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Il reato di violazione di domicilio

15 agosto 2018 | Autore:


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Quando entrare in casa di altri costituisce reato? Cosa si intende per privata dimora? Quando c’è furto in abitazione? Cos’è la legittima difesa domiciliare?

La proprietà privata è sacra, soprattutto quando si riferisce alla propria abitazione. Non a caso, la stessa Costituzione dice che il domicilio è inviolabile, utilizzando un aggettivo (inviolabile, appunto) che è lo stesso adoperato per la libertà personale. Difatti, l’abitazione è l’estensione della propria persona, il luogo ove si svolge la vita di ognuno, ove ci si sente protetti e al sicuro. La casa è davvero un luogo sacro. Per tutte queste ragioni, la legge punisce chi si introduce nell’altrui dimora senza il consenso di chi ne abbia la disponibilità. La violazione di domicilio, però, si accompagna spesso e volentieri alla commissione di altri reati: si pensi al furto in abitazione, oppure ad una rapina, o ancora ad una violenza. Allo stesso modo, questa fattispecie è legata alla legittima difesa cosiddetta domiciliare, una particolare scriminante che si applica nei casi in cui sia necessario difendersi quando il malintenzionato si sia introdotto in casa. Per tutte queste ragioni, è importantissimo sapere cos’è la violazione di domicilio e quali conseguenze comporta questo crimine. Quindi, se sei interessato a capirne di più, prosegui nella lettura: vedremo in maniera approfondita in cosa consiste il reato di violazione di domicilio.

Violazione di domicilio: cosa dice la legge?

Secondo il codice penale, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque si introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s’introduce clandestinamente o con inganno.  Stessa pena è prevista per chi si trattiene nei detti luoghi contro l’espressa volontà di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si trattiene clandestinamente o con inganno. Il delitto è punibile a querela della persona offesa, a meno che il fatto non sia commesso con violenza sulle cose, o alle persone, ovvero il colpevole sia palesemente armato [1].

Cos’è il domicilio?

Punto cruciale del delitto in questione è rappresentata dalla nozione di domicilio. A proposito, dobbiamo subito dire che il domicilio di cui parla il codice penale non corrisponde a quello in senso civilistico. Mentre, infatti, il codice civile dice che il domicilio è solamente il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi (il suo ufficio, il suo studio, ecc.), la legge penale intende per esso ogni luogo privato ove si svolge la vita, lavorativa e non, dell’individuo. Si tratta, pertanto, di una nozione allargata, che ricomprende anche i concetti di dimora e di residenza tipici del diritto civile.

Secondo la giurisprudenza, ai fini della configurazione del delitto di violazione di domicilio, per abitazione si intende il luogo adibito ad uso domestico di una o più persone; non è tale, quindi, l’appartamento non ancora abitato dal proprietario [2]. La violazione di domicilio, quindi, presuppone la sua esistenza attuale e reale: l’attualità dell’uso non implica necessariamente la sua continuità e, pertanto, non viene meno in ragione dell’assenza, più o meno prolungata nel tempo, dell’avente diritto [3]. Ciò significa che il domicilio è tutelato anche se la sua occupazione sia saltuaria: si pensi ad una casa al mare oppure ad una abitata solamente in determinate stagioni dell’anno. Di contro, quando una casa è totalmente disabitata, non si potrà parlare di violazione di domicilio: si immagini a chi fa ingresso in un edificio abbandonato o in un vecchio rudere.

Infine, come anticipato, anche gli studi professionali, le osterie, i caffè, le botteghe e gli altri locali simili devono considerarsi luoghi di privata dimora [4]. Non è equiparabile ad un domicilio l’abitacolo di una vettura, in quanto sfornito dei requisiti minimi indispensabili per poter risiedere in modo stabile per un apprezzabile lasso di tempo [5].

Cosa sono le appartenenze?

Il reato di violazione di domicilio tutela non solo i luoghi di privata dimora, ma anche le appartenenze della stessa. Cosa si intende per appartenenze? Secondo i giudici, sarebbero quei luoghi che, pur non costituendo parte integrante dell’abitazione, nondimeno sono adibiti a servizio e completamento della stessa [6].

Le appartenenze sono caratterizzate da un rapporto funzionale di servizio o accessorietà con i luoghi di privata dimora, anche se non sono a questi materialmente uniti, cioè anche quando non sussiste una comunicazione tra abitazione e appartenenza [7].

Pertanto, si avrà violazione di domicilio ogni volta che una persona si intratterrà o entrerà contro la volontà del proprietario all’interno di un cortile, di una cantina, di un magazzino esterno, di una stalla, di un orto, di un giardino o di luoghi simili, in quanto tutti riconducibili ad appartenenze del luogo di privata dimora, cioè al domicilio.

Violazione domicilio: quando è reato?

Abbiamo visto cosa debba intendersi per domicilio, luogo di privata dimora e relative appartenenze, cioè tutti i posti a cui si estende la tutela fornita dalla legge penale. Se questo è il primo presupposto della violazione di domicilio, altro requisito fondamentale è che il reo si introduca o si trattenga nei predetti luoghi contro la volontà di chi ha il diritto di escluderlo. Cosa significa? Vuol dire che per commettere violazione di domicilio occorre:

  • entrare nella dimora altrui senza il consenso o addirittura contro la volontà di chi ha la disponibilità dei luoghi (non solo il proprietario, ma anche il conduttore nel caso di locazione, l’usufruttuario, l’enfiteuta, ecc.);
  • intrattenersi nei predetti luoghi contro la volontà di chi ne ha la disponibilità, anche se l’ingresso è avvenuto inizialmente con il pieno consenso del titolare (si pensi a chi è invitato a prendere un caffè in casa altrui e poi decida di non andarsene seppur spinto dal proprietario a lasciare l’abitazione).

Pertanto, la persona offesa dal reato, cioè la vittima che potrà sporgere querela per violazione di domicilio, non è soltanto il proprietario formale del luogo di privata dimora ma, più in generale, colui che vanta il diritto di potervi abitare e, di conseguenza, di poter escluder gli altri, cioè di poterli “cacciare via” quando vuole. Si pensi, come già detto, a chi viva in affitto in un appartamento: pur non essendone il proprietario, è lui che ci vive e, di conseguenza, è lui che potrà scegliere chi far entrare e chi invece escludere dall’abitazione.

Violazione di domicilio: quando c’è inganno?

Il reato di violazione di domicilio punisce anche l’ingresso fraudolento nell’altrui abitazione. Cosa significa? Vuol dire che non è necessaria un’esplicita manifestazione contraria da parte del proprietario (o di altro titolare di diritto) per integrarsi violazione di domicilio: commette questo reato, infatti, anche chi si introduce in casa altrui furtivamente, ad esempio di notte passando per la finestra.

Allo stesso modo, integra il delitto di violazione di domicilio la condotta di chi utilizza imbrogli o raggiri per fare il suo ingresso: si pensi a chi si spacci per una persona nota al padrone di casa e, pertanto, si faccia aprire dalla domestica, ignara della menzogna propinatale.

Ma v’è di più. Secondo la Corte di Cassazione, commette il reato di cui ci stiamo occupando anche colui che penetri furtivamente nelle ore di notte nella casa coniugale, pur col consenso dell’adultera, mentre il marito è assente [8].

Violazione di domicilio: qual è l’elemento soggettivo?

Ogni reato che si rispetti è composto da un elemento oggettivo e da uno soggettivo: il primo è riferibile alla condotta concreta che il reo deve porre in essere per integrare il comportamento delittuoso previsto dalla norma penale; il secondo, invece, riguarda la condizione psicologica dell’agente. Perché si concreti il reato di violazione di domicilio è necessario che il colpevole agisca con dolo generico. Cosa significa? Vuol dire che il reo deve essere conscio del fatto di essere entrato in casa altrui senza il consenso o contro la volontà del titolare. Nel caso in cui manchi questa consapevolezza, cioè quella di essere “indesiderato”, verrà meno l’intero reato. Facciamo degli esempi. Si pensi a chi è convinto di trovarsi in un luogo pubblico anziché in uno di privata dimora e, perciò, rifiuti di allontanarsi; oppure, si immagini a colui che è sicuro di avere il permesso del legittimo proprietario, ma in realtà così non è perché ha compreso male oppure perché ingannato da chi gli ha dato il consenso in quanto non legittimato.

Violazione di domicilio e furto

Abbiamo detto che la violazione di domicilio spesso e volentieri incrocia un altro delitto: quello di furto. Il legislatore ha previsto un’apposita fattispecie di reato, quella appunto del furto in abitazione, che punisce con la reclusione da tre a sei anni (al di fuori di aumenti per specifiche circostanze aggravanti) chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa [9].

Trattasi di ipotesi di reato punita più severamente della fattispecie base, cioè del furto normale, in quanto l’ingresso nella dimora altrui comporta un attentato maggiore alla libertà e alla sicurezza della vittima, la quale si trova a dover fare i conti con il malvivente direttamente in casa propria.

Violazione di domicilio e legittima difesa

La condotta tipica della violazione di domicilio rileva anche in punto di applicazione della legittima difesa. Nel 2006 è stato introdotto un ulteriore comma alla legittima difesa tradizionale, cioè a quella che non distingue tra difesa nel domicilio e difesa al di fuori di esso [10]. Secondo la nuova previsione, ogni qualvolta ci si debba difendere all’interno della propria casa, del proprio studio professionale o comunque nel luogo ove si lavora, la proporzionalità tra difesa e offesa si presume quando, chi si trova legittimamente in quel posto, utilizza un’arma (regolarmente detenuta) per difendere la propria o l’altrui incolumità, ovvero per difendere i propri o gli altrui beni, se vi è pericolo di aggressione.

Al di là del dibattito giuridico suscitato dalla norma, la legittima difesa a casa intende tutelare chi viene aggredito all’interno delle mura domestiche (o di quelle del proprio studio, della propria attività imprenditoriale, ecc.): infatti, si presume che chi si introduca nel domicilio altrui non abbia affatto buone intenzioni. La violazione delle mura private mette la vittima in uno stato di totale soggezione, in quanto colta di sorpresa in un luogo ove dovrebbe sentirsi al sicuro; a ciò si aggiunga che il reo, in queste circostanze, si presenta quasi sempre armato, pronto ad ogni evenienza.

La legittima difesa domiciliare differisce da quella classica per la presunzione di proporzionalità: in parole semplici, mentre nella legittima difesa in strada, cioè quella al di fuori delle mura private, il giudice, nello stabilire se il comportamento sia scusato o meno, deve verificare, tra le altre cose, che tra difesa e offesa ci sia proporzione (nei termini sopra detti), nel caso di difesa domiciliare la proporzionalità non deve essere accertata perché, appunto, si presume, cioè si ritiene esistente. Nello specifico, perché operi questo meccanismo, è necessario che chi si è introdotto illegittimamente nel domicilio: minacci l’incolumità degli altri; minacci il patrimonio altrui, quando non vi è desistenza e v’è pericolo di aggressione.

Se nulla da dire v’è nel caso della minaccia all’altrui incolumità (anche per strada la difesa è legittima in presenza di aggressione fisica), nel secondo sembrerebbe essere messo in discussione tutto il discorso della proporzionalità che abbiamo fatto prima. Infatti, la legge consente di difendersi con le armi anche se in pericolo vi è solo il patrimonio. Per non incorrere in una illegittimità costituzionale, la legge ha però specificato che in questo caso, oltre che aggressione patrimoniale, vi deve anche essere il pericolo di un’aggressione personale: testualmente, «quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Con l’aggiunta di questi due requisiti (non desistenza e pericolo di aggressione alla persona) la legge ha voluto dire che è legittimo l’uso delle armi contro chi si introduce illegalmente nel domicilio quando il malintenzionato voglia rubare ma, al contempo, pur essendo stato avvisato di abbandonare il proprio intento criminoso, continui la sua opera e, anzi, minacci l’incolumità dei presenti.

Facciamo un esempio. Tizio si introduce furtivamente in casa di Caio; questi lo scopre con le mani nel sacco e gli punta la pistola (legittimamente detenuta) contro, intimandogli che, se non andrà via, sparerà. Tizio, anziché desistere, cioè invece di accettare l’invito e andarsene, con una mossa fulminea estrae dalla tasca un coltello a serramanico. Caio, impaurito dal gesto, fa fuoco e lo uccide. Secondo la legge, Caio non commette omicidio perché è scusato, cioè giustificato dalla legittima difesa, in quanto sono presenti tutti gli elementi della difesa domiciliare: violazione di domicilio (da parte di Tizio); legittima detenzione di un’arma (da parte di Caio); invito ad abbandonare (cioè a desistere); pericolo di aggressione (Tizio, anziché recedere dai propri intenti criminosi, estrae il coltello).

note

[1] Art. 614 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 9607 del 02.03.2004.

[3] Cass., sent. n. 21062 del 05.03.2004.

[4] Cass., sent. del 26.10.1983.

[5] Cass., sent. n. 43426 del 05.11.2004.

[6] Cass., sent. del 03.06.1949.

[7] Cass., sent. n. 844 del 18.11.1970.

[8] Cass., sent. del 23.01.1968.

[9] Art. 624-bis cod. pen.

[10] Art. 52 cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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