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Bambino investito: genitore che non lo tiene per mano responsabile

29 giugno 2018


Bambino investito: genitore che non lo tiene per mano responsabile

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 giugno 2018



Concorso alla madre nell’omicidio colposo stradale del figlio per non avergli tenuto la mano durante l’attraversamento.

Non bisogna fidarsi troppo della maturità dei propri bambini. Specie in situazioni di pericolo come quando si sta ai margini della strada trafficata. Anche perché questa presunta capacità di giudizio del minore nelle situazioni pericolose deve pur sempre fare i conti con chi della legge se ne frega: in altri termini, con gli automobilisti indisciplinati. Così la madre che passeggia col proprio figlio e non lo tiene per mano nel momento in cui attraversa la strada può essere corresponsabile, insieme al conducente che lo investe accidentalmente, per le lesioni, o addirittura per la morte, del proprio figlio. Sono queste le conclusioni tracciate dalla Cassazione in una triste vicenda [1]. Secondo la Corte, infatti, se il bambino viene investito, il genitore che non lo tiene per mano è responsabile. Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le regole da osservare quando si passeggia insieme a un minorenne, per giunta piccolo.

Se il bambino scappa di mano al genitore e provoca un incidente

I genitori hanno il dovere di controllare i propri figli affinché non creino danni agli altri di cui sarebbero altrimenti diretti responsabili (sempre a condizione che il ragazzo abbia meno di 18 anni di età). Questa regola vale a maggior ragione quando ci si trova sul marciapiede, a due passi dalla strada dove sfrecciano le auto. Se, ad esempio, il bambino dovesse, tutto ad un tratto, attraversare fuori dalle strisce e far così sbandare una macchina che, passando in quel momento, sterza per non ferire il piccolo, il padre o la madre che non lo hanno tenuto per mano sarebbero chiamati a rispondere di tutte le conseguenze riportate dall’automobilista: sia di quelle al veicolo che delle lesioni fisiche. Nella gran parte dei casi si tratta di migliaia e migliaia di euro. E qui non c’è la copertura assicurativa, per come è facile immaginare. 

Investimento del pedone: l’automobilista è sempre responsabile?

È vero che, in caso di investimento di un pedone, il conducente si presume responsabile, ma è anche vero che questi può sempre dare la prova contraria e dimostrare che l’ostacolo – il bambino – si è frapposto tra lui e la via in modo repentino e imprevedibile, tanto da non consentirgli di impedire l’urto. Insomma, quando l’investimento è inevitabile anche usando tutte le accortezze e le garanzie alla guida richieste sia dal codice della strada che dalle condizioni specifiche del luogo (traffico, tratto curvilineo, presenza di bambini ai margini del marciapiede, orario di uscita dalle scuole, ecc.), l’assicurazione del conducente non è tenuta a versare un euro.

Il concorso di colpa per il genitore che non dà la mano al figlio

Tra i due estremi c’è anche la via di mezzo: quella del cosiddetto concorso di colpa. Ed è su questo punto che si sofferma la Cassazione nella sentenza in commento. Quando la madre attraversa la strada con un bambino piccolo è tenuta a stringergli la mano in modo da impedire manovre improvvise. Sicché, in caso di investimento, lei è corresponsabile del ferimento o dell’uccisione del figlio. Ma si badi bene: «corresponsabile» non vuol dire solo “risarcimento dimezzato”. Stiamo parlando anche della responsabilità penale. Significa che se l’automobilista viene incriminato per lesioni colpose o per omicidio, una parte della responsabilità se la prende anche il genitore che, pertanto, sarà imputato nel processo penale.

Su questo punto si soffermano i giudici supremi nel condannare la madre per omicidio colposo per aver «omesso di esercitare la necessaria vigilanza sul figlio all’atto dell’attraversamento della strada» e in particolare per non aver «posto in essere le dovute cautele, come quella di accertarsi previamente che non provenissero veicoli e, soprattutto, quella di tenere per mano il figlio».

In sostanza, la donna va condannata perché, pur «ricoprendo la massima posizione di garanzia sulla vittima, un bambino di appena 3 anni», non ha impedito il verificarsi del drammatico evento.

L’età del figlio: quanto conta?

Ai fini della responsabilità patrimoniale, i genitori sono “chiamati in causa” fino a quando il figlio non ha 18 anni, dopodiché – anche se conviventi – non subiscono più alcuna conseguenza per i danni procurati dal giovane. Ma sotto il profilo penale c’è un contemperamento della responsabilità quando più è adulto il figlio. Chiaramente si può imporre a un genitore di tenere per mano un bimbo fino a 5-6 anni, ma è inverosimile immaginare una scena del genere con uno di 16 o 17: un’età con la quale è legittimo attendersi maggiore maturità nell’adolescente.

note

[1] Cass. sent. n. 29505/18 del 28.06.2018.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 19 aprile – 28 giugno 2018, n. 29505/18

Presidente Fumu – Relatore Miccichè

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’Appello di Messina, con sentenza del 7 aprile 2017, confermava la sentenza del Tribunale di Messina del 16 gennaio 2015, con la quale Gr. Mi. Li. veniva condannata, concesse le circostanze attenuanti generiche, alla pena di mesi otto di reclusione, per il reato p. e p. dagli artt. 113 e 589, commi 1 e 2, cod.pen., perché, in cooperazione colposa con La Ro. Gi. (per cui si è proceduto separatamente) ha contribuito a cagionare la morte del figlio, Ra. Ma.. Veniva concessa la sospensione condizionale della pena.

2. Il fatto veniva pacificamente ricostruito. Il giorno 1. novembre 2009, La Ro. Gi., circolando a bordo dell’autovettura targata (omissis…), urtava il minore Ra. Ma. (di anni (omissis…)), mentre egli stava attraversando la strada, con la parte anterolaterale sinistra della vettura, cagionandogli gravissime lesioni cranio-encefaliche da cui derivava poi la morte. La madre del minore, l’odierna imputata, veniva ritenuta responsabile del reato a lei ascritto in quanto, avendo omesso di esercitare la necessaria vigilanza sul figlio all’atto dell’attraversamento della strada ed in particolare avendo omesso di porre in essere le dovute cautele nella predetta fase di attraversamento, come quella di accertarsi previamente che non provenissero veicoli e, soprattutto, quella di tenere per mano il figlio, non impediva il verificarsi dell’evento, che aveva l’obbligo giuridico di impedire, ricoprendo la massima posizione di garanzia sulla vittima, bambino di appena tre anni.

2. L’imputata, a mezzo del proprio difensore d’ufficio, propone ricorso per cassazione, deducendo due motivi.

3. Con primo motivo, la ricorrente lamenta, ex art. 606, e. 1, lett. b) e lett. e), cod.proc.pen., violazione di legge e conseguente vizio della motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza del nesso causale. Si sostiene che l’incidente possa essere considerato evento eccezionale capace di escludere il rapporto di causalità.

4. Con secondo motivo, la ricorrente rileva l’intervenuta prescrizione del reato.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile, in quanto generico.

2. E’ inammissibile II ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti con l’appello e motivatamente respinti in secondo grado, sia per l’insindacabilità delle valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità delle doglianze che, così prospettate, solo apparentemente denunciano un errore logico o giuridico determinato (Sez. 3, n. 44882 del 18 luglio 2014, Cariolo ed altri, Rv. 260608; Sez. 2, n. 11951 del 29 gennaio 2014, Lavorato, Rv. 259425; Sez. 5, n. 28011 del 15 febbraio 2013, Sammarco, Rv. 255568).

3. Nel caso in esame non può revocarsi in dubbio la ricostruzione operata dalle sentenze di merito, né il ricorso è dotato dei richiesti requisiti di specificità è pregnanza, non essendo infatti ammissibile considerare l’incidente occorso al minore durante l’attraversamento della strada causa interruttiva del nesso causale, ma dovendosi, al contrario, considerare l’evento come realizzato in cooperazione colposa fra la conducente del veicolo e la madre, odierna ricorrente.

4. Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una multa, come da dispositivo, a favore della cassa delle ammende.

5. L’inammissibilità del ricorso, secondo costante giurisprudenza di questa Corte, preclude la possibilità di rilevare d’ufficio, ai sensi degli artt. 129 e 609 comma secondo, cod.proc.pen., l’estinzione del reato per prescrizione (Sez. Un., 12602 del 17 dicembre 2015, Ricci, Rv. 266818).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.


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3 Commenti

  1. In passato mia figlia mi disse che in una occasione il nonno materno e lei stavano passando da una strada all’altra. Una macchina, in quell’occasione, stava per mettere sotto mia figlia che non era tenuta per mano dal nonno. Dopo lo scampata incidente per di più il nonna ha scaraventato uno schiaffo sulla bambina.

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