Diritto e Fisco | Editoriale

Adolescenti suicidi: chi deve cogliere i segnali di disagio?

14 Gennaio 2013
Adolescenti suicidi: chi deve cogliere i segnali di disagio?

La scuola e la famiglia devono educare a divenire adulti consapevoli e cittadini responsabili.

I nomi di Carolina e Andrea si aggiungono alla triste lista degli adolescenti morti suicidi negli ultimi mesi. Un dato allarmante che immediatamente pone l’indice accusatorio nei confronti dei social network e del potere nefasto che possono esercitare su soggetti ritenuti “deboli”.

Ma siamo sicuri che si tratti di cyber bullismo? In una società dalle fattezze darwiniane, in cui a primeggiare è sempre il più forte, quanto conta il ruolo della famiglia e della scuola? Siamo alle solite osservazioni che, se da un lato sono avvalorate dagli studi epistemologici di psicologi, pedagogisti e sociologi, dall’altro si scontrano con i pareri più discordanti della comunità di ciberanuti, chiamata in causa per offrire la propria interpretazione dei fatti.

L’analisi parte quasi sempre dai due punti cardine nella formazione dell’adolescente: la famiglia – cercando di capire in che misura sia presente (o assente) nella vita dei propri figli – e la scuola. Una raffica di domande retoriche sul perché i genitori prima e gli insegnanti dopo non si accorgano del disagio del giovane. Un disagio soprattutto che, manifesto o meno che sia, non può –  così asseriscono in tanti – non essere percepito proprio da chi passa circa 36 ore settimanali con i figli degli altri. E si! Perché l’insegnante, pur essendo talvolta genitore, non è il tutore dei propri alunni, non ha un legame affettivo con i propri discenti, almeno non in termini di affettività filiale. Ed ecco contendersi le responsabilità, o irresponsabilità, tra genitori e docenti.

L’insegnante è però un educatore. A lui sono demandati compiti ben precisi che sarebbe opportuno non dimenticare. Certo, le competenze didattiche e disciplinari sono basilari: tutti vorrebbero per i propri figli un buon maestro anziché un maestro buono; ma l’empatia, la capacità di comprendere appieno lo stato d’animo altrui, è fondamentale. Il verbo “educare” (composto da “e” e “duco”: condurre, trarre fuori) significa “aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente”. L’insegnante dovrà, dunque, essere innanzitutto un buon educatore, insegnare ai propri discenti il rispetto dell’altro (e dell’altro da sé, come dicono gli antropologi) e delle regole civili, far acquisire consapevolezza di sé e del valore etico di ciò che ci circonda.

Per avere studenti eccellenti è necessario creare adulti consapevoli e cittadini responsabili. La cultura fine a se stessa è pressoché inutile se non la si mette a servizio della comunità. E questo vale per tutti: insegnanti, allievi e genitori. Capire i disagi e frenare ogni forma di sopruso è possibile se si diventa acuti osservatori e attenti uditori.

Anche i segnali più criptici possono essere captati. L’uomo nero, d’altronde, è frutto della fantasia; ma se non si è guardinghi, lo si può incontrare virtualmente nelle reti mediatiche.

Navigare si, ma non senza la bussola, altrimenti è facile perdere la rotta! E di pirati il mare ne è pieno.

Di MANUELA MAGNELLI



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