Diritto e Fisco | Editoriale

Tasse sulla casa: dopo quanti anni non si pagano più?

3 luglio 2018


Tasse sulla casa: dopo quanti anni non si pagano più?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 luglio 2018



Imu, Tasi e Tari: quando scatta la prescrizione dell’imposta e della cartella di pagamento?

Può succedere – e succede – di dimenticare una scadenza fiscale e di non versare le imposte per tempo. Il che è del tutto lecito atteso che gli appuntamenti con le tasse sono disseminati nell’arco dell’anno. Proprio per rinfrescare la memoria agli smemorati, vengono spedite le cartelle di pagamento prima dell’avvio del pignoramento vero e proprio. Dal giorno della notifica, il debitore ha 60 giorni di tempo per regolarizzarsi. Capita anche che, all’invio delle cartelle, non sempre seguono i fatti. Così, quando l’agente della riscossione resta inerme per molto tempo, il suo diritto alla riscossione cade in prescrizione. Tradotto in parole povere: non bisogna pagare più nulla. I termini della prescrizione sono essenzialmente due: 10 anni per le imposte dovute allo Stato e 5 per quelle locali (3 anni per il bollo auto, 5 per le contravvenzioni stradali e per i contributi previdenziali). Una recente sentenza della Cassazione [1] spiega dopo quanti anni non si pagano più le tasse sulla casa. La sentenza è particolarmente interessante perché ricorda come funziona il meccanismo dei solleciti di pagamento quando ci si dimentica di pagare l’Imu, la Tasi e la Tari (l’imposta sui rifiuti). Ma procediamo con ordine.

Quali sono le tasse sulla casa

Le imposte collegate alla proprietà della casa sono essenzialmente tre:

  • l’Imu, ossia l’imposta municipale unica che ha sostituito l’Ic;
  • la Tasi ossia la tassa comunale sui servizi indivisibili;
  • la Tari, ossia l’imposta sui rifiuti.

Sono tre imposte che vanno versate al Comune annualmente sulla base di una dichiarazione presentata a monte dal contribuente con la quale lo stesso dichiara la natura dell’immobile, la dimensione e il valore catastale.

Leggi anche Differenza tra Imu e Tasi.

Imu

I soggetti passivi dell’Imu sono:

  • il proprietario dell’immobile;
  • il titolare del diritto reale di godimento su una cosa altrui: usufrutto; uso; abitazione; enfiteusi e superficie;
  • il locatario (utilizzatore) per gli immobili detenuti in leasing;
  • il concessionario di aree demaniali in regime di concessione.

Quando più soggetti sono contitolari del diritto reale posto a fondamento del possesso dell’immobile (es. comproprietà o co-usufrutto dello stesso immobile), ogni contitolare è soggetto passivo limitatamente alla propria quota. Lo stesso principio opera quando, su quote distinte del medesimo immobile, gravano diversi diritti reali (es. usufrutto del soggetto A sul 50% dell’immobile; piena proprietà del soggetto B sull’altro 50%).

In generale, presupposto dell’Imu è il possesso di immobili riconducibili alle seguenti tre tipologie:

  • fabbricati;
  • area fabbricabile;
  • terreni agricoli.

Sono assoggettati all’imposta tutti i suddetti immobili, a prescindere dall’uso cui sono destinati ed indipendentemente dalla loro classificazione catastale.

A decorrere dal 2014, l’Imu non è dovuta per l’abitazione principale e le relative pertinenze, ad eccezione delle unità immobiliari “di lusso”, censite nelle categorie A/1 (abitazioni di tipo signorile), A/8 (abitazioni in ville) e A/9 (castelli, palazzi di eminenti pregi artistici o storici).

I soggetti passivi Imu devono presentare la dichiarazione entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui il possesso degli immobili ha avuto inizio o sono intervenute variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell’imposta.

La dichiarazione ha effetto anche per gli anni successivi sempreché non si verifichino modificazioni dei dati ed elementi dichiarati cui consegua un diverso ammontare dell’imposta dovuta.

In generale, la dichiarazione Imu deve essere presentata quando il Comune non possiede le informazioni necessarie per verificare il corretto adempimento dell’obbligazione tributaria.

La prima rata Imu deve essere versata entro il 16 giugno ed è determinata sulla base delle aliquote e delle detrazioni previste per l’anno precedente.

La seconda rata Imu, a saldo e conguaglio sulla prima rata, deve essere versata entro il 16 dicembre sulla base delle aliquote deliberate dai Comuni per l’anno cui si riferisce il versamento.

Il contribuente può decidere di effettuare il versamento dell’imposta dovuta in un’unica soluzione annuale, entro la data del 16 giugno dell’anno di imposizione.

Tasi

Il presupposto impositivo della Tasi è il possesso o la detenzione, a qualsiasi titolo:

  • di fabbricati, ivi compresa l’abitazione principale se classificata nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9,
  • di aree edificabili,

come definiti ai fini Imu.

Non sono assoggettati alla Tasi i terreni agricoli e, dall’1.1.2016, gli immobili adibiti ad abitazione principale censiti in categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9.

La Tasi è dovuta da chiunque possieda o detenga, a qualsiasi titolo, le unità immobiliari assoggettate al tributo.

La prima rata Tasi scade il 16 giugno dell’anno di riferimento, sulla base delle aliquote e delle detrazioni stabilite per l’anno precedente.

La seconda rata Tasi a saldo dell’imposta dovuta per l’intero anno di riferimento scade il 16 dicembre.

La Tari

La Tari è dovuta da chiunque possieda o detenga, a qualsiasi titolo:

  • locali,
  • aree scoperte,
  • locali a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani.

Sono escluse dalla Tari:

  • le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili, non operative;
  • le aree comuni condominiali di cui all’art. 1117 c.c. che non siano detenute o occupate in via esclusiva.

Prima della cartella non c’è sempre l’avviso di accertamento

Di solito, prima della notifica della cartella esattoriale, l’ente titolare del credito (l’Agenzia delle Entrate, l’Inps, ecc.) invia al contribuente un sollecito di pagamento. In verità, la Cassazione ha detto che laddove è certo l’ammontare dell’imposta perché deriva dall’autodichiarazione presentata dal contribuente ed è in discussione solo il versamento della stessa (si pensi a tutte le imposte collegate alla casa), è legittimo l’invio diretto della cartella esattoriale senza bisogno di preventivi solleciti. L’avviso di accertamento è invece necessario quando è necessario contestare la quantificazione del tributo effettuata dal contribuente (si pensi all’aver portato in dichiarazione dei redditi delle detrazioni non dovute). Solo in caso di mancato adempimento a quest’ultimo l’amministrazione forma il cosiddetto ruolo e incarica l’esattore dell’avvio delle azioni esecutive.

Per quanto riguarda la Tari, l’imposta sui rifiuti, la Suprema Corte ha espressamente chiarito che si può procedere alla riscossione mediante notifica diretta della cartella di pagamento.

I tempi di prescrizione delle imposte sulla casa

Le imposte collegate alla casa si prescrivono tutte in cinque anni. Ciò vale sia per Imu, Tasi e Tari. Il che significa che se la cartella di pagamento dovesse arrivare dopo tale termine, il proprietario non deve pagare nulla.

I tempi di prescrizione della cartella di pagamento per le imposte sulla casa

Vediamo ora cosa succede se, una volta notificata la cartella esattoriale, l’agente della riscossione locale non svolge alcuna attività. Se per cinque anni di seguito il contribuente non riceve alcuna intimazione di pagamento, la cartella cade in prescrizione e non è più dovuto nulla. Se però dovesse ricevere un sollecito prima di questo termine, esso interrompe la prescrizione che torna a decorrere da capo.

Questo significa che, se in passato non hai pagato una delle imposte sulla casa, il Comune ti può chiedere solo gli arretrati degli ultimi cinque anni.

Se il contribuente dovesse fare opposizione alla cartella di pagamento o all’intimazione di pagamento del Comune e dovesse perdere la causa, il termine di prescrizione sarebbe di 10 anni. E ciò perché varrebbe la prescrizione per le sentenze e non per le cartelle esattoriali, che è sempre decennale.

note

[1] Cass. sent. n. 28576/2017.

Cassazione civile, sez. trib., 29/11/2017, (ud. 03/10/2017, dep.29/11/2017),  n. 28576 

FATTI DI CAUSA

Con l’impugnata sentenza n. 187/25/11, depositata il 19/4/2011, la Commissione Tributaria Regionale della Puglia respingeva l’appello proposto da F.I., e confermava la decisione della Commissione Tributaria Provinciale di Foggia, che aveva dichiarato inammissibile il ricorso con il quale la contribuente si era opposta alla intimazione di pagamento, a lei notificata il 18/8/2009, relativa a cartella di pagamento, asseritamente notificata il 15/4/2004, per il recupero della imposta comunale sugli immobili (ICI), annualità 1995, 1996, 1997 e 1998, con riguardo ad immobile sito nel territorio del Comune di San Nicandro Garganico.

Il Giudice di appello, per quanto qui d’interesse, rilevava che dall’avviso di ricevimento prodotto in giudizio da Equitalia E.TR. s.p.a. si ricava la prova della ritualità della notifica della cartella di pagamento presupposta, eseguita dal Concessionario a mezzo del servizio postale, che le eccezioni in ordine al contenuto del plico postale consegnato, ed alla mancata esibizione dell’originale, sia della cartella esattoriale, sia dell’avviso di ricevimento, sono inammissibili, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, e art. 345 c.p.c., in quanto proposte dalla contribuente per la prima volta con il gravame, e che infine l’eccezione di prescrizione quinquennale del credito risultante dalla cartella esattoriale non impugnata è infondata, stante l’applicabilità dell’ordinario termine decennale.

Avverso la sentenza la F. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, illustrati con memoria, cui resiste il Concessionario con controricorso, mentre il Comune non ha svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo d’impugnazione la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 2948 c.c., n. 4, e D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, comma 5, giacchè la CTR non ha considerato che il credito risultante da cartella di pagamento non opposta, anche a volerne considerare valida la notificazione eseguita il 15/4/2004, si prescrive non già nell’ordinario termine decennale di cui all’art. 2946 c.c., ma nel termine quinquennale proprio del tributo, nella specie non rispettato, essendo stata notificata l’intimazione di pagamento soltanto il 18/8/2009, con conseguente estinzione della pretesa fiscale.

Con il secondo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 26 c.p.c., comma 1, art. 149 c.p.c., D.P.R. n. 602 del 1973, 25, nn. 2 e 2 bis, D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, giacchè la CTR non ha considerato che la relata di notifica è prevista come momento fondamentale del procedimento notificatorio, non è surrogabile dall’attività dell’agente postale, e neppure è sostituibile dall’estratto di ruolo prodotto in giudizio dal Concessionario, che non garantisce quale sia l’atto contenuto nel plico postale notificato al contribuente.

Con il terzo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 139 c.p.c., L. n. 890 del 1982, art. 7, giacchè la CTR non ha rilevato la nullità della notifica della cartella di pagamento nonostante la macroscopica difformità della sottoscrizione apposta dal consegnatario, neppure identificato dall’agente postale come persona legata al soggetto destinatario da rapporti di parentela, di affinità o di servizio, di convivenza.

Con il quarto motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11, giacchè la CTR non ha considerato che è il Comune titolare del rapporto sostanziale dedotto in giudizio, ed in quanto tale soggetto legittimato passivamente, mentre il Concessionario può considerarsi soltanto il destinatario del pagamento, per cui il primo, non essendosi costituito in entrambi i gradi del giudizio di merito, ha mostrato acquiescenza a tutte le eccezioni proposte dalla contribuente la quale, nel caso di specie, è stata privata anche della possibilità di individuare esattamente l’immobile oggetto d’imposizione.

La censura contenuta nel primo motivo d’impugnazione è fondata e merita accoglimento.

Il Giudice di appello ha ritenuto che il credito per la riscossione dell’imposta, a seguito di accertamento ormai divenuto definitivo per la mancata impugnazione della cartella di pagamento, sia soggetto non al termine di prescrizione quinquennale previsto per il tributo, bensì all’ordinario termine di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c., e che l’intimazione ad adempiere è stata quindi notificata tempestivamente.

Va, tuttavia, ricordato che le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 23397/2016, hanno affermato che “il principio, di carattere generale, secondo cui la scadenza del termine perentorio sancito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo, o comunque di riscossione coattiva, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, ma non anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 c.c., si applica con riguardo a tutti gli atti – in ogni modo denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali, ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonchè di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali, nonchè delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Pertanto, ove per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo”.

Orbene, dando per non contestato, secondo la stessa prospettazione dei fatti di causa operata dalla odierna ricorrente, che la cartella di pagamento per il recupero della imposta comunale sugli immobili, relativa alle annualità 1995, 1996, 1997 e 1998, sia stata notificata il 15/4/2004, e quindi più di cinque anni prima della notifica (il 18/8/2009) dell’intimazione ad adempiere, atto prodromico alla espropriazione forzata, ed applicando il suesposto principio di diritto, non può revocarsi in dubbio che l’affermazione giurisprudenziale che individua il termine di prescrizione della pretesa fiscale divenuta irrevocabile, per effetto della definizione del procedimento giurisdizionale promosso dal contribuente, in quello decennale, si riferisce alla fattispecie – che qui non ricorre – in cui l’accertamento è divenuto definitivo per mancata impugnazione giurisdizionale, essendo il titolo sulla base del quale viene intrapresa la riscossione non più l’atto amministrativo, ma la sentenza;

Questa Corte ha di recente ribadito che “Il diritto alla riscossione di un’imposta, azionato mediante emissione di cartella di pagamento e fondato su un accertamento divenuto definitivo a seguito di sentenza passata in giudicato, non è assoggettato ai termini di decadenza di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25 (nel testo vigente ratione temporis), bensì al termine di prescrizione decennale previsto dall’art. 2953 c.c. per l’actio iudicati.” (Cass. n. 9076/2017);

Se ciò è vero, la stessa differenziazione va fatta per il termine di prescrizione maturato dopo la notifica della cartella non opposta, atteso che la definitività data dall’omessa impugnazione non può determinare un mutamento del regime di prescrizione del credito iscritto a ruolo, non essendovi un accertamento giurisdizionale che conduce all’applicazione dell’actio iudicati di cui all’art. 2953 c.c., che decorre dal momento del passaggio in giudicato della sentenza.

Il giudice di merito non si è attenuto ai principi sopra esposti in quanto, una volta verificato che l’intimazione ad adempiere è stata notificata trascorsi più di cinque anni dalla notifica della cartella esattoriale cui la contribuente aveva prestato acquiescenza, lasciando scadere il termine concesso per l’opposizione, e dunque in mancanza di un titolo giudiziale divenuto definitivo, avrebbe dovuto applicare il termine prescrizionale più breve (quello quinquennale) previsto per il debito tributario sottostante la cartella di pagamento, e giammai fare riferimento all’istituto della prescrizione ordinaria (art. 2946 c.c.).

Deve, quindi, considerarsi impedita dalla intervenuta prescrizione del credito portato dalla cartella di pagamento, la riscossione coattiva dell’ICI relativa alle annualità 1995, 1996, 1997 e 1998.

Va, conseguentemente, accolto il primo motivo di ricorso e, assorbiti gli altri motivi, cassata l’impugnata sentenza senza rinvio in quanto, non essendo necessari ulteriori accertamenti di merito ex art. 384 c.p.c., la causa può essere decisa nel merito con l’accoglimento dell’originario ricorso della contribuente.

Il consolidarsi della giurisprudenza sopra richiamata in epoca successiva alla presentazione del ricorso originario costituisce giusto motivo per la compensazione delle spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbiti gli altri, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, accoglie il ricorso originario della contribuente. Compensa le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 novembre 2017

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1 Commento

  1. Manca la rituale comunicazione al contribuente di quanto è debitore, l’oggetto dell’imposta ed il dies a quo per lo svolgimento di quanto consegue alle dovute scadenze della/e rata/e di imposta/e. La certezza del responsabile, del dovuto e dell’oggetto !!!!!!!!!!. Campa cavallo che l’amministrazione passa di mano alle dovute scadenze e GRAZIE.

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