratto di prestazione occasionale e libretto famiglia.

L’ultima bozza del decreto Dignità non dispone la diretta reintroduzione dei voucher, ad ogni modo , ma si prevede la riattivazione dello strumento con una norma successiva.

Novità incentivi all’occupazione

Se un’impresa, destinataria di incentivi e agevolazioni, riduce prima di 5 anni l’occupazione nell’unità produttiva o nell’attività interessata dagli aiuti, perde tutti gli incentivi. Le nuove disposizioni si riferiscono agli aiuti di Stato che prevedono la valutazione dell’impatto occupazionale ai fini dell’attribuzione dei benefici. Tuttavia, in un punto successivo del decreto si prevede l’applicazione della revoca delle agevolazioni anche per altri aiuti: basta che la riduzione dell’occupazione (senza un limite minimo stabilito) abbia impatti industriali o economici perché si perdano gli aiuti. È il caso, ad esempio, degli incentivi alla ricerca.

Stop alla delocalizzazione

Per quanto riguarda la delocalizzazione delle aziende, sono punite non solo le operazioni che avvengono al di fuori dell’Unione Europea, ma anche le delocalizzazioni all’interno della Ue. Ricordiamo che per delocalizzazione si intende il fenomeno per cui un’azienda italiana chiude gli impianti in Italia e li trasferisce in un altro Paese, generalmente un Paese a basso costo unitario del lavoro.

Se un’impresa fruisce di aiuti di Stato e poi delocalizza gli impianti entro 5 anni, secondo la nuova normativa i contributi devono essere restituiti con gli interessi, calcolati al tasso di riferimento vigente al momento dell’erogazione e maggiorati fino a 5 punti. Viene poi applicata una sanzione, che va da 2 a 4 volte l’importo indebitamente fruito (che si tratti di un contributo, di un finanziamento agevolato, una garanzia o una diversa agevolazione).

La normativa, se confermata nella versione attualmente in bozza, dovrebbe essere applicabile anche agli interventi già in vigore, compresi gli iperammortamenti fiscali di Industria 4.0.


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