Diritto e Fisco | Editoriale

Telefonare spesso: cosa si rischia?

2 luglio 2018


Telefonare spesso: cosa si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 luglio 2018



Chiamare troppe volte la stessa persona al telefono o inviarle sms può far scattare il reato di molestie telefoniche. 

Immagina di ricevere numerose telefonate dalla stessa persona, così tante da non poter più lasciare il telefono acceso o, comunque, da costringerti a mettere la vibrazione. Potresti bloccare il contatto perché il tuo smartphone te lo consente, ma non ti senti di farlo per timore di indispettire ancor di più il soggetto il quale appare, in questo momento, psicologicamente labile. La sua reazione ti spaventa ancor di più visto che si tratta di un tuo ex e temi che possa parlare di te in giro arrivando a perseguitarti. Tuttavia ti chiedi se esiste un modo legale per farlo smettere, se cioè si possa denunciare una persona che ti telefona troppe volte nell’arco della stessa giornata. La Cassazione ha affrontato più volte il tema in questione ricordando che, in ipotesi di questo tipo, esiste una esplicita previsione nel codice penale volta a prevedere una tutela per le vittime degli squilli ossessivi e impertinenti. Una sentenza di qualche giorno fa mette proprio a fuoco il problema [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si rischia a telefonare spesso.

Reato di molestia o disturbo delle persone 

Il codice penale [2] prevede il reato di molestia o disturbo delle persone. Si stabilisce, in particolare, la pena dell’arresto fino a sei mesi o l’ammenda fino a 516 euro per chiunque (…) col mezzo del telefono, per petulanza o altro biasimevole motivo, reca ad altri molestia o disturbo.

Per «petulanza», deve intendersi un modo di agire pressante, indiscreto e impertinente, che sgradevolmente interferisca nella sfera della libertà e della quiete di altre persone; mentre per «biasimevole motivo» si deve intendere più genericamente ogni altro movente che sia riprovevole in se stesso o in relazione alla qualità della persona molestata e che abbia praticamente su quest’ultima gli stessi effetti della petulanza.

La norma punisce la condotta di chi reca molestia o disturbo all’altro soggetto, se commessa per petulanza o per altro biasimevole motivo; condotta tenuta con la consapevolezza della sua capacità di molestare o disturbare la vittima.

Anche se c’è un valido motivo, le telefonate ripetute sono reato

Se la condotta è stata posta in essere «per petulanza», non occorre un ulteriore «biasimevole motivo» per integrare il reato sotto il profilo soggettivo. Questo significa, a detta della Cassazione, che anche un valido motivo – come le reiterate chiamate all’ex coniuge per vedere i figli o per sapere come stanno – può far scattare il reato.

Ciò è stato ribadito dalla Suprema Corte, la quale sul punto evidenzia che per il reato è sufficiente la consapevolezza di voler molestare o disturbare il soggetto passivo, senza che rilevi l’eventuale sua convinzione di operare «per un fine non biasimevole o per il ritenuto conseguimento, con modalità non legali, della soddisfazione di un proprio diritto». È quindi sufficiente qualsiasi condotta volontaria oggettivamente idonea a molestare altre persone, con lo scopo specifico di interferire nella libertà altrui.

Non rileva l’eventuale convinzione dell’agente di operare per un fine non biasimevole o addirittura per il ritenuto conseguimento, con modalità non legali, della soddisfazione di un proprio diritto.

Quante telefonate per il reato

Secondo la Cassazione integra il reato di molestie telefoniche la condotta di chi esegue ben 12 telefonate mute della durata di pochi secondi all’utenza telefonica della persona offesa [3]. Tuttavia, l’accertata esistenza di una relazione tra la vittima e l’imputato, caratterizzata dai continui contatti telefonici con frequenti litigi, esclude la petulanza e, soprattutto, l’interferenza indebita nella sfera di libertà della persona offesa attraverso le telefonate e gli sms contestati [4].

Il reato di molestia non è necessariamente abituale, per cui può essere realizzato anche con una sola azione di disturbo o di molestia. (Nella specie è stata ritenuta molesta una sola telefonata effettuata alle ore 23, ritenuta notturna, con il futile pretesto della richiesta di restituzione di una tuta) [5].

Sms

Quanto alla possibilità di estendere il reato di molestie telefoniche agli sms ci sono pareri favorevoli [6] e altri contrari [7]. A quest’ultimo riguardo la Cassazione ha spiegato che la pluralità di messaggi non ha il carattere invasivo proprio del mezzo telefonico a cui il destinatario non può sottrarsi se non chiudendo l’apparecchio. Gli sms possono anche essere non letti.

Prescrizione

Il reato di molestie telefoniche va dichiarato estinto per prescrizione quando sono decorsi cinque anni dalla fine delle molestie.

Reciprocità del reato

Non è configurabile il reato di molestia o disturbo quando vi sia reciprocità o ritorsione delle molestie, in quanto in tal caso non ricorre la condotta tipica descritta dalla norma, e cioè la sua connotazione “per petulanza o altro biasimevole motivo”, cui è subordinata l’illiceità penale del fatto.

Molestie: perseguibile d’ufficio o a querela di parte?

Con il reato di molestie il legislatore, attraverso la previsione di un fatto recante molestia alla quiete di un privato, ha inteso tutelare la tranquillità pubblica per l’incidenza che il suo turbamento ha sull’ordine pubblico, data l’astratta possibilità di reazione. Pertanto, viene preso in considerazione l’ordine pubblico, pur trattandosi di offesa alla quiete privata; onde l’interesse privato, individuale, riceve una protezione soltanto riflessa, cosicché la tutela penale viene accordata anche senza e pur contro la volontà delle persone molestate o disturbate. Ne consegue che il reato è perseguibile d’ufficio e, se il fatto costituisce contemporaneamente altro reato (ingiuria, minaccia, danneggiamento) punibile a querela, la mancanza o la remissione di questa lasciano sussistere la contravvenzione, che sopravvive alla remissione della querela stessa [8].

note

[1] Cass. sent. n. 28253/18 del 19.07.2018.

[2] Cass. sent. n. 20200/2013.

[3] Cass. sent. n. 19767/2015.

[4] Cass. sent. n. 23521/2014.

[5] Cass. sent. n. 26776/2016.

[6] Cass. sent. n. 23262/2016, n. 30294/2011, n. 28680/2004.

[7] Cass. sent. n. 24670/2012.

[8] Cass. sent. n. 11208/1994.


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