Diritto e Fisco | Editoriale

Certificato anagrafico: quale valore probatorio?

2 luglio 2018


Certificato anagrafico: quale valore probatorio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 luglio 2018



La residenza ufficiale può non coincidere con l’abituale dimora di una persona; per cui, se non vi sono prove contrarie, la notifica andrà fatta presso quest’ultimo luogo.

Molto probabilmente, se qualcuno dovesse chiederti come stabilire la residenza di una persona tu risponderesti in un solo modo: chiedendo un certificato di residenza. È dall’iscrizione all’anagrafe comunale che si stabilisce dove una persona abita. E se poi questa vive altrove, tanto peggio per lei poiché tutte le notifiche e le comunicazioni andranno fatte all’indirizzo ufficiale e avranno comunque valore legale. Non è però sempre così. E a ricordarlo è un’ordinanza della Cassazione di questa mattina [1]. Secondo infatti la Corte è ben dimostrabile che la dimora abituale della persona è un’altra e che, pertanto, a quest’ultima bisogna far riferimento. Ma se questo è vero, allora quale valore probatorio ha un certificato anagrafico di residenza? Cerchiamo di capirlo qui di seguito.

Per il giudice competente rileva la dimora e non la residenza

Immaginiamo di dover stabilire il tribunale competente a cui presentare la domanda di divorzio nei confronti della nostra ex moglie. Questa risulta residente a Milano, ma di fatto si è ormai stabilita in pianta stabile dai suoi genitori, a Messina. In verità, la residenza nel capoluogo lombardo è solo “di comodo” poiché lì è iscritta all’ufficio di collocamento nella speranza di trovarvi un lavoro e vi si reca solo una volta al mese per sottoporsi a controlli sanitari. Subito dopo fa ritorno in Sicilia, dove vivono i suoi figli. A questo punto è normale chiedersi presso quale giudice va citata la signora: a Milano o a Messina? La Cassazione, sul punto, non ha dubbi: il certificato di residenza anagrafica ha un valore semplicemente presuntivo in ordine al luogo dell’effettiva dimora abituale. Questo non toglie che dimora effettiva e residenza  formale potrebbero anche non coincidere e che, se ciò dovesse avvenire, bisognerebbe privilegiare la prima e non la seconda. Il certificato anagrafico prodotto in una causa non prova la residenza del soggetto nella città ivi indicato se risulta diversamente. E tale dimostrazione può essere fornita con ogni mezzo di prova.

Ritornando all’esempio da cui siamo partiti si può dire che la non continuativa presenza sul territorio da parte della ex moglie e il mancato reperimento di una stabile occupazione escludono che il tribunale competente possa essere quello di residenza; al contrario, la domanda di divorzio andrà presentata ove la donna dimora abitualmente, ossia in Sicilia.

Domicilio e residenza: che differenza c’è?

Quando si parla di residenza ci si riferisce al luogo di abituale dimora. Tra le due nozioni dovrebbe esserci sempre coincidenza: non si può infatti spostare la residenza  secondo i propri comodi poiché diversamente si rischia una incriminazione penale (leggi Falsa residenza: cosa si rischia?). Del resto ogni cittadino ha il dovere di essere reperibile, per cui l’indirizzo fornito al Comune deve necessariamente coincidere con quello ove abitualmente si vive e non quello necessario per ottenere benefici, sovvenzioni o riduzioni dal pagamento delle imposte. Se si dovesse nominare una residenza di comodo, il Comune – rilevato che il soggetto non vive in quel determinato indirizzo – potrebbe disporne la cancellazione dalle liste anagrafiche.

La Cassazione passa poi a distinguere i concetti di residenza e domicilio anche ai fini dell’individuazione del giudice territorialmente competente in ordine alla domanda di divorzio. Come noto il codice civile [2] stabilisce che:

  • il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi;
  • la residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale.

Nel caso del domicilio, occorre, oltre all’effettiva identificazione di un determinato luogo come centro di riferimento del complesso dei rapporti della persona, l’effettiva volontà di collocarvelo, indipendentemente dalla dimora o dalla concreta presenza in quel determinato luogo; mentre nel caso della residenza si richiedono la permanenza della dimora in un determinato luogo e l’intenzione di abitarvi stabilmente, rilevata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni familiari e sociali [3].

Ai fini dell’individuazione della residenza, poi, secondo il consolidato orientamento della Cassazione, le indicazioni emergenti dall’anagrafe comunale danno luogo a una semplice “presunzione” che può essere superata anche dalla valutazione di altri elementi, ivi compresi quelli forniti da atti e dichiarazioni dello stesso soggetto interessato, tali da evidenziare in concreto la diversa ubicazione di detta dimora [4].

Alla luce di ciò ben si comprende come non è detto che si debba necessariamente tenere conto del certificato di residenza quando tutti i fatti dimostrano inequivocabilmente che il luogo di abituale dimora del soggetto è un altro. Ed allora è ben possibile citare quest’ultimo presso un altro tribunale e notificargli gli atti giudiziari nel luogo ove quotidianamente vive, non avendo nessuna rilevanza la volontà di stabilire in un’altra città la sede della propria attività lavorativa.

Nel caso di specie, in quanto subordinata al reperimento di una stabile occupazione, allo stato non conseguita, l’intenzione della donna di trasferirsi definitivamente a Milano è rimasta quindi allo stato di mera aspirazione, e come tale deve considerarsi inidonea a integrare il presupposto di fatto necessario per l’individuazione della residenza o del domicilio.

note

[1] Cass. sent. n. 17294/18 del 2.07.2018.

[2] Art. 43 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 21370/2011.

[4] Cass. sent. n. 9373/2014, n. 25726/2011, n. 24422/2006.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 19 aprile – 2 luglio 2018, n. 17249

Presidente Scaldaferri – Relatore Mercolino

Fatti di causa

1. Con ordinanza del 24 gennaio 2017, il Tribunale di Gela ha dichiarato la propria incompetenza per territorio in ordine alla domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio proposta da M.G. nei confronti di A.A. , rilevando che quest’ultima ha la sua residenza anagrafica in Udine.

2. A seguito della riassunzione del giudizio, il Tribunale di Udine, dichiarato competente dalla predetta ordinanza, ha sollevato conflitto negativo di competenza, con ordinanza del 21 novembre 2017, escludendo che, al di là delle formali risultanze anagrafiche, la A. dimori abitualmente in Udine.

Premesso infatti che il certificato di residenza anagrafica ha un valore meramente presuntivo in ordine al luogo dell’effettiva dimora abituale, accertabile con ogni mezzo, il Tribunale ha rilevato che all’udienza di comparizione dinanzi al Presidente del Tribunale la A. , pur dichiarando di risiedere ad Udine, ha affermato di avervi mantenuto la residenza soltanto in funzione dell’iscrizione nelle liste di collocamento, nella speranza di trovarvi un lavoro, ed ha riconosciuto di recarvisi soltanto una volta al mese, per sottoporsi a controlli sanitari, e di fare poi ritorno a (…), dove vivono i suoi figli. Precisato che l’effettuazione dei predetti controlli è rimasta priva di riscontro, non essendo state allegate precise circostanze al riguardo, mentre risulta provata la regolare frequentazione di una scuola in (omissis) da parte del figlio minore E. , ha aggiunto che l’esistenza di un legame territoriale effettivo soltanto con la città natale emerge anche dalla dichiarazione della A. , secondo cui la presenza in (…) è legata alla necessità di prestare assistenza al padre malato. Considerato infine che la speranza di trovare lavoro in (…) non si è concretizzata, ha ritenuto irrilevanti, oltre che generici, i capitoli di prova testimoniale articolati dalla convenuta in ordine alla collocazione della dimora nella predetta città, reputando altresì superflua l’audizione del figlio, ed evidenziando infine l’opportunità di un coinvolgimento dei Servizi Sociali del luogo di effettiva residenza o dell’espletamento di una c.t.u., ai fini della decisione in ordine all’affidamento del minore.

3. La A. ha resistito con memorie.

Il Collegio ha deliberato, ai sensi del decreto del Primo Presidente del 14 settembre 2016, che la motivazione dell’ordinanza sia redatta in forma semplificata.

Ragioni della decisione

1. Ai sensi dell’art. 4 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato da ultimo dall’art. 2, comma 3-bis, del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, nel testo risultante dalla dichiarazione d’illegittimità costituzionale pronunciata dalla Corte costituzionale con sentenza n. 169 del 2008, la domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio si propone dinanzi al tribunale del luogo in cui il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio, salva l’applicazione degli ulteriori criteri previsti in via subordinata dalla medesima disposizione (cfr. Cass., Sez. VI, 3/07/2014, n. 15186).

Le nozioni di domicilio e residenza, anche ai fini dell’individuazione del giudice territorialmente competente in ordine alla domanda di divorzio, vanno desunte dall’art. 43 cod. civ., e s’identificano quindi, rispettivamente, con il luogo in cui il coniuge convenuto ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi e con quello in cui ha la sua dimora abituale, da determinarsi in entrambi i casi sulla base di un duplice elemento, oggettivo e soggettivo: nel caso del domicilio, occorre infatti, oltre all’effettiva identificazione di un determinato luogo come centro di riferimento del complesso dei rapporti della persona (da intendersi non solo in senso economico e patrimoniale, ma anche morale, sociale e familiare), l’effettiva volontà di collocarvelo, indipendentemente dalla dimora o dalla concreta presenza in quel determinato luogo (cfr. Cass., Sez. VI, 15/10/2011, n. 21370; Cass., Sez. III, 8/03/2005, n. 5006), mentre nel caso della residenza si richiedono la permanenza della dimora in un determinato luogo e l’intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni familiari e sociali (cfr. Cass., Sez. I, 5/08/2005, n. 16525; 8/11/1989, n. 4705). Ai fini dell’individuazione della residenza, poi, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, le indicazioni emergenti dalle risultanze anagrafiche danno luogo ad una mera presunzione, superabile alla stregua di altri elementi, ivi compresi quelli forniti da atti e dichiarazioni della stessa parte, tali da evidenziare in concreto la diversa ubicazione di detta dimora (cfr. Cass., Sez. VI, 28/04/2014, n. 9373; Cass., Sez. I, 1/12/2011, n. 25726; Cass., Sez. II, 16/11/2006, n. 24422).

Sulla base di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire anche in questa sede, non merita consenso la decisione del Tribunale di Gela, il quale, nel dichiarare la propria incompetenza in ordine alla domanda di divorzio proposta dal M. nei confronti della A. , si è limitato a dare atto dell’avvenuta produzione in giudizio di un certificato anagrafico, da cui risultava l’avvenuto trasferimento della residenza della convenuta ad Udine, senza tener conto degli elementi addotti dal ricorrente, da cui emergeva, in contrasto con la predetta indicazione, la permanenza in Niscemi della dimora abituale e, al tempo stesso, del centro degl’interessi e delle relazioni della A. . In sede di comparizione personale dinanzi al Presidente del Tribunale, quest’ultima ha d’altronde espressamente confermato di continuare a trascorrere la maggior parte del proprio tempo nel Comune di origine, dove risiedono i suoi genitori ed il figlio minore collocato presso di lei dalla sentenza di separazione, avendo riferito di dedicarsi all’assistenza del padre, gravemente ammalato, ed alla cura del figlio, il quale continua a frequentare la scuola nel predetto Comune. Particolare rilievo, in tale contesto, assume l’ulteriore precisazione della convenuta, secondo cui, pur avendo preso in affitto un appartamento in Udine (peraltro in condivisione con terzi), ella si recherebbe in quella città soltanto una volta al mese per sottoporsi a controlli sanitari, avendovi trasferito la residenza anagrafica nella speranza di trovarvi lavoro, ed avendo per tale motivo richiesto l’iscrizione nelle liste di collocamento. Anche a voler ritenere provati i predetti spostamenti (risultanti dalla produzione in giudizio di un unico documento attestante lo svolgimento di esami medici) e a voler attribuire agli stessi una frequenza regolare, la natura tutt’altro che continuativa della presenza della convenuta in Udine consente di escludere la sussistenza dell’elemento oggettivo della residenza e del domicilio, inducendo quindi a concludere per la conservazione degli stessi in (…); nessuna rilevanza può a sua volta assumere, sotto il profilo soggettivo, la volontà, manifestata dalla A. , di stabilire nella prima città la sede della propria attività lavorativa (e con essa, verosimilmente, il centro della propria vita sociale e magari familiare), non essendo ella ancora riuscita a concretizzare il proprio intento, ma essendosi soltanto attivata per realizzarlo in futuro.

In quanto subordinata al reperimento di una stabile occupazione, allo stato non conseguita, l’intenzione di trasferirsi definitivamente ad Udine è rimasta infatti finora allo stato di mera aspirazione, e come tale deve considerarsi inidonea ad integrare il presupposto di fatto necessario per l’individuazione della residenza o del domicilio, con la conseguenza che la competenza in ordine alla domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio va riconosciuta al Tribunale di Gela, nel cui circondario è situato il Comune di (…).

2. La proposizione d’ufficio del regolamento di competenza esclude la necessità di provvedere al regolamento delle spese processuali.

P.Q.M.

dichiara la competenza del Tribunale di Gela, dinanzi al quale il processo dovrà essere riassunto nel termine di legge.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.


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