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Reverse charge: cos’è e come funziona

7 luglio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 luglio 2018



Il reverse charge consente un’inversione degli obblighi contributivi in campo IVA. Vediamo assieme come opera questo istituto.

Il settore tributario è sicuramente uno dei più specialistici e tecnici del mondo del diritto, anche perchè presuppone notevoli conoscenze non soltanto legali ma anche in materia di contabilità. Semplificare le questioni legate al diritto tributario è quindi particolarmente complesso, spesso anche per gli stessi operatori del settore, in quanto si tratta di istituti che cambiano di frequente e che sono legati ad argomenti quali tasse, imposte, tributi, aliquote e percentuali, e che d’altronde non sempre sono semplicissimi da comprendere (e neanche, obiettivamente, da spiegare). Tra le operazioni che sono possibili nel sistema tributario, e che sono spesso oggetto di interventi, c’è anche quella che viene chiamata reverse charge, che in particolare riguarda il versamento e l’applicazione dell’IVA (imposta sul valore aggiunto), il cui funzionamento si distacca dal normale e consueto meccanismo IVA. Scopriamo quindi assieme cos’è il reverse charge, cosa significa inversione contabile e come funziona il reverse charge.

Reverse charge: cosa significa

Tra gli istituti che sono previsti dal nostro ordinamento in ambito tributario in generale, e del pagamento delle imposte in particolare, rientra appunto quello definito come reverse charge. I termini vengono utilizzati in inglese anche nel linguaggio italiano, e tradotti significano letteralmente inversione contabile. Per reverse charge si intende quindi quell’inversione contabile che si concretizza in un meccanismo attraverso il quale, diversamente rispetto alle regole generali previste dal sistema del pagamento dell’IVA (imposta sul valore aggiunto), il debitore d’imposta è il cessionario (o committente) dell’operazione, ed è pertanto su quest’ultimo che gravano gli obblighi di legge di versamento dell’imposta. Detto in altri termini, attraverso il reverse charge si ricorre ad una particolare modalità concreta di applicazione dell’imposta sul valore aggiunto, grazie al quale l’onere impositivo IVA viene trasferito (e quindi caricato, «charge»), operando quindi al contrario (e quindi all’inverso, «reverse») rispetto alle normali applicazioni dell’imposta IVA. Vediamo pertanto nello specifico come funziona il reverse charge e quale funzione assolve nel nostro ordinamento, sia nazionale che sovranazionale, l’inversione contabile.

Reverse charge: come funziona

Una volta chiarito il significato del termine, vediamo adesso come funziona dal punto di vista concreto il meccanismo del reverse charge.

Il reverse charge consente, in definitiva, di effettuare un’inversione tecnico – contabile dell’imposta sul valore aggiunto sul destinatario della cessione del bene o del prestatore di un servizio, invece che sul cedente. Il destinatario della cessione del bene – o il prestatore del servizio – devono chiaramente essere soggetti passivi dell’imposta nel territorio dello stato. In concreto, quindi, sarà poi il destinatario della vendita del bene (o il prestatore del servizio) ad assolvere l’obbligo impositivo IVA, e non il soggetto cedente. Non essendo pertanto il soggetto cedente ad essere gravato dell’onere IVA, quest’ultimo dovrà dunque emettere fattura senza addebitare l’IVA: saranno invece i soggetti destinatari della cessione /vendita (o della prestazione di servizio), infatti, a dover poi integrare nella fattura ricevuta la quota pari all’imposta sul valore aggiunto, che sarà poi chiaramente basata sulla propria aliquota dovuta, relativa a quella specifica operazione effettuata.

Dal punto di vista pratico, il meccanismo del reverse charge funziona pertanto attraverso una particolare fatturazione, in quanto l’obbligo di fatturazione viene assolto mediante una prima integrazione della fattura ricevuta dal cedente (che non reca l’esposizione della percentuale IVA, e va quindi integrata del relativo importo) e la successiva emissione di autofattura da parte del cessionario, che è il soggetto gravato dell’obbligo sorto a fini impositivi, realizzando quindi così l’inversione contabile come l’abbiamo finora descritta.

Reverse charge: a cosa serve

Questa particolare operazione del reverse chardge, che si distacca dalla normale operatività dell’addebito e del versamento dell’imposta sul valore aggiunto invertendo gli oneri gravanti su cedente e cessionario, è stata introdotta nel sistema tributario, interno come europeo, per specifiche ragioni e finalità ben precise.

Sotto il profilo della funzionalità del reverse charge, infatti, la funzione primaria che ne ha giustificato l’esistenza e l’introduzione da parte del legislatore è stata quella di evitare l’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, che nell’ordinamento comunitario e nazionale si presta ad essere particolarmente – e a volte anche facilmente – evasa. La lotta all’evasione e all’elusione fiscale quindi sono gli obiettivi che hanno fondato l’introduzione del meccanismo del reverse charge nella normativa comunitaria e nazionale, in modo da impedire che chiunque effettui la cessione di un bene, o chi lo acquisti, eviti poi di versare l’imposta o ne chieda il rimborso all’erario.

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Autore immagine: Pixabay.


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