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Lo sai che? Inps: quando è possibile il rimborso dei contributi versati

Lo sai che? Pubblicato il 14 luglio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 luglio 2018

Sono nato il 1955, sono laureato in giurisprudenza, milite assolto e dal 1983 ho sono impiegato (contratto metalmeccanici). Nel 1986 sono diventato dirigente d’azienda. Nel 1997 è cessato del rapporto di lavoro. Dal 2003 sono residente in Romania come imprenditore autonomo. Ho saputo che un ex collega dirigente (attualmente non rintracciabile) ha recuperato dagli istituti previdenziali alcune somme versate come dirigente. Come si procede a tal fine?

La restituzione dei contributi Inps, nella generalità dei casi, non è consentita: la giurisprudenza in materia ha sempre adottato orientamenti piuttosto restrittivi [Cass. Sez L Civ., sent. 3613/2002; C. Cost, sent. n.307/1989; Cons. St. sent. n.13/2006], non riconoscendo ai lavoratori il diritto di ottenere i contributi versati, anche se non hanno dato luogo ad alcun trattamento di pensione. Secondo le varie sentenze pronunciate sull’argomento, infatti, è sufficiente che i contributi versati siano potenzialmente utili alla pensione, anche se non sono serviti per ottenere alcun trattamento, per non dar luogo alla restituzione.

È possibile riavere indietro i contributi versati, invece, quando questi sono versati in eccedenza, indebitamente o erroneamente.

Nel dettaglio, per quanto riguarda la contribuzione dovuta per i lavoratori dipendenti, una nota legge del 1957 [Art. 8 DPR n.818/1957] stabilisce che i contributi non dovuti, versati in un periodo che precede di oltre 5 anni il momento dell’accertamento Inps, restano acquisiti e sono validi ai fini delle prestazioni che ne possono derivare, quindi anche ai fini del diritto alla pensione. Di conseguenza, se viene accertato il versamento di contributi non dovuti da lavoro dipendente, in base alla legge deve essere disposto il rimborso, senza interessi, limitatamente ai contributi relativi ai 5 anni non prescritti: restano invece acquisiti e validi ai fini della pensione i contributi precedenti.

Questa norma si applica anche ai contributi dovuti per i lavoratori dipendenti dell’agricoltura, mentre non si applica alla contribuzione dovuta ai fondi speciali sostitutivi dell’assicurazione generale obbligatoria: si tratta del fondo trasporti, dazieri, fondo elettrici, fondo telefonici, fondo volo, il fondo per i dirigenti di aziende industriali Inpdai, il fondo di previdenza dello spettacolo Fpls; il fondo di previdenza degli sportivi professionisti Fplps, e il Fondo pensione dei giornalisti.

Vale invece il contrario per i contributi dovuti dai lavoratori autonomi, cioè gli artigiani, i commercianti ed i liberi professionisti senza cassa: per loro, infatti, la normativa [Art. 12 L. 613/1966] stabilisce che i contributi versati e non dovuti non valgono ai fini del diritto alle prestazioni previdenziali, a prescindere dal periodo in cui sono accreditati. Salvo il caso di dolo, i contributi non dovuti sono restituiti, senza interessi, all’assicurato o ai suoi aventi causa: questi contributi sono quindi sottratti alle norme sulla prescrizione e vengono sempre restituiti a chi li ha versati (o ai suoi aventi causa), senza interessi.

Queste regole valgono anche nei confronti dei lavoratori parasubordinati, o collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.), come specificato da un noto messaggio Inps [Inps Mess. n.9869/2012]: la restituzione della contribuzione deve essere ripartita nelle rispettive quote di competenza tra committente e collaboratore.

Per quanto riguarda gli iscritti alla gestione separata, poi, era possibile la restituzione dei contributi sino all’aprile 2001, in base al cosiddetto decreto attuativo Legge Dini.

La norma, difatti, è l’unica fonte che consente, o meglio consentiva, la restituzione dei contributi accreditati nella gestione Separata: nel dettaglio, la restituzione era possibile per la durata di un quinquennio a decorrere, rispettivamente, dal 30 giugno 1996, per coloro che risultavano già pensionati o iscritti a forme pensionistiche obbligatorie, e dal 1° aprile 1996, per coloro che non risultavano iscritti alle forme pensionistiche obbligatorie.

Inoltre, la possibilità si riferiva esclusivamente, per i non iscritti alla previdenza entro il 31 dicembre 1995, cioè per coloro che hanno versato il primo contributo nel 1996, a chi aveva compito 60 anni di età entro il 1° aprile 1996. Lo scopo della normativa era quello di consentire di riavere indietro i contributi a chi, già in avanti con gli anni, avesse effettuato l’iscrizione alla Gestione Separata senza ottenere il diritto ad alcuna pensione.

Per quanto riguarda i parasubordinati iscritti alla gestione Separata, se il rapporto di collaborazione che ha dato luogo all’iscrizione risulta essere in realtà un rapporto di lavoro subordinato “mascherato”, si applica quanto già previsto per i lavoratori dipendenti iscritti all’assicurazione generale obbligatoria: la contribuzione indebitamente versata nella gestione separata è in questo solo caso rimborsabile, salvo i periodi prescritti; i periodi non rimborsabili risultano comunque utili ai fini del diritto alla pensione.

Nel caso in cui i contributi risultino non dovuti perché versati a una cassa previdenziale diversa da quella competente per il rapporto di lavoro che ne origina l’obbligazione, questi non vengono annullati, ma trasferiti.

Nel caso in cui il versamento indebito di contributi sia avvenuto in carenza di presupposto assicurativo, cioè se i contributi sono stati versati per un’attività inesistente, la relativa contribuzione è annullabile senza limiti di tempo, poiché manca il fondamento dell’assicurazione.

I versamenti non dovuti sono rimborsabili, ma soggetti all’ordinaria prescrizione di 10 anni. Se, però, viene accertato il dolo del contribuente, la contribuzione indebitamente versata non viene restituita.

Se, invece, non risultano effettuati versamenti erronei, ma in eccedenza:

– se si tratta di contributi derivanti da lavoro dipendente, è previsto il rimborso nei limiti della prescrizione quinquennale. I contributi eccedenti non prescritti restano acquisiti e produttivi di pensione;

– se si tratta di contributi derivanti da lavoro autonomo o dalla gestione separata, questi sono sempre rimborsabili, senza alcun termine di prescrizione.

La restituzione dei contributi, secondo le previsioni della legge Dini [L.335/1995] era anche possibile per gli stranieri extracomunitari: in pratica, chi rimpatriava senza avere raggiunto il diritto a pensione poteva chiedere la restituzione dei contributi pagati, compresa la quota a carico dell’azienda. Questa facoltà è stata abolita dalla legge Bossi Fini [Art.18 L. 189/2002].

Altre possibilità di restituzione dei contributi previdenziali sono offerte anche da alcune casse dei liberi professionisti, ad esempio la fondazione Enpam (alla quale sono iscritti medici e odontoiatri), purché i contributi non abbiano già dato luogo a pensione.

Esaminate tutte le ipotesi attualmente percorribili nelle quali può aver luogo la restituzione dei contributi, in base a quanto esposto nella richiesta il lettore sembra non rientrare in alcuna di queste casistiche, né per la contribuzione versata presso l’assicurazione generale obbligatoria dell’Inps, né per la contribuzione versata presso Inpdai.

Se il collega del lettore gli ha parlato di recupero dei contributi Inpdai, con tutta probabilità si è trattato di una costituzione di posizione assicurativa, un’operazione attualmente non più consentita, mediante la quale i contributi versati al fondo dei dirigenti venivano accreditati gratuitamente presso altri fondi.

Ad ogni modo, per richiedere il rimborso dei contributi, nei casi in cui è consentito farlo, bisogna accedere al sito web dell’Inps con le proprie credenziali (Pin dispositivo, Spid di secondo livello o Carta nazionale dei servizi) e digitare la parola “rimborso” nella maschera di ricerca, che solitamente appare nella parte alta della pagina. A questo punto si procederà col rimborso nella sezione che fa riferimento alla gestione previdenziale presso cui si è iscritti.

Il lettore riferisce di essere un imprenditore autonomo in Romania: si può dunque ritenere che non stia versando i contributi presso la gestione imprenditori autonomi dell’Inps (artigiani, commercianti, coltivatori), ma che li stia versando all’ente di previdenza obbligatoria presente in Romania.

In caso affermativo, questi può comunque contare, ai fini del diritto alla pensione, i contributi versati in Romania attraverso l’istituto della totalizzazione estera; grazie a questa possibilità, i contributi esteri sono valutati per ottenere il diritto alla pensione in Italia, ma il trattamento è calcolato col sistema pro rata: in pratica, l’assegno di pensione italiano è ridotto in proporzione ai contributi versati in Italia, rispetto al totale della contribuzione. Ad esempio, se si possiedono 30 anni di contributi, di cui 15 versati in Italia, la pensione è pari al 50% del trattamento calcolato.

Se, invece, il lettore sta continuando a versare i contributi in Italia come lavoratore autonomo, può sommare questa contribuzione a quella versata in qualità di dipendente o dirigente attraverso la ricongiunzione, il cumulo o la totalizzazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci


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