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Inps: il libretto di lavoro è sufficiente a provare lo storico lavorativo?

7 luglio 2018


Inps: il libretto di lavoro è sufficiente a provare lo storico lavorativo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 luglio 2018



Da una verifica svolta a Novembre 2017, mi sono accorto di non rientrare nelle legge Dini per 5 settimane, in quanto non mi sono stati pagati (non ne ero al corrente) i contributi dal 01/09/1977 al 31/12/1977. Ho chiesto all’INPS di poter riscattare due mesi e mi hanno richiesto il libretto di lavoro, che ho immediatamente presentato ma per loro non è sufficiente, mi hanno anche richiesto le buste paghe di 41 anni fa (ero un 15enne ), che ovviamente non ho più, mi hanno poi chiesto la testimonianza di un datore di lavoro (deceduto) e a maggio mi è pervenuta la comunicazione che la mia richiesta di pagarmi i contributi non versati, non è stata accettata. Sul sito nazionale dell’INPS si evince che il documento attestante lo storico lavorativo deve essere o il libretto di lavoro( che ho) o le buste paghe o un contratto, ma non risulta che bisogna avere tutto. Perché mi è stata rifiutata? Il libretto di lavoro secondo voi può bastare?

Ai sensi dell’art. 13 L. 1338/62, una volta terminato il periodo di prescrizione, il datore di lavoro non può più assolvere all’obbligo contributivo con le consuete modalità ed il lavoratore non ha alcuna possibilità di far valere un diritto prescritto (neppure attraverso la riscossione coatta dei contributi), se non attraverso un’azione risarcitoria.

Per ovviare alle eventuali omissioni contributive la legge ammette la possibilità che il datore di lavoro (o i suoi aventi causa) costituisca presso l’Inps una rendita vitalizia reversibile pari alla pensione adeguata o alla quota di essa che sarebbe spettata al lavoratore in relazione ai contributi omessi.

Il lavoratore (o i suoi superstiti), quando non può ottenere dal proprio datore di lavoro la costituzione della rendita, può egli stesso sostituirsi ad esso, salvo il diritto al risarcimento del danno, provvedendo a colmare il vuoto contributivo mediante domanda di riscatto- costituzione di rendita vitalizia. A supporto della domanda deve essere fornita (con documentazione di data certa) la prova dell’esistenza del rapporto di lavoro comportante obbligo assicurativo, della durata dello stesso e della misura della retribuzione corrisposta.

Nel dettaglio, l’unica norma esistente in materia, che regolamenta in modo specifico l’argomento, è il citato art.13 L.1338/62, che statuisce espressamente solo questo: “a condizione che fornisca all’Istituto nazionale della previdenza sociale le prove del rapporto di lavoro e della retribuzione indicate nel comma precedente”.

Il rigetto della domanda del lettore di costituzione di rendita vitalizia è avvenuto perché il libretto di lavoro è stato considerato dall’Inps non sufficiente a provare l’esistenza del rapporto.

A questo proposito, si può affermare che il libretto di lavoro costituisce una delle modalità di accertamento dell’esistenza di un contratto di lavoro subordinato, e come tale prova, ai sensi dell’art.13 l. 1338/62, l’esistenza del rapporto di lavoro comportante obbligo assicurativo e la durata dello stesso, ma non la misura della retribuzione corrisposta.

Fondamentale, a questo proposito, risulta la circolare Inps 183/1990, che spiega gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale 568/1989, che ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 13, 4 e 5 comma, della legge 12.8.1962, n. 1338, nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sull’esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consente di provare altrimenti la durata del rapporto stesso e l’ammontare della retribuzione.

Come si evince dalla lettura della sentenza – sia della parte motiva che del dispositivo – la Corte Costituzionale, distinguendo tra l’esistenza del rapporto di lavoro, la sua durata e l’ammontare della retribuzione, ha previsto, in ordine ai suddetti elementi di fatto, un regime probatorio differenziato.

In particolare, per quanto attiene al requisito dell’esistenza del rapporto di lavoro, la Corte ha ritenuto che questa “non debba apparire solo verosimile, ma risultare certa, da cui la necessità dell’ammissione della sola prova “documentale”, prevedendo peraltro che la data del documento possa essere accertata mediante “qualunque mezzo di prova”.

Per quanto riguarda, invece, la durata del rapporto di lavoro e l’ammontare della retribuzione, elementi qualificati “semplici modalità del rapporto” la Corte ha ammesso la possibilità che la relativa prova venga fornita “con altri mezzi”.

In buona sostanza:

l’esistenza del rapporto di lavoro deve essere provata da un documento scritto, documento che il lettore possiede, ossia il libretto di lavoro; non è richiesta documentazione scritta di data certa, invece, per provare la durata del rapporto di lavoro (che comunque è indicata nel libretto di lavoro) e l’ammontare della retribuzione.

Nel caso specifico, il libretto di lavoro prova certamente l’esistenza e la durata del rapporto, mentre non prova l’ammontare della retribuzione: ad avviso dello scrivente, essendo la prova testimoniale in merito, da parte del datore di lavoro, impossibile, considerato il suo decesso, l’Inps dovrebbe ammettere la prova testimoniale di eventuali colleghi, o ricavare una retribuzione “verosimile” dalle dichiarazioni mensili inviate dall’azienda all’ente stesso (le retribuzioni imponibili dovrebbero comunque figurare nell’estratto conto contributivo del lettore  o, ancora, ammettere una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà.

Quanto disposto dalla normativa, innovata dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, peraltro, non esclude il ricorso alla prova testimoniale di terze persone; la circostanza che queste dichiarazioni non siano suffragate da giuramento (va comunque ricordato che l’art. 26 della L. 15/68 prevede sanzioni penali per le dichiarazioni mendaci) non è un elemento sufficiente a far escludere la loro ammissibilità.

Bisogna ricordare, infine, quanto disposto dalla circolare Inps n.182 del 1999

“Costituzione di Rendita vitalizia: Ai fini dell’accoglimento dell’istanza, nulla è innovato: l’interessato dovrà dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro e la sua durata, con documentazione di data certa (che il lettore già possiede: il libretto di lavoro). Potranno essere presentate dichiarazioni sostitutive in luogo dell’atto di notorietà previsto per le prove testimoniali.”

In conclusione, è opportuno chiedere all’Inps di presentare, in luogo delle buste paga o della testimonianza del datore:

– la testimonianza di colleghi o di terzi a conoscenza dell’ammontare-verosimile-della retribuzione;

– la ricostruzione della retribuzione in base alle dichiarazioni periodiche presentate all’inps dall’azienda;

– una dichiarazione sostitutiva.

A proposito della reiezione della domanda, si sottolinea comunque che la presentazione della domanda non è vincolante per l’interessato, che può riproporre la richiesta varie volte.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci

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