Diritto e Fisco | Editoriale

Posso licenziare l’amante di mia moglie?

1 luglio 2018


Posso licenziare l’amante di mia moglie?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 luglio 2018



Il tradimento è vietato solo in determinati casi: chi sta con la moglie o il marito del capo può essere licenziato a condizione che si rispettino i casi indicati dalla legge.

Di tutte le mancanze di cui poteva macchiarsi un tuo dipendente, quella di stare proprio con tua moglie è certamente la peggiore e più imperdonabile. Li hai scoperti sotto la sede dell’azienda mentre si incontravano velocemente. Il sospetto è diventato certezza quando hai trovato, sul cellulare che aveva lasciato sul tavolo da pranzo, il numero di telefono dell’amante. Che fare? Certo non puoi permetterti di diventare lo zimbello di tutti, per giunta proprio all’interno della tua ditta, e pagare lo stipendio a chi ti tradisce così platealmente: tradisce il dovere di fedeltà che ogni lavoratore deve, per legge, a chi lo assume. Gli altri dipendenti si prenderebbero gioco di te e, in breve, l’ambiente di lavoro diverrebbe insostenibile. Ti chiedi allora: posso licenziare l’amante di mia moglie? Vediamo di fare il punto della situazione.

Partiamo da una premessa che, per quanto ti risulterà difficile da mandare giù, è tuttavia la base del nostro successivo ragionamento. Rispondi a bruciapelo: tradire è illegale?

Ti lascio il tempo per pensare bene alla risposta. Se preferisci, puoi anche aspettare qualche secondo prima di leggere la soluzione. Devi riflettere su questi due aspetti: se esiste una norma di legge che stabilisce che è vietato tradire, a chi è indirizzata questa regola e, infine, quali sono le sanzioni per chi la viola.

Bene. Hai pensato attentamente? Allora, se una persona ti chiede se tradire è illegale gli devi rispondere così. Il tradimento è vietato solo alle persone sposate. L’unica sanzione che scatta in caso di tradimento è la seguente: se l’altro coniuge dovesse chiedere la separazione (così come è normale che avvenga) il traditore – ammesso che abbia un reddito più basso – non potrà pretendere il mantenimento [1].

Hai pensato alla conseguenza di questa affermazione? Eccola: l’amante non commette alcun illecito. Non viola la legge, cioè, chi sta con una persona sposata. Può farlo tranquillamente, a meno che non sia anch’egli sposato, ma in tale ipotesi a poterlo “punire” sarebbe solo il rispettivo coniuge e non certo i terzi come, ad esempio, il datore di lavoro.

Detto ciò, avrai già tratto la prima conclusione: se un dipendente sta con la moglie del suo datore di lavoro non sta violando alcuna legge.

Sì, lo so: è davvero dura da mandare giù. Peraltro ti posso assicurare che non esiste alcun contratto collettivo che preveda il divieto di sedurre il coniuge del capo. E se tu scrivessi una clausola del genere nel contratto di lavoro, sono sicuro che – fatta salva comunque la nullità di una tale disposizione – verresti sbeffeggiato da tutti.

«Se è vero che non posso licenziare l’amante di mia moglie» – ti starai ora chiedendo – «ci sarà un escamotage, una scusa o un cavillo giuridico per superare questo divieto. Come posso interrompere il rapporto di lavoro senza violare la legge?».

Sicuramente saprai che per licenziare un dipendente a tempo indeterminato esistono specifiche cause ammesse dalla legge. Fuori da queste ipotesi il datore di lavoro non può liberarsi del dipendente. Significa che devi trovare il modo per poter liberarti del traditore senza lasciargli la possibilità di impugnare il provvedimento, cosa che ti costerebbe diversi soldi e, in alcuni casi, anche la reintegra. Cercherò di spiegarmi meglio.

Si può licenziare un dipendente solo per:

  • violazioni disciplinari della legge o del contratto collettivo;
  • esigenze aziendali, collegate cioè alla produzione.

Ebbene, licenziare l’amante della moglie per un motivo disciplinare è impossibile visto che, come abbiamo detto, fare il ruolo del “traditore” o del seduttore non è vietato dalla legge, anche se la vittima con le corna è il proprio datore di lavoro. Neanche l’aver mentito a quest’ultimo in merito alla propria vita privata può essere considerato un motivo disciplinare di licenziamento.

Questo non toglie che se il dipendente si è mostrato inetto al lavoro, non ha giustificato le proprie assenze, ha fornito certificati medici falsi, ha utilizzato illegittimamente i permessi, ha uno scarso rendimento rispetto ai suoi colleghi, si è allontanato sul più bello mentre svolgeva le proprie mansioni e lo ha ripetuto per più giorni, ha fatto timbrare il proprio cartellino a un collega mentre era assente o, al contrario, lo ha timbrato lui per un altro, allora può essere licenziato per giusta causa o giustificato motivo soggettivo. Si tratta cioè di un legittimo licenziamento disciplinare.

Se nessuna di queste ipotesi può essere invocata, non resta che appellarsi al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quello cioè per esigenze aziendali, collegate alla produzione. Qui la giurisprudenza è (un po’) più permissiva. Non è necessario dimostrare una crisi aziendale, una situazione di fallimento o il calo delle commesse. Basta solo una ristrutturazione dell’azienda conseguente, ad esempio, alla cessazione della funzione del dipendente o del ramo d’azienda. Facciamo qualche esempio. Se il dipendente in questione è addetto al settore “riparazione computer”, il datore può decidere di affidare il servizio a una ditta esterna (cosiddetta «esternalizzazione» delle funzioni). Nessun giudice potrà interferire in questa scelta. Se le mansioni cui era addetto il dipendente erano quelle di gestire la vendita di un particolare prodotto il datore potrà decidere di “amputare” questo settore e chiuderlo definitivamente. Per come è ovvio non può trattarsi di una motivazione fittizia: se infatti dovesse risultare che le mansioni vengono assegnate a un altro dipendente o che, in sua sostituzione, viene assunta un’altra persona, il licenziamento potrebbe essere impugnato.

Ti avverto di una cosa. Il tuo caso non è isolato. Succedono spesso ipotesi come la tua, in cui il dipendente sta con la moglie (o con il marito) del datore di lavoro. Ebbene, dinanzi al licenziamento, il dipendente impugna il provvedimento per motivi discriminatori. E i giudici gli danno ragione. Il risultato è che, in questi casi, non c’è il risarcimento del danno ma addirittura la reintegra sul posto di lavoro.

Insomma, la sintesi è questa: non puoi licenziare l’amante di tua moglie o di tuo marito a meno che non trovi una valida (e dimostrabile) ragione di tipo di diverso.

note

Autore immagine: 123rf com


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