Diritto e Fisco | Articoli

Clausole vessatorie: quando la firma non ha valore

3 luglio 2018


Clausole vessatorie: quando la firma non ha valore

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 luglio 2018



La predisposizione di una clausola che prevede il richiamo integrale delle condizioni generali di contratto o di molte delle clausole ivi contenute, comprese anche quelle non vessatorie è illegittima. 

La ragione per cui, quando firmi un contratto, ti viene chiesta più di una firma è perché, all’interno della scrittura privata, sono presenti le cosiddette clausole vessatorie, ossia condizioni per te particolarmente svantaggiose. In tali casi, quando il documento che ti viene presentato non è frutto di una trattativa, ma è stato predisposto unilateralmente dall’altra parte (si pensi ai moduli per l’adesione a servizi telefonici o di pay-tv), è necessario richiamare la tua attenzione sugli aspetti dell’accordo che possono comportare dei rischi o degli oneri rilevanti. Potrebbe però succedere che, nonostante la seconda sottoscrizione, questa non esplichi alcun effetto e che, nei tuoi confronti, non operino più tali limitazioni. A spiegare quando la firma delle clausole vessatorie non ha valore è una recente sentenza del tribunale di Reggio Emilia [1]. I giudici hanno ripercorso un orientamento oramai stabile in giurisprudenza. Vediamo di che si tratta.

Il codice civile [2] stabilisce che le clausole vessatorie devono essere appositamente approvate per iscritto dalla parte che le ha “subite” ossia che non ha partecipato alla formazione del contratto. In pratica la legge subordina la validità delle clausole vessatorie alla loro specifica approvazione, mediante sottoscrizione.

Sempre il codice poi stabilisce quali sono le clausole vessatorie:

  • quelle che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione;
  • quelle che sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria.

Le alternative per approvare specificamente le clausole vessatorie sono due:

  • o viene messa una firma in corrispondenza di ogni clausola vessatoria. Ciò però impone di lasciare, all’interno del contratto, una serie di spazi tra una clausola e l’altra, il che non sempre torna comodo in sede di stampa. In più, diventa necessario firmare tante volte per quante sono le clausole vessatorie;
  • in alternativa viene richiesta una seconda firma, al termine del contratto, oltre a quella che serve per approvare il contratto stesso. Viene così predisposta una clausola in cui sono richiamate le singole clausole vessatorie e si invita il contraente a prenderne consapevole visione. La formulazione segue di solito questa dicitura: «Il contraente dichiara di aver preso attenta visione dei seguenti articoli del contratto: art. 4, 7, 12, ecc.»

Ebbene, quando si opta per la seconda via – che è quella utilizzata in quasi tutte le scritture private – è necessario che il richiamo riporti solo i numeri delle clausole vessatorie e non tutti gli articoli del contratto; né è possibile confondere, insieme alle clausole vessatorie, altre clausole che tali non sono. Se così fosse, infatti, si finirebbe per impedire al contraente di porre quella dovuta attenzione alle condizioni a lui sfavorevoli.

Quindi sarebbe illegittima una formulazione di questo tipo: «Il contraente dichiara di aver preso attenta visione dei seguenti articoli del contratto: art. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, ecc.».

Sarebbe anche illegittima una formulazione di questo tipo «Il contraente dichiara di aver preso attenta visione dei seguenti articoli del contratto: art. 2, 3, 4, 7, 8, 10, 12, ecc.» laddove gli articoli 2, 3, 8 e 10 non sono clausole vessatorie.

Tali modalità ostacolano la corretta comprensione, da parte del contraente debole, delle clausole a lui sfavorevoli. Si tratta, infatti, di una modalità di approvazione che rende difficoltosa la percezione del reale significato della clausola vessatoria e che non integra il requisito della firma, richiesto dal codice.

La sentenza in commento chiarisce subito che la necessità di approvazione scritta, di cui alla citata norma, non implica la sottoscrizione di ogni singola clausola vessatoria, essendo sufficiente sottoscrivere una dichiarazione che le raggruppi tutte, richiamandole singolarmente. Ma è illegittimo il richiamo in blocco di tutte le condizioni generali di contratto o di molte delle clausole ivi contenute, comprese quelle prive di carattere vessatorio. È necessario, infatti, che l’attenzione del contraente debole, venga correttamente indirizzata sul significato delle clausole vessatorie che s’intende approvare e a tal fine, diviene fondamentale l’adozione di una tecnica di redazione del contratto che aiuti detto soggetto a comprendere appieno la portata a lui sfavorevole di queste clausole, così da giungere ad un’approvazione consapevole [3].

Diversamente, la predisposizione di un modello contrattuale che preveda l’approvazione scritta di un gran numero di clausole, molte delle quali non vessatorie, rende difficoltosa, per il contraente debole, la percezione della reale portata sfavorevole di quelle vessatorie.

note

[1] Trib. Reggio Emilia sent. del 24.04.2018.

[2] Art. 1341 cod. civ.

[3] Cass. sent. nn. 9492/12 e 25262/12.

Tribunale Ordinario di Reggio Emilia, sez. II Civile, sentenza 24 aprile 2018

Giudice Morlini

Fatto

La controversia trae origine dal decreto ingiuntivo meglio indicato in dispositivo, ottenuto dalla Banca Credito Emiliano s.p.a. nei confronti di R.D. e figli s.r.l., L.C. e R.A., nelle loro rispettive qualità di debitore principale e fideiussori, per il pagamento dello scoperto di un conto corrente.

Avverso l’ingiunzione hanno proposto la presente opposizione gli intimati, eccependo in sequenza la litispendenza rispetto al giudizio da loro stessi in precedenza instaurato davanti al Tribunale di Agrigento, di accertamento negativo dell’esistenza di un loro debito nei confronti della banca; l’incompetenza territoriale del giudice adito, stante la nullità della clausola vessatoria di cui all’articolo 26 del contratto, indicante la competenza esclusiva del Tribunale di Reggio Emilia, in quanto non ritualmente approvata specificamente per iscritto; in ogni caso, l’insussistenza nel merito del credito vantato, stante l’invalidità del contratto e l’illegittimità del conteggio in ragione della presenza di usura, anatocismo vietato, commissioni di massimo scoperto e spese non pattuite. Costituendosi in giudizio, ha resistito il Credito Emiliano, argomentando che rispetto alla controversia promossa davanti al Tribunale di Agrigento non vi è litispendenza, ma solo continenza; che pertanto, ai sensi dell’articolo 39 c.p.c., il principio della prevenzione si applica solo se il giudice precedentemente adito sia competente anche per la causa proposta successivamente; che nel caso di specie ciò non è, atteso che il Tribunale di Agrigento non è competente a decidere la presente controversia, stante la disposizione dell’articolo 26 del contratto inter partes, clausola da ritenersi validamente approvata per iscritto.

In corso di causa, gli opponenti hanno prodotto l’ordinanza con la quale il Tribunale di Agrigento ha respinto l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla difesa del Credito Emiliano, e la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per regolamento di competenza proposto dalla banca in relazione a tale ordinanza.

Esperita senza successo la mediazione ordinata dal giudice allora procedente, la controversia è stata ritenuta da questo giudice, nel frattempo nominato istruttore, matura per la decisione senza bisogno di dar corso all’istruttoria richiesta dalle parti.

Diritto

a) La prima tematica sulla quale occorre statuire, in base all’ordine delle questioni previsto dall’articolo 276 comma 2 c.p.c., è quella pregiudiziale di rito relativa all’eccezione di incompetenza territoriale sollevata da parte opponente.

In particolare, gli attori deducono che la clausola contrattuale con la quale viene statuito come foro esclusivo quello di Reggio Emilia ed utilizzata dalla Banca per agire in via monitoria presso l’intestato tribunale, deve ritenersi invalida; e l’invalidità deriva dal fatto che trattasi di clausola, pacificamente vessatoria, specificamente approvata ai sensi dell’articolo 1341 comma 2 c.c., ma approvata unitamente a molteplici altre clausole, molte delle quali in realtà non vessatorie, ciò che rende l’approvazione inidonea.

Tanto premesso, l’eccezione deve ritenersi fondata.

Infatti, è ben vero che, secondo il consolidato insegnamento giurisprudenziale, non occorre sottoscrivere ciascuna clausola vessatoria, bastando un’apposita dichiarazione che raggruppi tutte le clausole singolarmente richiamate.

Ma è altrettanto vero che, sempre con orientamento pacifico ed incontrastato, che questo Tribunale condivide e dal quale non ha motivo di discostarsi, la Suprema Corte ha chiarito che non integra il requisito della specifica approvazione per iscritto ex art. 1341 comma 2 c.c. il richiamo in blocco di tutte le condizioni generali di contratto o di gran parte di esse, comprese quelle prive di carattere vessatorio, e quindi la loro sottoscrizione indiscriminata, poiché con tale modalità non è garantita l’attenzione del contraente debole verso la clausola a lui sfavorevole, in quanto ricompresa tra le altre richiamate: trattasi infatti di una modalità di approvazione della clausola vessatoria tale da rendere oggettivamente difficoltosa la percezione della stessa, giacché la genericità di tale riferimento priva l’approvazione della specificità richiesta dall’art. 1341 c.c., in quanto la norma richiede non solo la sottoscrizione separata, ma anche la scelta di una tecnica redazionale idonea a suscitare l’attenzione del sottoscrittore sul significato delle clausole specificamente approvate (Cass. n. 9492/2012, Cass. n. 2970/2012, Cass. n. 24262/2008, Cass. n. 5733/2008, Cass. n. 7748/2007, Cass. n. 4452/2006, Cass. n. 13890/2005, Cass. n. 2719/2005, Cass. n. 18680/2003, Cass. n. 6510/2001, Cass. n. 2849/1998).

Ciò è esattamente quanto accaduto nel caso concreto, atteso che il modulo unilateralmente predisposto dalla banca prevede la specifica approvazione per iscritto di ben 16 clausole, molte delle quali sicuramente non vessatorie (cfr., tra le più evidenti, art. 1 in tema di revoca e modificazione di rappresentanza; art. 2 in tema di comunicazioni al correntista; art. 7 in tema di accreditamento sul conto corrente; articolo 24 in tema di condizioni regolati l’apertura di credito; art. 28 in tema di conto corrente senza spese).

Né è pertinente, ai fini che qui occupa, la sentenza depositata all’odierna udienza dalla difesa di parte opposta, relativa ad una vicenda in cui parte processuale era lo stesso Credem ed ove è stata stabilita la competenza del Tribunale di Reggio Emilia: infatti, la semplice lettura del provvedimento comprova che in quella sede non è in alcun modo stato affrontato o vagliato il principio per cui è invece qui causa, e cioè gli effetto di una contestuale approvazione di più clausole, anche non vessatorie.

Pertanto ed in conclusione sul punto, la clausola che sancisce la esclusiva competenza del Tribunale di Reggio Emilia deve ritenersi nulla in quanto clausola vessatoria non ritualmente approvata per iscritto.

b) Il decreto ingiuntivo opposto, in quanto emanato dal giudice incompetente, deve quindi essere dichiarato nullo, e ciò deve essere fatto con sentenza e non con ordinanza ex art. 279 c.p.c., proprio perché la decisione non riguarda solo la competenza, ma anche la nullità del decreto (Cass. n. 14594/2012).

La controversia, previa indicazione del Tribunale di Agrigento quale giudice competente ai sensi degli articoli 18 e 20 c.p.c., potrà quindi eventualmente essere riassunta davanti a tale giudice nel termine di cui a dispositivo, con la precisazione che, in caso di riassunzione, trasmigrerà al giudice ad quem la controversia intesa non già come causa di opposizione a decreto ingiuntivo, che più non esiste, bensì come ordinario giudizio di cognizione concernente l’accertamento del credito dedotto nel ricorso monitorio (Cass. n. 20936/2016, Cass. n. 1372/2016, Cass. n. 21297/2004). All’evidenza, restano assorbiti in questa sede tutti gli ulteriori profili dedotti dagli opponenti relativamente alla litispendenza o continenza, nonché al merito.

c) Non vi sono motivi per derogare ai principi generali codificati dall’art. 91 c.p.c. in tema di spese di lite, che, liquidate come da dispositivo con riferimento al D.M. n. 55/2014, sono quindi poste a carico della soccombente parte convenuta opposta ed a favore della vittoriosa parte attrice opponente, tenendo a mente un valore ricompreso tra i minimi ed i medi per ciascuna delle quattro fasi di studio, di introduzione, istruttoria e decisoria, nell’ambito dello scaglione entro il quale è racchiuso il decisum di causa.

P.Q.M.

il Tribunale di Reggio Emilia in composizione monocratica definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza disattesa

– dichiara la nullità del decreto ingiuntivo n. 1026/2016, emesso dal Tribunale di Reggio Emilia 13-14/4/2016;

– dichiara la propria incompetenza, per essere competente il Tribunale di Agrigento;

– fissa in tre mesi il termine per la riassunzione davanti al Tribunale di Agrigento;

– condanna Credito Emiliano s.p.a. a rifondere a R.D. e figli s.r.l., L.C. e R.A. , in solido fra loro, le spese di lite del presente giudizio, che liquida in Euro 5.000 per compensi, Euro 286,5 per esborsi, oltre IVA, CPA e rimborso spese forfettarie.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI