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Disabili: diritto al parcheggio se le strisce gialle sono occupate

4 luglio 2018


Disabili: diritto al parcheggio se le strisce gialle sono occupate

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 luglio 2018



L’invalido al 100% deve essere tutelato dal Comune se è dimostrato che altre persone occupano il suo posto auto destinato ai portatori di handicap.

Tua madre è disabile al 100%. Sei tu che te ne prendi cura quotidianamente. In ciò sono compresi i trasporti in auto dal medico, alla messa la domenica mattina e, di tanto in tanto, al parco per una boccata d’aria (almeno quando le sue condizioni di salute glielo consentono). Ogni volta, però, che torni a casa per riaccompagnarla, il parcheggio invalidi, contrassegnato dalle strisce gialle, è sempre occupato da chi non ha il relativo contrassegno. Il Comune non fa nulla per impedirlo. Hai provato più volte a chiamare la polizia per comminare multe, ma le volte che i vigili sono intervenuti si contano sulla punta delle dita. Visto che la segnaletica non viene osservata dalla collettività e che la polizia non è in grado di far rispettare il codice della strada, presenti una domanda al Comune stesso per ottenere l’autorizzazione all’apposizione di paletti mobili, i cosiddetti dissuasori di parcheggio. È tuo diritto ottenerli o l’amministrazione può dirti di no? Una recente sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Sicilia [1] ha affermato un principio sacrosanto: ai disabili spetta il diritto al parcheggio se le strisce gialle sono occupate. Vediamo in cosa consiste.

Parcheggio al posto degli invalidi: cosa si può fare?

C’è una regola che tutti i giudici stanno applicando nelle aule di tribunale: se un automobilista, titolare del contrassegno invalidi, trova il parcheggio sulle strisce gialle occupato da un’auto che non è in possesso del relativo titolo non può né parcheggiare in seconda fila, né occupare le strisce blu senza pagare il ticket. La presenza di un abusivo sullo spazio destinato ai portatori di handicap non giustifica di utilizzare gratuitamente gli altri spazi.

Dall’altro lato, però, una sentenza della Cassazione dell’anno scorso ha stabilito che commette il reato di violenza privata – e pertanto può essere querelato – chi parcheggia sul posto disabili “personale”, quello cioè destinato a una persona in particolare. Non è quindi il caso di chi lascia la macchina sulle strisce gialle “generiche”, quelle disseminate lungo i bordi del marciapiede e utilizzabili da tutti coloro che hanno ottenuto dal Comune il “pass”; in tal caso scatta una semplice contravvenzione.

Chi trova l’auto sul posto disabili può chiamare la polizia municipale, la quale tuttavia non ha il dovere di intervenire se impegnata in altre operazioni, né può essere responsabile dell’omessa multa a chi viola la segnaletica stradale. Non è il cittadino che può dire all’amministrazione come distribuire le proprie risorse sul territorio e anche i vigili, a volte, sono insufficienti a sanzionare tutte le contravvenzioni stradali.

Il disabile ha diritto al dissuasore di parcheggio?

Esistono per fortuna i cosiddetti “dissuasori di parcheggio”: di solito sono cavalletti in ferro retraibili oppure piccoli cancelli che si nascondono sull’asfalto. In questo modo, la collettività – anche coloro la cui bassa cultura non li porta a rispettare i diritti degli invalidi – è impedita dall’occupare gli spazi riservati a chi non può deambulare.

Del resto se è vero che lo spostamento è un diritto, chi ha difficoltà motorie deve anche poter trovare il modo per farlo e quindi di lasciare l’auto.

Ebbene il Comune, dinanzi alla triste ma ineludibile prova che un’area parcheggio destinata al portatore di handicap viene puntualmente occupata da chi non ha diritto è tenuta ad autorizzare l’installazione di questi strumenti a tutela dell’invalido o, in alternativa, altri strumenti che garantiscano il diritto al parcheggio di chi ha delle gravi minorazioni fisiche.

Difatti, secondo i giudici siciliani, non è tollerabile che «le infrazioni dei singoli si giovino dell’assenza di controlli da parte dell’autorità competente».

Laddove dunque la segnaletica apposta in corrispondenza dell’area di parcheggio riservata non dovesse risultare insufficiente ad evitare che altri automobilisti occupino quello spazio – circostanza sconfortante sul piano sociale, ma che neanche il Comune può negare dinanzi alle fotografie prodotte dall’interessato – allora spetta a quest’ultimo il diritto di montare dei dissuasori, previa autorizzazione dell’amministrazione. Autorizzazione che non può essere negata visto che l’ente locale è tenuto a fare tutto ciò che sia necessario per assicurare alla titolare della concessione l’effettiva fruizione del parcheggio. La sentenza in commento rammenta che, laddove i dissuasori non dovessero essere compatibili con la circolazione, si può far ricorso ad altri strumenti per assicurare ai disabili il sacrosanto diritto di parcheggio – e quindi di movimento – come ad esempio il posizionamento di telecamere in chiave deterrente o la costante presenza fisica di un vigile urbano che impedisca l’uso del parcheggio da parte di terzi o che, quanto meno, ne sanzioni sul piano amministrativo le condotte contrarie al Codice della strada, nella pronta disponibilità di un servizio di rimozione dei veicoli che occupino abusivamente il posto auto riservato.

note

[1] Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, sentenza n. 356/18; depositata il 18 giugno.

Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, sentenza 24 maggio – 18 giugno 2018, n. 356

Presidente Di Nicolitis – Estensore Simonetti

1. L’odierna ricorrente, invalida al 100%, ha chiesto al Comune di Palermo che l’area di parcheggio datale in concessione dinanzi alla propria abitazione, in Via (…) all’altezza del civico (…), fosse delimitata, mediante dissuasori mobili, ricevendo un primo diniego, con atto del 2.10.2014.

In particolare, ha chiesto che tali dissuasori assumessero la forma “di pali o paletti” disposti lungo il perimetro con eventuale simbolo di accessibilità ai sensi dell’art. 381 del regolamento di attuazione del Codice della strada.

2. Proposto ricorso avverso tale diniego, il Tar con sentenza n. 1785/2015 lo ha accolto precisando che, nel conformarsi alla sentenza, il Comune avrebbe dovuto effettuare un sopralluogo e verificare se, anche al fine di contemperare le esigenze della sicurezza e della incolumità pubblica con quella di inibire la sosta ai non autorizzati, fosse possibile il posizionamento di appositi dissuasori.

3. Il Comune, rimasto inizialmente inerte, procedeva in un secondo momento ad effettuare il sopralluogo e all’esito ribadiva il proprio diniego, con atto del 30.5.2016, affermando l’impossibilità di collocare dei dissuasori per diverse ragioni tra le quali il fatto che, trattandosi di uno spazio stradale aperto alla circolazione, la loro presenza ostacolerebbe la manovra dei veicoli.

4. Proposto un secondo ricorso, nella sede dell’ottemperanza, assumendo che il Comune non avesse, in questo modo, dato corretta esecuzione alla sentenza di cognizione, il Tar lo ha respinto, con la sentenza 154/2017, ritenendo che, al contrario, la prima sentenza fosse stata eseguita, sebbene con un provvedimento conclusivo di segno negativo per la ricorrente.

5. Avverso la sentenza 154/2017 è proposto il presente appello, deducendone l’erroneità sul rilievo che la condotta complessiva del Comune non sarebbe stata rispettosa della sentenza di cognizione 1785/2015, come dimostrerebbero anche le modalità del sopralluogo, non essendosi uniformato al suo contenuto conformativo, finendo per riproporre le medesime ragioni ostative poste alla base del primo diniego.

Costituitosi il Comune, chiedendo la reiezione dell’appello, nella camera di consiglio del 24.5.2018 la causa è passata in decisione.

6. L’appello è fondato e va accolto, nei seguenti termini.

Occorre muovere dalla esatta individuazione del bene della vita coltivato dalla ricorrente attraverso l’intera vicenda processuale; bene consistente, in estrema sintesi, nella concreta ed effettiva possibilità di fruire del parcheggio auto avuto in concessione dal Comune in quanto persona disabile al 100%.

Ciò sul rilievo – non contestato in punto di fatto neppure dal Comune e invero piuttosto sconfortante sul piano sociale – che, allo stato, la sola segnaletica apposta in corrispondenza di tale parcheggio, che reca bene impressa la targa della vettura in uso alla ricorrente, non valga da sola ad impedire che altri automobilisti occupino quel medesimo parcheggio.

Ciò premesso, si deve ritenere che gravi sull’Amministrazione comunale un’obbligazione di risultato, il cui oggetto consiste nel fare tutto ciò che sia necessario per assicurare alla titolare della concessione l’effettiva fruizione del parcheggio; rimettendo peraltro alla stessa Amministrazione la scelta delle modalità ritenute più utili e opportune per adempiere a tale obbligazione.

L’odierna appellante ha chiesto, a più riprese, che tale obbligazione fosse adempiuta secondo una modalità precisa, ossia attraverso la collocazione di dissuasori, con una tecnica – all’apparenza efficace e non particolarmente onerosa – che il Comune ha però sinora reputato poco compatibile, tra l’altro, con le esigenze della circolazione e con lo stato dei luoghi, infine prospettando anche che in tal modo (e mediante l’utilizzo di catene, sbarre o barriere) si potrebbe configurare una vera e propria occupazione del suolo pubblico.

A fronte di tale posizione del Comune, osserva il Collegio come vi possano essere altre modalità per assicurare il medesimo obiettivo primario – che rimane, come veduto, la fruizione effettiva e indisturbata del parcheggio in capo all’avente diritto; modalità che ben potrebbero consistere, inter alia, in aggiunta o in sostituzione rispetto a “dissuasori” (la cui tipologia è a scelta del Comune, quali catene, sbarre elettriche, pali retrattili), nel posizionamento di telecamere in chiave deterrente, ovvero nella costante presenza fisica di un vigile urbano che impedisca l’uso del parcheggio da parte di terzi o che, quanto meno, ne sanzioni sul piano amministrativo le condotte contrarie al Codice della strada, nella pronta disponibilità di un servizio di rimozione dei veicoli che occupino abusivamente il posto auto riservato.

Quel che non è dato consentire, di sicuro, è che le infrazione dei singoli si giovino dell’assenza di controlli da parte dell’autorità competente.

7. In conclusione, deve ritenersi che il Comune con l’attività posta in essere all’indomani della sentenza del Tar del 2015 ne abbia eluso il contenuto di fondo e che sia necessario che a tale sentenza si dia corretta esecuzione assicurando, attraverso una o più (di una) delle modalità sopra indicate, la concreta ed effettiva fruizione del parcheggio.

Per verificare che ciò accada, e che non si rendano necessarie da parte di questo Giudice l’adozione di ulteriori misure, ordinatorie e di ordine patrimoniale (richieste con l’appello), il Comune dovrà alla scadenza di 90 giorni dalla comunicazione della presente sentenza depositare una relazione scritta che illustri le modalità operative con cui ha inteso assicurare tale fruizione del parcheggio, rinviando la causa ad una camera di consiglio successiva per valutare tali risultanze. Durante lo stesso periodo parte ricorrente ben potrà dare conto di eventuali infrazioni di terzi che le impediscano di parcheggiare.

8. Ogni altra decisione, anche sulle spese, è riservata al definitivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, parzialmente pronunciando, accoglie l’appello e, in riforma della sentenza impugnata, ordina al Comune di ottemperare alla sentenza 1785/2015 nei termini di cui in motivazione;

rinvia per l’ulteriore trattazione della causa alla camera di consiglio del 18 ottobre 2018.

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