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Lo sai che? Come fare se la Cassazione sbaglia

Lo sai che? Pubblicato il 4 luglio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 luglio 2018

Quando i gradi di giudizio sono finiti la Corte europea dei diritti dell’uomo verifica le lesioni dei diritti fondamentali della persona tra cui quello a un equo processo.

Sbagliare è umano. Almeno così recita il detto popolare. Ma da alcuni soggetti ed ancor più dalle istituzioni è lecito aspettarsi, se non la perfezione, quantomeno un’attenzione superiore alla media. Come dire: l’errore palese, quello sì, non è ammissibile. Nell’ambito della giustizia, se già mal si digerisce la “distrazione” di un giudice – e il numero delle sentenze di primo grado riformate in appello dimostra quanto frequenti siano i casi – si può facilmente immaginare come si possa sentire il cittadino nel momento in cui l’errore viene commesso da un giudice di grado superiore. Ed allora viene lecito chiedersi: come fare se la Cassazione sbaglia? Una soluzione c’è. Di questo parleremo nel seguente articolo traendo il caso da quello che, a nostro avviso, è un clamoroso errore giudiziario capitato a un nostro lettore.

Il caso di S.D. e l’errore della Cassazione

La vicenda che vi raccontiamo potrà apparire paradossale. Cercheremo di sintetizzarla qui di seguito. Tanto serve proprio per spiegare come fare se la Cassazione sbaglia.

Sandro Daniele è dipendente di una nota banca. A causa di alcune vicende di carattere penale l’istituto di credito decide di licenziare il lavoratore. In verità la questione penale, seppur al termine di un lungo calvario giudiziario, si conclude con la piena assoluzione di Sandro Daniele dalle accuse.

Quando la banca spedisce la lettera di apertura del procedimento disciplinare, indispensabile per poter poi, ove ce ne fossero state le ragioni, procedere al licenziamento, il dipendente si trova detenuto in carcere. Qui l’errore: il datore di lavoro, pur essendo a conoscenza del luogo di restrizione, anziché inviare la raccomandata presso l’istituto penitenziario, decide di spedirla all’indirizzo dove il lavoratore aveva la residenza abituale. La raccomandata viene intestata erroneamente a “Spett.le Scorpion Club Srl” che è la società proprietaria dell’immobile dove lo stesso risiedeva vivendo in un appartamento nello stabile di detta società. Avvedutosi dell’errore, l’istituto di credito maldestramente convoca, nello stesso giorno di spedizione della raccomandata, nei propri uffici la figlia del dipendente per farle firmare una liberatoria con cui si impegna a consegnare la busta al padre. La raccomandata ufficiale, unica ad avere validità giuridica, è pervenuta successivamente, come peraltro appurato nella causa intentata dal Daniele contro la banca, per violazione della privacy, e ricevuta da qualche addetto della società Scorpion e consegnata in uno con altra documentazione allo studio commerciale che teneva la contabilità di quella società. Il giudice ovviamente gli dà ragione e condanna la banca al risarcimento del danno.

Contro il licenziamento, Sandro Daniele fa opposizione perché non ha mai ricevuto la relativa lettera come peraltro appurato nella causa contro la banca condannata per violazione della privacy. E, come la stessa Cassazione insegna, tale comunicazione è necessaria, a pena di validità del recesso dal rapporto di lavoro. In primo grado il giudice gli dà torto. In secondo, invece, viene riconosciuta l’illegittimità del licenziamento non essendo la raccomandata con la quale si dava comunicazione dell’apertura del procedimento disciplinare mai stata spedita all’effettivo destinatario. In Cassazione le sorti si ribaltano nuovamente e Sandro Daniele perde il giudizio. La Cassazione, con una motivazione stringata, sostiene che il licenziamento è legittimo in quanto le comunicazioni al lavoratore erano state trasmesse regolarmente all’ultimo indirizzo comunicato dal lavoratore. L’indirizzo era esatto ma l’intestazione della raccomandata era sbagliata. Tant’è che il giudice di secondo grado revoca l’illegittimo licenziamento e scrive in sentenza: la divergenza tra il destinatario indicato sul plico e quello della nota in esso contenuta, rompe ogni vincolo e presunzione di identità tra i due soggetti”.

Insomma, l’errore appare plateale. Sandro Daniele si rivolge all’avvocato e gli chiede esterrefatto: come fare se la Cassazione sbaglia?

Quanti sono i gradi di giudizio

In Italia, i gradi di giudizio sono tre, anzi propriamente due. Il ricorso alla Cassazione non è un un’impugnazione “a critica libera”: vi si può ricorrere solo quando il giudice ha commesso determinati errori indicati tassativamente dalla legge. Al di là di ciò, oltre la Cassazione non si può andare. Chi si sente insoddisfatto della decisione della Suprema Corte non ha, nel nostro Paese, possibilità di chiedere un’ulteriore revisione della sentenza. Tuttavia anche la Cassazione è fatta di uomini e gli uomini sbagliano. Quindi anche la Cassazione sbaglia. Che vi piaccia o no, i giudici dell’ultimo grado di giudizio non sono perfetti. Tanto è vero che, spesso, sono loro stessi a contraddirsi. Capita così che una sezione dica l’opposto di un’altra (e quando ciò si ripete spesso la questione viene portata alle Sezioni Unite) o che la stessa sezione cambi orientamento. Del resto, è nel potere che abbiamo deciso di attribuire loro con la Costituzione del 1948 la quale afferma che «i giudici sono soggetti solo alla legge» (non quindi ai precedenti e finanche a loro stessi).

Che fare se la Cassazione sbaglia

Ciò detto, se la Cassazione sbaglia non ci sono rimedi all’interno del nostro sistema processuale. Fortunatamente l’Italia fa parte di una comunità più ampia: il cosiddetto Consiglio d’Europa. Quest’ultimo ha deliberato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, un trattato internazionale cui aderirono 47 Stati. La Convenzione contiene un catalogo di diritti e libertà che gli Stati hanno assunto l’obbligo di rispettare. È stato così istituito un tribunale internazionale che controlla il rispetto di tali diritti: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (anche nota come CEDU). Che ha sede a Strasburgo, in Francia.

Può ricorrere alla CEDU ogni cittadino (o gruppo) degli Stati membri che ritiene di essere vittima di una violazione da parte dello Stato di uno dei diritti e delle garanzie riconosciuti dalla Convenzione o dai suoi protocolli. Non è necessaria l’assistenza dell’avvocato. L’assistenza di un avvocato diviene necessaria però, quando la Corte comunica il caso al Governo convenuto per le sue osservazioni. In questa fase del processo, se necessario, può esser concesso ai ricorrenti un contributo per le spese legali.

È sufficiente, infatti, inviare alla Corte un ricorso completo e corredato dei documenti richiesti. Ad ogni modo, la registrazione di un ricorso da parte della Corte non implica che lo stesso sarà, poi, ritenuto fondato nel merito.

Si può ricorrere alla CEDU solo se non sono previsti, nello Stato membro, altri rimedi giudiziari, il che significa che bisogna aver esperito di solito l’ultimo grado di giudizio.

Inoltre è possibile ricorrere solo per la violazione dei diritti sanciti dalla Carta Europea quali: il diritto alla vita, il divieto di tortura, il divieto di schiavitù e dei lavori forzati, il diritto alla libertà e alla sicurezza; il diritto ad un equo processo, il diritto al rispetto della vita privata e familiare, le libertà di pensiero, coscienza, religione, espressione, riunione e associazione, il divieto di discriminazione, il divieto di abuso dei diritti, ecc.

Il ricorso viene prima valutato da un giudice unico che decide se lo stesso è ammissibile. La sua decisione non è impugnabile. Dopodiché c’è la fase vera e propria sul merito con coinvolgimento dello Stato interessato.

Il ricorso deve essere presentato alla Corte entro i sei mesi successivi all’ultima decisione, che solitamente corrisponde a una sentenza emanata nel più alto grado di giudizio.

Il ricorso deve essere redatto per iscritto compilando e firmando l’apposito formulario che la Corte mette a disposizione. Il formulario, corredato dei documenti pertinenti, dovrà imperativamente essere inviato per posta all’indirizzo di riferimento della CEDU:

The Registrar European Court of Human Rights

Council of Europe

F-67075 Strasbourg cedex

Per scrivere il ricorso si può utilizzare una delle lingue ufficiali della Corte (inglese e francese), ma anche una delle lingue ufficiali degli Stati che hanno ratificato la Convenzione.


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2 Commenti

  1. Grazie per questo articolo molto interessante. La legge non ammette l’ignoranza del cittadino, ma quella del giudice sì, come si può accettare un paradosso del genere?

    1. perché IL GIUDICE FA PARTE DELLA CATEGORIA DEGLI INTOCCABILI PER “INESPRESSA” PREVISIONE DI LEGGE, MA – DI FATTO e nonostante ciò – vi attingono a piene mani.

      Ricordiamoci di Brunetta – tanto per citare un politico – quando voleva istituire i ” tornelli” anche per i magistrati, dipendenti – a tutti gli effetti – dello Stato: apriti cielo, un coro di dissensi da parte dei togati; fatto sta che non se ne è più parlato

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