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Diritto all’oblio o diritto di cronaca: quale prevale?

29 giugno 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 giugno 2018



Cancellazione dei dati e dei link da Google: maggiori limitazioni per le notizie relative a processi penali.

Hai subìto una condanna penale, ma i giornali parlano ancora di te e i siti internet riportano il tuo nome. Basta fare una ricerca su Google per trovare dappertutto le tue foto. Vorresti cancellare tutto per ricostruirti un’esistenza fondata su un nuova immagine, quella che corrisponde al modello di vita che ora vuoi abbracciare. Ma, in questa situazione, è impossibile: nessuno ti assume (basta prendere informazioni sul tuo conto per capire cosa hai fatto); i vicini di casa ti guardano con sospetto ed evitano di parlarti (anche solo per non dar spazio a pettegolezzi). Non solo in città, ma persino sui social network c’è gente che preferisce non avere contatti con te e rifiuta le tue richieste di amicizia. Come puoi pensare di ricominciare tutto da capo in questo modo? Nessuno accetterà di vivere e formare una famiglia con te. In teoria non dovresti preoccuparti: c’è il diritto all’oblio, quel diritto che consente di chiedere una cancellazione del tuo nome da tutti i mezzi di informazione. Ma ciò solo a condizione che il fatto non sia più di interesse pubblico. Diversamente il diritto di cronaca prevale, anche a distanza di molti anni dal reato, sul diritto ad essere dimenticati dalla società. A dirlo è una recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo (la CEDU) [1] che interviene in una materia mai disciplinata dalla legge e pertanto rimessa all’elastica interpretazione dei giudici. Secondo la Cedu è giusto che il il diritto all’oblio subisca limitazioni per i processi penali. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Il diritto a essere dimenticati

I colpevoli non sono tali fino alla morte, ma solo finché non scontano la punizione. Anche loro hanno quindi diritto, una volta pagato il debito con la società, a rifarsi una vita e a ricostruirsi un’immagine sociale. Del resto, la pena non ha solo una funzione deterrente e afflittiva, ma serve anche (almeno sui libri dell’università) a rieducare il reo (che poi ciò non sia vero e che dal carcere si esca peggio di come si è entrati è un’altra storia che i manuali non dicono). Sulla scorta di questi principi, la giurisprudenza mondiale ha elaborato il concetto di diritto all’oblio. In cosa consiste? È giusto pubblicare, il giorno dopo un processo per omicidio, la notizia della condanna del colpevole. Ma è illegittimo ripescarla diverso tempo dopo, quando il fatto non è più pertinente, perché la sua diffusione non assume più i connotati della cronaca. Questo discorso non tocca ovviamente quegli episodi che hanno cambiato la storia. L’assassino di Kennedy, l’attentatore del Papa, o Gavrilo Princip, killer dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria (28 giugno 1914) sono persone che, in un modo o nell’altro, hanno modificato gli eventi e, pertanto, di loro non ci si può dimenticare a meno di dimenticare la storia stessa. In questa sede, invece, mi riferisco al crimine isolato, che non ha alcun legame con l’umanità nel suo intero. E, per quanto la nostra società sia legata morbosamente ai fatti di cronaca nera e ai suoi risvolti da soop, gli assassini di Avetrana, Cogne o Garlasco hanno diritto ad essere dimenticati. Che vi piaccia o no.

Detto ciò, come sia conciliabile il diritto all’oblio con internet è un problema di non agevole soluzione. Fin quando si ha a che fare con giornali non si pongono problemi: il giorno dopo, la carta può tutt’al più servire per lavare i vetri di casa. La televisione poi lascia il tempo che trova e chi sente una notizia se n’è dimenticato una settimana dopo. Ma su internet, dove le pagine web non vanno al macero e dove la condivisione dei contenuti è la regola, cancellare per sempre una notizia è come rastrellare un campo per dividere i semi dalle piante. La pubblicazione online fa sì che l’articolo sia presente per l’eternità, su qualsiasi motore di ricerca, senza nessuna differenza tra ciò che è attuale e ciò che non lo è più. Tutto viene ripescato attraverso una semplice ricerca su Google, anche ciò che non è di interesse pubblico. È la “gogna elettronica”, che non consente alcun oblio.

Come cancellare una notizia da internet

Nel 2014 [2] la Corte di Giustizia Europea è intervenuta con una storica sentenza che, riconoscendo espressamente l’esistenza del diritto all’oblio – ha decretato la responsabilità di Google nel trattamento dei dati di tutti coloro il cui nome viene pescato dai motori di ricerca. Per cui la società americana deve “deindicizzare” (ossia non far più apparire) i link che presentano notizie non più attuali e che possono compromettere il diritto all’oblio. Una responsabilità che scatta sia in capo al titolare del sito (per non aver cancellato il contenuto o mascherato i nomi con le iniziali) che a Google stesso. Il punto però è che la società di Mountain View guadagna proprio dalla circolazione dei contenuti. Sicché oggi, nonostante l’apparente collaborazione della stessa, cancellare un risultato da un motore di ricerca è tutt’altro che immediato. Noi abbiamo fornito tutti i chiarimenti nell’articolo Cancellazione link da Google.

La cancellazione da Google però non può pregiudicare l’esistenza della notizia sull’archivio interno del giornale: quello è tutto un altro discorso è ha diritto a sopravvivere anche dopo l’esercizio del diritto all’oblio.

Il bilanciamento tra diritto all’oblio e diritto di cronaca

Quando il fatto da cancellare ha ad oggetto un processo penale, il diritto all’oblio trova  però maggiori limitazioni. Una cosa è infatti che una ex pornostar voglia rifarsi il “look” e magari presentarsi alle elezioni politiche, un’altra è che un pluriomicida possa candidarsi in un posto come assistente scolastico ATA. Insomma, quando c’è di mezzo il diritto all’informazione, la richiesta di cancellazione dei dati va parametrata a una serie di variabili. Prima di tutto, necessario considerare se la notizia contribuisce a un dibattito di interesse generale. Poi va valutata la notorietà della persona, l’oggetto del reportage, il comportamento precedente della persona interessata, il contenuto, la forma e le ripercussioni della pubblicazione e, all’occorrenza, anche le modalità con le quali sono state acquisite eventuali fotografie, tenendo conto che nella libertà di stampa rientra anche il diritto di scegliere le modalità di pubblicazione inclusi i dettagli da divulgare. Ed è questa la sostanza della sentenza della Cedu appena pubblicata. La Corte ha rifiutato la richiesta di due assassini che, dopo 10 anni – durante i quali loro stessi avevano rimesso in discussione il loro caso, facendo sì che la stampa ne parlasse più volte – chiedevano poi l’anonimato e l’eliminazione dei loro nomi dai giornali. Richiesta respinta!, hanno detto i giudici della Corte di Strasburgo, sostenendo che, in questi casi, prevale il diritto all’informazione. I giornalisti svolgono un ruolo fondamentale nel creare un’opinione pubblica sulla democrazia e l’accesso agli archivi digitali è un mezzo per informare la collettività anche sulla storia contemporanea.

Anche il nuovo regolamento europeo sulla privacy, il cosiddetto GDPR [3], è chiaro nell’escludere il diritto all’oblio quando il trattamento dei dati, di cui si chiede la cancellazione, è necessario per l’esercizio delle libertà di espressione [4]. Ed è così che va bilanciata la privacy con la libertà d’informazione imposta dalla Carta Europea dei diritti dell’uomo. Gli archivi online di giornali e radio sono un bene da proteggere perché garantiscono il diritto della collettività a ricevere notizie di interesse generale, che non è attenuato dal passare del tempo. Di conseguenza, è giusto far prevalere la diffusione di informazioni su procedimenti penali, anche a distanza di anni, rispetto al diritto all’oblio.

Gli archivi dei giornali «sono una parte essenziale e insostituibile del patrimonio culturale (…) e preservano la longevità della memoria dell’umanità». È perciò necessario dare libero accesso a quelli privati come previsto per i pubblici. In questo, un ruolo importante lo esplicano i motori di ricerca che – secondo la Cedu – vanno lasciati liberi di indicizzare le informazioni presenti online: è riconosciuta infatti una grande utilità a livello mondiale, un’influenza sulla libertà di espressione, intesa come ricerca e scambio di informazioni, anche se, laddove la loro attività è troppo invasiva, possono ledere la privacy altrui diffondendo dati non destinati alla divulgazione di massa, seppure di pubblico dominio.

Sui processi penali è ancor più forte il diritto della collettività ad essere informata: ciò del resto si traduce anche in un mezzo di controllo sul buon funzionamento del sistema penale. 

La Cedu, sul punto, ha creato un proprio orientamento: «gli interessati possono chiedere la cancellazione di quei dati, che sebbene neutrali, sono raccolti, elaborati e divulgati alla comunità, secondo forme o modalità tali da ledere i loro diritti sanciti dall’articolo 8 e 10 della Carta Europea, in primis la tutela dell’immagine e della reputazione e poi quello alla informazione.

note

[1] CEDU, sez. V, sent. del 28 giugno 2018, caso M.L. e W.W. c. Germania (ric. 60798 e 65599/10).

[2] C. Giust. UE sent. n. 131/2014.

[3] Art. 17 Regolamento (UE) 2016/679 (nuova normativa sulla privacy che ha sostituito la Direttiva 95/46/CE).

[4] Raccomandazioni del Consiglio dei Ministri del COE nn. 13/00, 13/03 e 3/12; Convenzione del COE per la protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato dei dati personali nel suo nuovo testo del 18/5/18)


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