Diritto e Fisco | Editoriale

Cause contro il fisco: c’è disparità di trattamento col contribuente

29 giugno 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 giugno 2018



L’Agenzia delle Entrate può sempre produrre, in secondo grado, le prove documentali che non ha prodotto per tempo. Il contribuente invece subisce la preclusione già a partire da una fase pre-processuale. 

Chi ha sempre avuto il sospetto che la legge non fosse uguale per tutti troverà, nella materia tributaria, una valida dimostrazione. Non è solo il fatto di una serie di presunzioni a favore del fisco dalle quali spetta al contribuente difendersi – difesa che può essere fornita solo con prove documentali (come se il cittadino dovesse prevedere, con anni di anticipo, che un giorno arriverà l’ufficio delle Entrate a chiedergli chiarimenti) – ma anche lo stesso regime delle armi processuali in giudizio. Tutti sanno, ad esempio, che il principio secondo cui «tutti sono uguali davanti alla legge» riguarda sia l’aspetto sostanziale (i diritti e i doveri) che l’aspetto processuale (la possibilità di difendersi in una causa senza favorire nessuna delle due parti). Eppure nelle cause contro il fisco c’è disparità di trattamento col contribuente. La sentenza di ieri della Cassazione [1] ne è la prova più tangibile. Cerchiamo di capire perché.

L’Agenzia delle Entrate e l’Esattore hanno possono difendersi più facilmente in una causa rispetto al contribuente

Non è la prima volta che la Suprema Corte afferma la possibilità, per l’Agenzia delle Entrate o per l’Agente della Riscossione (che poi non è altro che la coda dell’Agenzia stessa) di produrre, anche in appello, documenti non esibiti in primo grado. Ci spieghiamo meglio. Il processo tributario ricalca sostanzialmente quello civile, per cui in appello non si potrebbero (rispettando ciò che dice che il codice di procedura civile) depositare prove nuove, salvo dimostrare di essere stati nell’impossibilità oggettiva di procurarsele prima. Ciò nonostante l’Esattore potrebbe, ad esempio, in una causa rivolta a impugnare la notifica delle cartelle esattoriali, non costituirsi in primo grado, far sì che il contribuente vinca e poi impugnare la sentenza di accoglimento dimostrando, solo in secondo grado, di essere in possesso degli avvisi di ricevimento delle raccomandate. Questo significa che al cittadino vengono imposti ben due gradi di giudizio (con duplicazione delle spese legali) per sentirsi dire che le notifiche erano andate a buon fine. E non importa che tali prove erano già disponibili sin dal primo grado: se l’amministrazione finanziaria si è “dimenticata” di produrle dall’inizio può sempre farlo dopo. Ed ancora, immaginiamo di ricevere un accertamento fiscale firmato da un dipendente delle Entrate che non risulta avere la qualifica di direttore dell’ufficio; lo impugniamo sostenendo l’assenza di potere. Senonché, anche in questo caso, l’Agenzia deposita tardivamente le deleghe. Ed anche qui la Cassazione grazia il fisco: il comportamento è del tutto regolare e i documenti possono essere acquisiti come valida prova [2]. 

Chiaramente, in una situazione del genere, il contribuente non può mai dire di aver davvero vinto il processo, visto che tutto può essere messo in discussione anche in un secondo grado di giudizio. 

Compresso il diritto costituzionale di difesa in giudizio da una semplice legge ordinaria

Ora vediamo l’altro piatto della bilancia. Ipotizziamo ora un’altra tipica scena: quella in cui l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate invii al contribuente una richiesta di chiarimenti in merito a una verifica che sta facendo e, a tal fine, gli manda un questionario oppure gli chieda dei documenti giustificativi. L’interessato se ne disinteressa: o perché prende sottogamba l’importanza di questa fase (anche per ignoranza che, per quanto ne dica il fisco, non è illegale), o perché non fa in tempo a trovare le prove, o perché in quel momento è all’estero o comunque impegnato in questioni molto più gravi ed urgenti. Insomma, il dirigente del fisco non riceve le carte e, per tutta risposta, conferma l’accertamento fiscale. La legge [3], in questi casi, dice che il contribuente non può più produrre questi documenti in un eventuale giudizio di opposizione. In buona sostanza perde il diritto alla difesa. E non importa che qui, a differenza del primo esempio, siamo ancora in una fase pre-processuale e quindi non operano le preclusioni previste dal codice di procedura civile. Se ben ti ricordi ne avevamo già parlato in Se l’Agenzia Entrate chiede documenti che rischio se non li invio? In buona sostanza, l’inottemperanza del contribuente alla richiesta di esibizione di dati e documenti avanzata dai funzionari cagiona, la cosiddetta «preclusione probatoria», nel senso che il contribuente non può poi più produrre quei documenti, né nella fase amministrativa, né nella fase contenziosa.

I documenti prodotti dal contribuente nel giudizio tributario, dei quali abbia in precedenza rifiutato l’esibizione all’amministrazione finanziaria, non possono dunque essere presi in considerazione ai fini del decidere; e questo anche in assenza di una eccezione in tal senso dell’amministrazione resistente. Si tratta di una limitazione enorme al diritto di difesa sancito dalla Costituzione che, a nostro avviso, non potrebbe essere prevista da una semplice legge ordinaria ma dovrebbe assumere il rango di una norma costituzionale.

Ricalcando le parole di George Orwell dobbiamo solo amaramente confermare che, sì, la legge è uguale per tutti, ma ci sono alcuni che sono più uguali degli altri.

note

[1] Cass. sent. n. 17164/2018.

[2] Afferma la Corte: «ove il documento sia inserito nel fascicolo di parte di primo grado e questo sia depositato all’atto della costituzione unitamente al fascicolo di secondo grado, si deve ritenere raggiunta, ancorché le modalità della produzione non corrispondano a quelle previste dalla legge, la finalità di mettere il documento a disposizione della controparte, in modo da consentirle l’esercizio del diritto di difesa; quindi, l’inosservanza delle modalità di produzione documentale deve ritenersi sanata»

[3] Art. 32 co. 4 dPR n. 600/1973.

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