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Cosa rischia chi non aspetta la polizia dopo un incidente?

27 giugno 2018


Cosa rischia chi non aspetta la polizia dopo un incidente?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 giugno 2018



Anche se i feriti stanno bene non ci si può allontanare dal luogo del sinistro o peggio scappare: in caso contrario scatta il reato di fuga.

Chi è coinvolto in un incidente stradale deve prestare soccorso ai feriti, a prescindere dalla responsabilità per lo scontro. Il che non vuol dire improvvisarsi medico, fare la respirazione bocca a bocca, il massaggio cardiaco o immobilizzare gli arti rotti. Significa solo chiamare l’ambulanza affinché possa prendersi cura dei danneggiati. Non solo. Deve anche aspettare la polizia affinché faccia i rilievi del caso. Quindi non basta fornire le proprie generalità e poi andare via se ancora non sono arrivati gli agenti. Diversamente commette un reato sanzionato dal codice della strada [1]: quello di fuga. A ricordare l’a-b-c dei doveri dei conducenti in caso di sinistro stradale è una recente sentenza della Cassazione [2]. La sentenza, in modo molto chiaro, ricorda a tutti cosa rischia chi non aspetta la polizia dopo un incidente. 

Incidenti con danni solo alle auto

Se hai già letto la nostra guida Non fermarsi dopo un incidente con o senza feriti, saprai già come comportarti in caso di sconto tra due o più veicoli. Qui ripercorriamo solo gli obblighi fondamentali. Sia con che senza feriti, entrambi i conducenti devono fermarsi e fornire all’altro gli estremi della propria assicurazione e della patente. Se c’è accordo sulle responsabilità, firmeranno il CID, il modello di constatazione amichevole, con il quale accelereranno le pratiche di risarcimento.

Chi non si ferma in presenza di danni solo agli automezzi commette solo un illecito amministrativo punito con una normale contravvenzione da 296 a 1.184 euro. Il caso tipico è di chi fa manovra per uscire da un parcheggio e urta un’altra auto parcheggiata accanto in assenza del titolare. Ma lo stesso, a maggior ragione, vale anche se il conducente è dentro l’abitacolo.

Incidenti con feriti

Se però il danno procurato all’altra auto è grave può scattare anche l’obbligo di sottoporre a revisione l’auto e la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi.

Se invece nell’incidente ci sono feriti (danni a persone) tutti i conducenti devono fermarsi, anche quelli che non hanno alcuna colpa, e devono attendere la polizia che procederà ai rilievi e alla redazione del verbale. Verbale che servirà anche ai fini dell’accertamento delle responsabilità e alla liquidazione del danno. Chi va via prima dell’arrivo della polizia commette reato di fuga.

Secondo la Cassazione il reato di fuga si configura anche nei confronti di chi effettui sul luogo una sosta momentanea del tutto insufficiente alla sua identificazione e a quella del veicolo. Si pensi al caso del conducente che, dopo lo scontro, esce dalla macchina e, vedendo che l’altro automobilista è sostanzialmente in buone condizioni, se ne va via.

Sempre nel caso di incidente con feriti, c’è anche l’obbligo (anche per l’automobilista non colpevole dell’incidente) di prestare soccorso; il che, come si diceva in apertura, significa solo chiamare il 118, la polizia o i carabinieri e non invece agire personalmente. A differenza del reato di fuga, quello di omissione di soccorso scatta unicamente nei casi in cui vi sia una concreta situazione di pericolo effettivo. L’illecito penale presuppone la consapevolezza che la persona coinvolta nell’incidente abbia bisogno di soccorso.

Da quanto detto è facile comprendere che il reato di omissione di soccorso si accompagna quasi sempre a quello di fuga, mentre non è detto il contrario (visto che l’omissione richiede un elemento in più, quello dell’effettivo stato di bisogno per il ferito).

Il reato di fuga 

Sul tema del reato di fuga la Cassazione ha fornito ulteriori chiarimenti. Il caso è quello di un uomo che, rimanendo coinvolto in un sinistro stradale, non ottemperava all’obbligo di fermarsi dandosi alla fuga ed in questo modo, inoltre, violava l’obbligo di prestare assistenza ai terzi rimasti feriti a causa del sinistro. Nella specie dalle testimonianze dei danneggiati emergeva che l’imputato fosse sceso dall’auto ma poi con la scusa di compilare il modulo di constatazione amichevole, si era allontanato e, risalendo in auto, si era dato alla fuga senza fornire le proprie generalità.

Ricorda a riguardo la Suprema Corte che l’obbligo di fermarsi sul luogo dell’incidente continua per tutto il tempo necessario ai fini dell’identificazione del conducente e per lo svolgimento degli accertamenti sulle modalità dell’incidente.

note

[1] Cass. sent. n. 29114/18 del 25.06.2018.

[2] Art. 189 co. 6 e 7 cod. strada

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 9 marzo – 25 giugno 2018, n. 29114

Presidente Izzo – Relatore Tornesi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa in data 22 maggio 2015 il Tribunale di Monza dichiarava G.M. responsabile dei reali a lui ascritti e, concesse le attenuanti generiche, lo condannava alla pena di mesi nove di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali. Concedeva la sospensione condizionale della pena e la non menzione.

Disponeva la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per il periodo di anni due e mesi sei.

1.1. All’imputato veniva contestato:

a) il reato di cui all’art. 189, comma 6, cod. strada perché trovandosi alla guida del veicolo tg. (…) e rimanendo coinvolto in un sinistro stradale con feriti, non ottemperava all’obbligo di fermarsi, dandosi alla fuga.

b) il reato di cui all’art. 189, comma 7, cod. strada perché non ottemperava all’obbligo di prestare l’assistenza occorrente a F.G. e a P.G. che, a seguito dell’investimento, riportavano lesioni personali.

1.2. Secondo la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale di Monza, verso le ore 21.00 del (omissis) F.G. stava percorrendo via (omissis) alla guida della sua autovettura Fiat Punto, in compagnia dell’amica P.G. , quando veniva urtata violentemente da una vettura proveniente in senso contrario ad elevata velocità che, nell’effettuare una svolta, invadeva la corsia di marcia opposta, andando a collidere frontalmente con la Punto, ferma al semaforo. L’urto causava gravi danni alle autovetture e lesioni personali alla F. e alla P. .

Il G. scendeva dall’auto per riferire alla F. che si sarebbe spostato per compilare il modulo della c.d. constatazione amichevole ma, una volta risalito sulla vettura, si allontanava dal luogo del sinistro senza neppure fornire le proprie generalità. A questo punto la F. urlava al G. di fermarsi ma quest’ultimo, giunto alla fine della strada, aumentava la velocità e si allontanava malgrado vi fossero spazi per fermarsi senza intralciare la viabilità. Una delle testimoni che aveva assistito al fatto forniva agli operanti di P.G. intervenuti sul posto per effettuare i rilievi dell’incidente le generalità dell’odierno imputato, in quanto suo conoscente. Nel frattempo il Comandante Di Nardo della Polizia Municipale perlustrava la zona limitrofa e, dopo una decina di minuti (a circa mezz’ora dall’incidente), notava in una via distante circa m. 500 dal luogo del sinistro che una persona, poi identificata in G.M. , cercava di sistemare il paraurti della vettura.

A seguito dell’urto la P. , passeggera della Fiat Punto, lamentava immediatamente dolori alla schiena; la F. accusava dolori alla spalla dopo circa dieci minuti e, trasportata con l’autolettiga al Pronto Soccorso, le veniva diagnosticato un trauma cervicale, algia alla spalla sinistra, con prognosi di giorni sette.

2. La Corte di appello di Milano, con la pronuncia del 09 ottobre 2017, confermava la sentenza di primo grado.

3. Il ricorrente G.M. , propone, a mezzo del difensore di fiducia, ricorso per cassazione elevando i seguenti motivi.

3.1. Con il primo motivo deduce la erronea interpretazione e applicazione di legge (artt. 42 co. 2, c.p., 189, commi 1, 6 e 7 codice strada) e la manifesta illogicità e incompletezza della motivazione quanto alla ricorrenza dell’elemento soggettivo tipico del reato.

Sostiene che dalla stessa ricostruzione operata dal Tribunale emerge, quale dato pacifico, come i due conducenti, in seguito all’urto, siano entrambi scesi dalle proprie autovetture e si siano accordati per spostare i rispettivi veicoli al fine di redigere la constatazione amichevole, così come proposto dall’Imputato. Evidenzia che la Corte di appello ha inteso eludere il relativo obbligo argomentativo, spostando la attenzione sull’aspetto volitivo (l’intenzione di fuggire), anziché su quello cognitivo (l’esistenza di danni alle persone), con ciò incorrendo in una grave contraddizione.

Ciò indipendentemente dalla buona fede o meno dell’imputato circa il reale motivo del proprio allontanamento.

La sentenza impugnata riconosce come si sia trattato di lesioni “non immediatamente evidenziabili” (trauma cervicale di origine muscolare), laddove il richiamo comunque alla loro “facile ipotizzabilità” sulla base del tipo di incidente contrasta con la stessa ricostruzione storica operata dai Giudici di merito: il ricorrente, fuggendo, non ha accettato il rischio che l’incidente abbia provocato danni alle persone ma, fermandosi, si è convinto del contrario.

Del tutto illogica, oltre che apodittica, è la affermazione della sentenza impugnata per cui “se pure è chiaro che si sia trattato di danni non immediatamente evidenziabili, gli stessi erano facilmente ipotizzabili in relazione al tipo di incidente (impatto frontale) e ai danni riportati proprio dal veicolo investitore (distacco paraurti)”.

3.2. Con il secondo motivo ritiene che la condotta posta in essere non integra la fuga richiesta dall’art. 189, comma 6, cod. strada, tanto più che nel caso in esame era stato riconosciuto dai protagonisti della vicenda e, tra questi, da un testimone oculare che era in grado di riferire sulla dinamica dell’incidente (e quindi sulle sue esatte modalità e sulla responsabilità nella causazione dello stesso).

3.3. Con il terzo motivo deduce la violazione dell’art. 189 comma 7 cod. strada quanto alla sussistenza dell’elemento materiale della necessità delle cure e il travisamento di un elemento di prova decisivo quanto alla individuazione del tipo di lesione riportato dalla persona offesa.

La Corte di appello è stata fuorviata dalla erronea lettura del dato processuale relativo alla effettiva tipologia della lesione refertata alla persona offesa.

La sentenza impugnata, infatti, erroneamente riconduce tale dato a “trauma cranico”, laddove doveva essere, invece, pacifico trattarsi di “trauma cervicale”, così come correttamente già espresso nella sentenza di primo grado.

La disamina dei referti di pronto soccorso (che, in omaggio al principio di completezza del ricorso, si allegano al presente atto) rende ragione della presente censura, sol che si consideri la assenza di qualunque intervento terapeutico da parte del personale sanitario.

3.4. Con il quarto motivo deduce il vizio di violazione di legge e il vizio motivazionale in relazione al diniego dell’applicazione dell’istituto dell’art. 131 bis cod. pen. e al trattamento sanzionatorio disciplinato dall’art. 133 cod. pen.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato e va pertanto rigettato in quanto la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto applicabili in subiecta materia e ha ampiamente e logicamente motivato in ordine alla configurabilità dei reati di cui agli artt. 189, commi 6 e 7, cod. pen..

2. Va anzitutto evidenziato che dalla ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito risulta che il G. , in occasione dell’incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sono derivati danni alle persone, aveva effettuato sul luogo del sinistro una sosta appena momentanea mentre subito dopo, con il pretesto di spostarsi per effettuare la compilazione del modulo della constatazione amichevole, si era allontanato dal luogo del sinistro nonostante una delle persone offese gli avesse manifestato la necessità di fermarsi.

Si rammenta in proposito che, secondo la giurisprudenza di legittimità, il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente previsto dall’art. 189, comma 6, cod. pen. deve durare per tutto il tempo necessario ai fini della identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto nonché dello svolgimento degli accertamenti sulle modalità dell’incidente e sulla responsabilità nella causazione del medesimo (Sez. 4, n. 20235 del 25/01/2006, Rv. 234581; Sez. 4, n. 34621 del 21/08/2003, Rv. 225622).

Né può deporre in favore del ricorrente la circostanza che nel caso concreto abbia assistito ai fatti una persona che lo conosceva, fornendo così autonomamente le sue generalità alla Polizia Municipale intervenuta che lo rintracciava dopo 20/30 minuti dall’incidente in via (omissis), distante circa 500 metri, ove si era premurato di andare a sistemare i danni subiti al paraurti della propria autovettura.

Quanto al reato di cui all’art. 189, comma 7, cod. strada, risulta congrua e logica la motivazione della sentenza impugnata che argomenta nel senso che i danni alle persone coinvolte nell’incidente erano facilmente ipotizzabili in relazione al tipo di incidente (impatto frontale) e ai danni riportati proprio dal veicolo investitore. La Corte distrettuale ha inoltre correttamente richiamato, in proposito, il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità alla cui stregua l’elemento soggettivo può essere integrato anche dal dolo eventuale, ossia dalla consapevolezza che la persona coinvolta nell’incidente abbia bisogno di soccorso che può attenere anche all’elemento intellettivo, quando Vagente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso l’esistenza (Sez. 4, n. 34134 del 06/09/2007, n. 34134, Rv. 237239). Tale situazione è perfettamente ricorrente nel caso in esame ove le persone offese hanno riportato le lesioni attestate nei certificati del Pronto Soccorso.

Inoltre è stata coerentemente ritenuta l’insussistenza dei presupposti per l’applicabilità dell’art. 131 bis cod. pen. e valutato congruo il trattamento sanzionatorio irrogato, alla luce della totale assenza di percezione del disvalore della condotta dimostrata dal G. che dapprima ha falsamente prospettato una sua disponibilità per poi dileguarsi, preoccupandosi esclusivamente dei danni subiti alla propria autovettura.

4. Il rigetto del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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