Diritto e Fisco | Editoriale

Come difendersi dai controlli del Fisco

1 luglio 2018


Come difendersi dai controlli del Fisco

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 luglio 2018



Un vademecum su come difendersi dai controlli del fisco: ecco tutti gli strumenti a disposizione del contribuente.

L’arrivo di una cartella di pagamento del fisco non è mai una bella notizia: significa dover essere costretti a versare alle casse dello Stato soldi che non si aveva idea di dover pagare, magari nella prospettiva di dover rinunciare ad alternative di spesa ben più interessanti e utili per la propria attività lavorativa o per lo svago. Per quanto l’obbligo contributivo sia un dovere costituzionale per tutti i cittadini, non è detto che tutte le richieste di pagamento da parte dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione siano legittime: esistono, infatti, alcuni casi in cui è possibile reagire alle cartelle esattoriali, utilizzando delle armi che la legge mette a disposizione del contribuente.
Ma come difendersi dai controlli del Fisco? Di seguito troverai una serie di consigli sui modi e i motivi da utilizzare per annullare la richiesta di pagamento, oppure per contestare l’ammontare del debito dovuto al fisco, o, infine, per cercare di addivenire ad una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti. In questo articolo parleremo, dunque, dei comportamenti da adottare quando arriva una cartella di pagamento, di quali sono i rimedi per difendersi dai controlli del fisco e di come impostare un eventuale ricorso al giudice per bloccare la cartella di pagamento.

Cosa fare quando arriva una cartella esattoriale?

Secondo la legge italiana, l’agente della riscossione (per i tributi dello Stato è Agenzia Entrate Riscossione) può inviare una cartella esattoriale solo dopo aver previamente contestato al contribuente la spettanza di un determinato tributo. Per questo, la prima cosa da sapere quando arriva una cartella di pagamento è che, normalmente, non potrai più contestare il “merito” della questione: l’importo dovuto, la causa del tributo, ecc., infatti, sono ormai sostanzialmente assorbiti. Avresti dovuto pensarci nel momento in cui ti è arrivata la prima raccomandata (se ti è arrivata!), recandoti tempestivamente presso l’Ufficio delle entrate della tua zona per chiedere maggiori spiegazioni.
Tuttavia, non tutto è perduto: il fatto che il fisco ti abbia mandato una cartella di pagamento non significa per forza che questa sia estranea ad errori di forma o di procedura commessi dall’Agenzia Entrate – Riscossione, che la renderebbero nulla. Esistono, quindi, una serie di motivi con i quali contestare la richiesta di pagamento e difendersi dai controlli del fisco.

Prima di passare a descrivere nel dettaglio i vari rimedi e come funzionano, però, c’è una serie di passaggi che dovresti seguire già nel momento in cui arriva una cartella esattoriale: si tratta di indicazioni preziose che potresti sfruttare per poter contestare l’atto esattoriale o fermare un eventuale pignoramento in atto da parte del fisco.
La prima cosa da fare quando arriva una cartella esattoriale, infatti, è correre a recuperare la precedente richiesta di pagamento: questo perché, come anticipato, la cartella di pagamento deve essere preceduta da un’intimazione, l’assenza della quale rende nulla la seconda.
Se la cartella di pagamento è stata notificata a mezzo PEC, è necessario verificare che il file allegato sia in formato .mp7, dal momento che solo quest’ultimo permette l’apposizione della firma digitale: in assenza di quest’ultima, la notifica è nulla e, conseguentemente, la cartella di pagamento non ti obbliga al pagamento.

Passando all’esame più dettagliato della cartella di pagamento, potresti notare quanto segue:

  • se la cartella è relativa ai debiti fiscali di un parente defunto, non devi calcolare nelle somme dovute le sanzioni e multe eventualmente applicate per il ritardo, perché queste non si trasmettono agli eredi;
  • la cartella di pagamento potrebbe essere relativa ad un tributo prescritto, oppure potrebbe essere intervenuta una decadenza: più avanti spiegheremo nel dettaglio questi due concetti;
  • nella cartella potrebbe mancare la causale, cioè il titolo in base al quale vengono richiesti i pagamenti al contribuente: anche in questo caso si tratterebbe di una nullità da utilizzare per contestare la cartella;
  • ancora, la cartella potrebbe contenere un unico importo, senza fornire dettagli sugli interessi applicati: anche questo è un elemento che potrai utilizzare per contestare la richiesta di pagamento;
  • esistono altri elementi che devono essere necessariamente indicati nella cartella di pagamento, pena la sua nullità, come: l’ente creditore (Comune, Agenzia delle Entrate, ecc.), i dati anagrafici del debitore, il periodo di imposta cui si riferisce il credito, il ruolo e l’importo dovuto, indicazioni sulle modalità di pagamento, compresa l’intimazione a pagare entro 60 giorni (30 per le multe, 40 per i contributi previdenziali), con la minaccia di procedere ad esecuzione forzata in caso di mancato pagamento.

Questo esame preliminare della cartella di pagamento potrebbe già fornirti alcuni validi strumenti da utilizzare per difenderti dai controlli del fisco. Infatti, in relazione a ciascuno di questi aspetti (e di molti altri di cui parleremo più avanti), è possibile preparare eccezioni e contestazioni contro la cartella di pagamento. Vediamo adesso i principali rimedi a disposizione del contribuente, per poi esaminare nel dettaglio come funzionano, quali vantaggi e svantaggi comportano e cosa occorre per attivarli.

Quali sono i rimedi per difendersi dai controlli del fisco?

Se finora ci siamo limitati a descrivere come analizzare correttamente la cartella di pagamento, adesso possiamo passare ad una prima analisi degli strumenti che ha il contribuente per difendersi dai controlli del fisco. I vizi che una cartella di pagamento può presentare sono molteplici e per ciascuna categoria di contestazione è disponibile un rimedio specifico. In generale, però, i due rimedi principali per difendersi contro una cartella di pagamento che si ritiene ingiusta sono:

  • il ricorso al giudice, attraverso l’impugnazione della cartella di pagamento;
  • l’istanza in autotutela.

Prima di passare a descrivere nel dettaglio questi due rimedi, però, è possibile anticipare che esistono anche altre vie, se non per annullare l’obbligo di pagamento, quanto meno per renderlo meno gravoso per il contribuente. Si tratta:

  • della richiesta di sospensione della cartella di pagamento;
  • dell’opposizione al pignoramento;
  • della richiesta di rateizzazione;
  • della richiesta di “concordato” all’Agenzia delle Entrate.

Se il primo strumento può essere azionato in ogni momento, gli altri tre, invece, dipendono dal fatto che nel frattempo il fisco ha avviato il pignoramento contro i beni del debitore: per questo motivo, parleremo in primo luogo della richiesta di sospensione, passando poi ai rimedi per annullare la richiesta di pagamento, per concludere, infine, con l’esame dei rimedi a disposizione quando è già partita l’escussione del debito.

La sospensione della cartella di pagamento

Come anticipato, dal momento in cui arriva una cartella di pagamento sorge il diritto del contribuente di poter presentare all’Agenzia delle Entrate una istanza di sospensione della cartella di pagamento, entro 60 giorni dall’arrivo dell’atto di riscossione. Per farlo è necessario compilare un apposito modulo presente sul sito dell’autorità fiscale, allegare la documentazione richiesta, una copia del proprio documento di identità e consegnarlo (anche a mezzo raccomandata a.r.) allo sportello del gestore tributario più vicino.
Dal momento in cui viene consegnata l’istanza parte un periodo di 220 giorni entro il quale l’Agenzia delle Entrate può procedere all’istruttoria, chiedendo eventuali spiegazioni all’ente creditore (ad esempio, nel caso dell’IMU, al Comune). Se al termine di questo periodo non ricevi risposta, la cartella si considera annullata e non è dovuto più alcunché.

Tuttavia, il rimedio in questione, introdotto dalla legge di Stabilità del 2013 [1], è disponibile soltanto quando emergono alcuni vizi evidenti dalla cartella di pagamento. Tra quelli che è possibile sfruttare per presentare una richiesta di sospensione si possono elencare:

  • l’avvenuto pagamento del tributo per cui si procede;
  • il precedente annullamento o la sospensione della cartella da parte del giudice o dell’autorità amministrativa;
  • l’intervenuta prescrizione o decadenza del credito per cui è richiesto il pagamento.

I vantaggi della sospensione sono molteplici: dal momento in cui viene presentata l’istanza, infatti, l’Agenzia delle Entrate non può procedere al pignoramento dei beni del debitore, né apporre fermi amministrativi o iscrivere ipoteche. Si apre, cioè, una finestra temporale che il fisco utilizza per verificare che quanto asserito dal contribuente corrisponda al vero. Inoltre, si tratta di una procedura sostanzialmente gratuita, che non necessita di avvalersi di un avvocato e che non richiede altre vie giudiziarie.
Tuttavia, se l’Agenzia delle Entrate ritiene che le deduzioni operate con l’istanza di sospensione non sono ammissibili, la sospensione viene negata: in questo caso, sarà necessario procedere con gli altri rimedi per difendersi dai controlli del fisco.

Il ricorso in autotutela

Una via di mezzo tra la richiesta di sospensione della cartella e il ricorso al giudice è la presentazione di una istanza in autotutela direttamente all’ente creditore: in altri termini, puoi preparare una richiesta diretta all’amministrazione che ti richiede il pagamento, con la quale chiarire le ragioni che ritieni possano viziare la richiesta di pagamento (come il fatto che il debito non sia di tua competenza o che hai già provveduto al versamento dovuto, e così via).
L’istanza in autotutela, al pari della richiesta di sospensione, non richiede particolari formalità, tranne l’indicazione precisa dell’atto che si intende contestare e delle ragioni poste a fondamento della domanda. Tuttavia, a differenza della prima non comporta la sospensione della cartella e non obbliga l’amministrazione a rispondere: ciò significa che durante il tempo necessario ad esaminare la tua domanda, l’Agenzia Entrate Riscossione potrà avviare il pignoramento; inoltre, non sorge alcun meccanismo di silenzio-assenso, per cui in caso di mancata risposta all’istanza la cartella non si considera annullata, ma sarà necessario procedere alla sua contestazione in tribunale.

La richiesta di autotutela va presentata sia all’Agenzia delle Entrate che all’ente titolare del credito. In alternativa, è possibile indirizzare l’istanza anche al Garante del Contribuente: nonostante questo ente non disponga del potere di annullare l’atto, esso può comunque emettere un parere capace di orientare il comportamento della pubblica amministrazione e, comunque, utile da poter essere speso in tribunale nel momento in cui dovesse sorgere la necessità di impugnare la cartella di pagamento.

L’impugnazione della cartella di pagamento

Se le due strade finora considerate non hanno risolto il problema, non resta che impugnare la cartella di pagamento. Per farlo, però, occorre considerare che esistono dei termini ben precisi da rispettare, pena la tardività (e, quindi, l’inammissibilità) del ricorso:

  • 60 giorni dalla notifica se la cartella riguarda tasse e tributi (come Imu, Tasi, Irpef, imposta di registro, bollo auto, ecc.), nel qual caso il ricorso va indirizzato alla Commissione Tributaria (i giorni diventano 150 se il contribuente ha presentato istanza di accertamento con adesione);
  • 30 giorni per il pagamento di multe (con ricorso presentato al Giudice di Pace);
  • 40 giorni per la richiesta di contributi previdenziali, e in questo caso il ricorso va presentato al Giudice del Lavoro.

Il ricorso richiede necessariamente l’ausilio di un avvocato e l’instaurazione di un processo, all’esito del quale il giudice deciderà sulla validità o meno della cartella di pagamento. Si tratta, ovviamente, del metodo per difendersi dai controlli del fisco più oneroso e lungo, ma anche quello che garantisce le maggiori probabilità di successo, sempre che i motivi e le eccezioni di cui ci si avvale siano validi. Di seguito analizziamo nel dettaglio tutti i possibili motivi di ricorso da far valere in giudizio contro la richiesta di pagamento dell’Agenzia delle Entrate.

Il ricorso per vizi della notifica

La principale contestazione che si può opporre alla cartella di pagamento è quella che riguarda i vizi della notifica degli atti esattoriali. Questo vizio può riguardare sia l’atto prodromico che la cartella di pagamento vera e propria.

Nel primo caso, occorre ricordare che la cartella di pagamento deve essere preceduta dalla notifica di avviso di pagamento: infatti, la cartella è solo il titolo esecutivo che legittima il fisco a procedere al pignoramento, ma l’atto che certifica l’esistenza del debito fiscale e la richiesta di pagamento è il primo. Per questo motivo, se hai ricevuto una cartella di pagamento senza aver avuto la notifica dell’avviso di pagamento, la prima è nulla, dal momento che ti è stata negata la possibilità di conoscere in anticipo la natura e le cause del debito e di difenderti di conseguenza.

Per quanto riguarda, invece, la notifica della cartella di pagamento, i vizi che potrebbero inficiarla sono molteplici:

  • ad esempio, la mancata consegna in mani proprie o di un familiare convivente (o di altro soggetto abilitato, come il portiere);
  • la mancata ricezione tramite PEC, se rientri tra i soggetti obbligati per legge ad avere una casella di posta elettronica certificata (come le società, gli imprenditori, i liberi professionisti, ecc.);
  • in caso di mancata consegna a mani proprie, l’assenza di un avviso di giacenza della raccomandata o altra comunicazione valida per legge;
  • la notifica a mezzo di corrieri privati o servizi postali diversi da Poste Italiane;
  • la consegna della raccomandata ad un vicino di casa o altro soggetto non abilitato per legge a ricevere la tua corrispondenza.

In tutti questi casi, puoi contestare in giudizio il fatto che, secondo la legge, non hai mai ricevuto correttamente la richiesta di pagamento, per cui la cartella di pagamento non è valida ai fini delle richieste dell’ente tributario.

Gli altri motivi di impugnazione della cartella di pagamento

Esistono poi altri motivi che possono servire per un ricorso avverso la cartella di pagamento. Tra questi si segnala la prescrizione: se tra la notifica di pagamento e la nascita del debito tributario è trascorso un certo lasso di tempo, il debito in questione potrebbe essere prescritto. In particolare, i termini contemplati dalla legge sono i seguenti:

  • 5 anni per i crediti previdenziali dovuti a Inps (o Inail);
  • 10 anni per i crediti dovuti all’Agenzia delle Entrate (Irpef, Iva, imposte erariali);
  • 5 anni per le multe stradali;
  • 10 anni per il canone Rai;
  • 3 anni per il bollo auto;
  • 5 anni per i tributi comunali (Imu, Tasi, Tari, Ici e simili).

Altra eccezione è quella di decadenza, che concerne il mancato rispetto dei termini massimi che la legge pone tra l’iscrizione a ruolo del debito e la prima notifica della cartella di pagamento: tra la data in cui viene accertato l’inadempimento e quella in cui si emette la cartella di pagamento non devono decorrere più di due anni, pena l’illegittimità della cartella stessa.
Come anticipato, nel caso di prescrizione e decadenza una valida alternativa al ricorso è quella di presentare un’istanza in autotutela o una richiesta di sospensione.

Altro motivo di illegittimità della cartella di pagamento è l’assenza, nella voce importo dovuto, del calcolo degli interessi: infatti, secondo la giurisprudenza, il contribuente deve poter verificare che il fisco abbia correttamente computato gli interessi sul capitale fiscale dovuto, tenendo conto del saggio applicato e delle annualità considerate. Va precisato, però, che in questo caso viene annullata solo la parte relativa agli interessi, mentre resta dovuta la parte capitale [2].

Se nella cartella mancano elementi essenziali, come la motivazione (cioè l’indicazione del tributo o della sanzione per cui si procede alla richiesta di pagamento), si è in presenza di una causa di nullità della cartella [3]. Non costituisce motivo di illegittimità la mancata firma dell’impiegato che ha materialmente redatto l’atto, purché sia comunque ricavabile il nome e cognome del responsabile del procedimento.

Si può rateizzare il pagamento?

Una volta esaminati i principali motivi per i quali è possibile chiedere l’annullamento della cartella di pagamento, è il caso di passare alle alternative a disposizione nel momento in cui non fosse possibile contestare l’obbligo tributario. In questi casi, infatti, il contribuente è tenuto al pagamento di quanto richiesto dall’Agenzia delle Entrate: tuttavia, è possibile azionare dei rimedi diversi per rendere questo obbligo meno gravoso.

Uno di questi è la richiesta di rateizzazione del debito. In questo modo, il contribuente può sospendere la cartella di pagamento, evitando che il fisco proceda a pignoramenti, fermi e ipoteche. Per effettuare la richiesta di dilazione esistono piani differenti tra cui scegliere:

  • per le somme fino a 60.000 euro si può chiedere la rateazione a 72 rate (cd. piano ordinario), senza la necessità di dover provare l’esistenza di una difficoltà economica;
  • per i debiti superiori a 60.000 euro, invece, la rateazione a 72 rate richiede la dimostrazione di una difficoltà economica, attraverso il deposito di documenti come l’ISEE che attestino un reddito non sufficiente ad evadere in un’unica soluzione gli importi richiesti;
  • anche per debiti inferiori a questa soglia è possibile richiedere un piano straordinario, con rateizzazione fino a 120 rate, purché venga accertata la grave situazione di difficoltà economica non dovuta a proprie responsabilità: in questo caso, occorre dimostrare che l’importo della rata ordinaria sia superiore del 20% del reddito mensile disponibile per il nucleo familiare.

Come anticipato, l’accoglimento dell’istanza comporta la sospensione dei pignoramenti e inibisce l’applicazione di misure cautelari come fermi amministrativi sul veicolo.

Cosa fare se l’Agenzia delle Entrate ha avviato il pignoramento?

Nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate dovesse aver avviato il pignoramento dei conti correnti o dei beni del contribuente moroso, esistono altri mezzi con cui è possibile difendersi dal fisco.
Innanzitutto, occorre sapere che l’Agenzia Entrate Riscossione non ha la possibilità di pignorare la prima casa, purché si tratti dell’immobile di residenza e abbia una destinazione civile, o, anche nel caso in cui il proprietario possieda altri immobili, il valore complessivo di questi non superi i 120.000 euro.
Inoltre, il fisco non può iscrivere ipoteca sugli immobili se il debito è inferiore ai 20.000 euro e se ne sei mesi precedenti non abbia inviato un preavviso.

Nel caso in cui il debitore non possiede redditi o beni intestati, il fisco non può procedere al recupero di alcun credito. Tuttavia, se l’ammontare non versato alle casse dello Stato supera certe soglie, c’è il rischio di contestazione di alcuni reati (in particolare, 250.000 euro per l’omesso versamento Iva e 150.000 euro per l’omesso versamento delle ritenute previdenziali). Ovviamente, il fisco procederà, attraverso l’Anagrafe tributaria, a verificare effettivamente la situazione di nullatenenza del debitore: per questo, puoi aspettarti indagini ed ispezioni della Guardia di Finanza, ma se la tua situazione economica corrisponde al vero né tu, né i tuoi familiari (salvo il coniuge in regime di comunione dei beni) avete di che temere.

Una volta avviata la procedura di pignoramento, prima che il giudice dell’esecuzione disponga la vendita e assegnazione dei beni esecutati, puoi chiedere di sostituire questi ultimi con una somma pari all’importo dovuto: si tratta della cd. conversione del pignoramento, che ti permette di estinguere tutti i debiti dovuti al Fisco senza perdere i tuoi beni.
Inoltre, la legge consente al debitore di poter chiedere la riduzione del pignoramento, quando il valore dei beni oggetto di esecuzione supera l’importo dei crediti per cui si agisce: l’istanza può essere presentata fino al momento in cui si procede alla vendita dei beni.

L’istanza di compensazione

Un altro metodo da utilizzare nel momento in cui si accerta che non ci sono alternative all’obbligo di pagamento è quello di chiedere la compensazione con eventuali crediti che vanti nei confronti del Fisco. In questo modo, il contribuente può estinguere la cartella di pagamento relativa a tributi erariali (come l’imposta sui redditi, l’Iva, le imposte di registro, l’Irap, ecc.) utilizzando i crediti dovuti sulla base delle medesime imposte.

Per procedere all’istanza di compensazione è necessario utilizzare l’apposito modello F24 Accise entro 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento.
Se però il pagamento riconosciuto riguarda soltanto una parte della cartella di pagamento, è necessario compilare un apposito modulo, con cui dichiarare il pagamento della parte di debito residua e quella per cui si intende avvalersi della compensazione.

Occorre chiarire, però, che non si possono utilizzare crediti in compensazione quando si tratta di compensazione orizzontale (cioè tra tributi diversi) e risultano debiti iscritti a ruolo per un importo superiore a 1.500 euro e per i quali sia già scaduto il relativo termine di pagamento: in questo caso, infatti, si deve prima pagare quanto dovuto e successivamente richiedere l’accredito delle somme disponibili. Viceversa, per le ipotesi di compensazione verticale (come ad esempio tra debiti e crediti entrambi riferiti all’Irpef), non ci sono limiti per cui è possibile chiedere la compensazione.

Gli accordi con l’Agenzia delle Entrate

Generalmente non è possibile chiedere all’Agenzia Entrate Riscossione uno sconto sul debito accertato. Infatti, a meno che non ci siano procedure specifiche per rientrare dall’esposizione debitoria previste dalla legge (come, ad esempio, lo Scudo Fiscale e simili), il Fisco non può concedere benefici a singoli contribuenti.

Tra le ipotesi previste dalla legge per poter ottenere dei benefici sulle imposte dovute al Fisco, però, di recente è stata introdotta la possibilità di chiedere una riduzione sostanziale del debito grazie alla cd. “Legge salva-suicidi[4]. Queste norme hanno introdotto delle ipotesi di riduzione del sovraindebitamento che prevedono le seguenti condizioni:

  • per i debiti tributari contratti per l’esercizio dell’attività lavorativa e professionale, è possibile proporre un “concordato” di pagamento in tutti i casi in cui l’esposizione è talmente alta da porre il contribuente nell’alternativa di dover fallire: in questo caso è possibile proporre, mediante un apposito organismo di composizione della crisi (normalmente un avvocato o un commercialista) un “saldo a stralcio” delle somme dovute e il relativo accordo va ratificato dal Tribunale;
  • per le altre obbligazioni non contratte per l’impresa o il lavoro, si può ottenere una decurtazione mediante un ricorso al giudice, che dovrà vagliare la bontà della proposta e cercare il consenso dei creditori sul taglio del debito;
  • in alternativa, è disponibile la procedura di liquidazione del patrimonio: si procede ad un’istanza al giudice con cui si vendono i propri beni e si ripartisce il ricavato tra i creditori.

note

[1] Si tratta della Legge 228/2012, come modificata dalla L. 159/2015, art. 1, co. 536-543: il rimedio in questione è definito “istanza cartelle pazze”, dal momento che permette ai contribuenti di bloccare le procedure esecutive dell’Agenzia Entrate Riscossione in presenza di irregolarità evidenti della cartella di pagamento.

[2] Il principio è stato ribadito, di recente, dall’ordinanza della Cassazione 3 maggio 2018, n. 10481, ma è conforme a molte altre pronunce (v. Cass. 8651/2009, 5554/2017, 15554/2017).

[3] L’obbligo di motivazione si ricava espressamente dall’art. 7, co. 3 dello Statuto del Contribuente e corrisponde al generale principio che concerne tutti gli atti amministrativi, sancito dall’art. 3 della Legge 7 agosto 1990, n. 241. In proposito, v. Cass. S.U. 11722/2010.

[4] Legge 27 gennaio 2012, n. 3.

Autore immagine: 123rf com


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