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Lo sai che? Come un creditore può revocare una donazione

Lo sai che? Pubblicato il 5 luglio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 luglio 2018

La revocatoria dell’atto di donazione della casa: quando il creditore o il fisco possono impedirla e contestarla.

Hai intenzione di donare la casa a tuo figlio. Non che questi sia già in età di matrimonio. Anzi, è ancora minorenne. La ragione è un’altra e non ti vergogni a confessarla visto che ormai in molti si trovano nella tua stessa condizione: hai diversi debiti con il fisco e vuoi evitare che l’Agenzia Entrate Riscossione possa avviare un pignoramento immobiliare. Così, prima che arrivi l’ipoteca, hai deciso di fare il passaggio di proprietà. Hai preso appuntamento dal notaio ma questi ti ha messo in guardia: attento, ti ha detto, perché nei primi cinque anni la donazione può essere sempre contestata dal creditore, chiunque esso sia (tanto il fisco, quanto la banca, quanto un privato). Ed anche piuttosto facilmente. Per di più, nei primi 12 mesi, l’esattore non ha neanche necessità di farti causa per pignorare l’immobile. La cosa ti prende in contropiede e decidi di farti spiegare meglio come un creditore può revocare una donazione. In questo articolo cercheremo di darti tutte le spiegazioni di cui hai bisogno: ti illustreremo, in particolare, in cosa consiste la revocatoria della donazione. E lo faremo prendendo spunto da una recente ordinanza della Cassazione che ha, appunto, affrontato il tema [1].

La donazione può essere revocata dai creditori?

Un creditore, sia questi l’agente della riscossione che qualsiasi altro soggetto, ha il potere di esercitare l’azione revocatoria. Con questo tipo di causa, il giudice accerta se la donazione ha avuto un fine fraudolento, se cioè è stata rivolta a sottrarre ai creditori i beni dal patrimonio del debitore per evitarne il pignoramento. Se così dovesse risultare, la donazione diventa inefficace per tale creditore (non per tutti gli altri), il quale potrà pignorare l’immobile nonostante il passaggio di proprietà.

Quanto tempo ha il creditore per revocare la donazione?

Il creditore deve agire entro massimo cinque anni dal rogito. Non importa che abbia saputo in ritardo della donazione. Probabilmente ti starai chiedendo se c’è un modo per accelerare questo tempo e bloccare l’azione del creditore. In molti credono che, facendo opposizione alla richiesta del creditore, si possa impedire a questi la revocatoria (ad esempio l’opposizione al decreto ingiuntivo o alla cartella esattoriale). Non è così. Anche se c’è una contestazione in atto, il creditore può ugualmente agire e chiedere la revocatoria della donazione in via “cautelativa”.

Cosa deve fare il creditore per revocare la donazione?

Deve innanzitutto avviare una causa. Ma l’aspetto più importante – come in tutti i processi – è l’onere della prova: il creditore deve dimostrare l’intento fraudolento del debitore. Ed è qui che soccorre il chiarimento della Cassazione. Non è necessario “aprire in due la testa del debitore” per scoprire quali fossero le sue reali intenzioni (e sfido io!), ma si può ricavare una tale prova dal fatto che, a seguito della donazione, il patrimonio del donante si sia ridotto al punto tale da impedire ogni possibile e utile pignoramento. Insomma si può prescindere dalla dimostrazione dell’intenzione del donante di nuocere al creditore, ma è sufficiente la consapevolezza, da parte del debitore, del pregiudizio che sia in concreto arrecato alle ragioni del creditore. Pregiudizio che è implicito e scontato nel fatto di essere rimasto “nullatenente” o quasi.

Tanto per fare un esempio, si può esperire l’azione revocatoria nei confronti di una persona che dona l’unica casa al figlio e non ha altri beni come un conto corrente di pari valore. Non si può invece avviare l’azione revocatoria nei confronti di chi ha un debito di 100mila euro e dona una casa del valore di 300 ma rimane proprietario di un’altra del valore di 200 mila euro (il creditore infatti può iscrivere ipoteca fino al doppio del valore del proprio credito). La prova dell’avvenuta stipula di una donazione implica dunque di per sé la dimostrazione dell’impoverimento del donante.

Nel primo anno la donazione non vale

Un articolo di recente introduzione nel codice civile [2] stabilisce, in soldoni che, se entro 12 mesi dal rogito della donazione il creditore trascrive l’atto di pignoramento nei registri immobiliari, può mettere all’asta la casa senza fare la revocatoria.

II creditore – recita la norma – che sia pregiudicato da un atto del debitore, di alienazione o costituzione di vincolo di indisponibilità, che ha per oggetto beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, compiuto a titolo gratuito e trascritto successivamente al sorgere del credito, può procedere a esecuzione forzata, anche se non abbia preventivamente ottenuto sentenza dichiarativa di inefficacia, se trascrive il pignoramento nel termine di un anno dalla data in cui l’atto è stato trascritto.

Quindi entro un anno dalla donazione, il creditore non deve neanche esperire la revocatoria se vuol pignorare il bene donato a patto che trascriva il pignoramento nei registri pubblici immobiliari.

note

[1] Cass. ord. n. 17336/18 del 3.07.2018.

[2] Art. 2929bis cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 27 maggio – 3 luglio 2018, n. 17336

Presidente Amendola – Relatore Rossetti

Fatti di causa

1. Nel 2005 la società Armi Perazzi s.p.a. convenne dinanzi al Tribunale di Brescia T.A. , T.B. , T.C. , To.Da. , T.D. e T.M. , esponendo:

-) di essere creditrice di T.A. ;

-) che T.A. aveva donato agli altri cinque convenuti, tutti suoi figli, il 100% delle azioni della società “Baia di Gairo s.p.a.”, ed una quota del 50% del capitale della società “Nuova Mazzucchelli s.r.l.”;

-) che tali atti erano stati compiuti in frode delle ragioni creditorie della Armi Perazzi s.p.a..

Chiese pertanto che fosse dichiarata l’inefficacia nei suoi confronti, ai sensi dell’art. 2901 c.c., delle due suddette donazioni. Domandò, altresì, la condanna di T.B. , T.C. , To.Da. , T.D. e T.M. in solido al risarcimento del danno da lesione credito patito da essa attrice in conseguenza della loro condotta fraudolenta.

2. Con sentenza 23.2.2011 n. 603 il Tribunale di Brescia rigettò tutte le domande attorce.

La sentenza venne appellata dalla Armi Perazzi.

3. Con sentenza 21.4.2016 n. 355 la Corte d’appello di Brescia accolse il gravame della Armi Perazzi nella parte in cui lamentava il rigetto dell’azione pauliana di cui all’art. 2901 c.c..

La Corte d’appello ritenne che:

-) l’inconsapevolezza, in capo ai donatari, del pregiudizio arrecato dalla donazione alle ragioni del creditore Armi Perazzi fosse irrilevante ai fini dell’accoglimento della domanda;

-) la Armi Perazzi aveva il solo onere di provare la diminuzione patrimoniale del donante, e non anche la consistenza del patrimonio residuo di questi;

-) spettava, invece, ai convenuti dimostrare che il patrimonio di T.A. , al netto della donazione, restasse capiente rispetto alle pretese della Armi Perazzi, in tale prova non era stata fornita.

4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da T.A. , T.B. , T.C. , To.Da. , T.D. e T.M. , con ricorso fondato su tre motivi ed illustrato da memoria.

Ha resistito la Armi Perazzi con controricorso.

Ragioni della decisione

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c., la violazione degli artt. 2697 e 2901 c.c..

Deducono che, nel giudizio sull’azione revocatoria ordinaria, è onere dell’attore provare che l’atto dispositivo gli ha nuociuto, e che il patrimonio del debitore abbia patito una diminuzione “effettiva e rilevante”. Tale prova non può – proseguono i ricorrenti – ritenersi in re ipsa, ovvero desumibile dal solo fatto dell’esistenza dell’atto dispositivo.

1.2. Il motivo è manifestamente infondato.

Un atto di donazione impoverisce di per sé il donante, perché lo priva della cosa donata senza corrispettivo. Pertanto la dimostrazione dell’avvenuta stipula d’una donazione costituisce da sola dimostrazione dell’impoverimento del donante.

Fornita dunque tale prova dall’attore nel giudizio di revocazione, spettava ai convenuti dimostrare che nonostante la donazione, il patrimonio del donante restava sufficiente a soddisfare il creditore.

A tali principi, pacifici nella giurisprudenza di questa Corte (ex multis, Sez. 2, Sentenza n. 1902 del 03/02/2015, Rv. 634175 – 01), la Corte d’appello si è puntualmente attenuta.

2. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col secondo motivo di ricorso i ricorrenti sostengono che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di nullità processuale, ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c.. È denunciata, in particolare, la violazione dell’art. 115 c.p.c..

Sostengono che la Corte d’appello avrebbe accolto la domanda revocatoria nonostante la totale assenza della prova d’una deminutio patrimonii, e comunque dopo avere rigettato le loro istanze istruttorie volte a dimostrare la consistenza del patrimonio residuo del debitore.

2.2. Il motivo è inammissibile.

Questa Corte, infatti, ha già stabilito che la violazione dell’art. 115 c.p.c. può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre (Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016).

2.2. Non sarà superfluo soggiungere che nel caso di specie la Corte d’appello non ha affatto accolto la domanda attorea in assenza di prove.

Per quanto già detto in precedenza, infatti, la donazione di un pacchetto azionario costituisce di per sé un impoverimento per il donante, ed esso fa presumere ai sensi dell’art. 2727 c.c. che il patrimonio di quest’ultimo si sia ridotto. Sarebbe stato, dunque, onere dei convenuti provare quanta e quale fosse la consistenza residua del suddetto patrimonio, prova ritenuta non fornita dalla Corte d’appello.

2.3. I ricorrenti, come accennato, hanno altresì dedotto di avere formulato varie istanze istruttorie volte a dimostrare la consistenza residua del patrimonio del debitore, che non sono state però esaminate.

In merito a tale deduzione si impongono due rilievi.

Il primo è che tale osservazione non si è concretata in uno specifico ed autonomo motivo di ricorso, e non può quindi essere qui rilevata d’ufficio.

11 secondo è che, in ogni caso, i ricorrenti non hanno indicato – in violazione del precetto di cui all’art. 366, n. 6, c.p.c. – quali fossero le concrete istanze istruttorie da essi formulate e non accolte.

3. Il terzo motivo di ricorso.

3.1. Col terzo motivo i ricorrenti lamentano, formalmente invocando l’art. 360, n. 5, c.p.c., il vizio di “omessa pronuncia, omessa od apparente motivazione” circa la sussistenza dei requisiti dell’eventus damni e della scientia fraudis.

Deducono che la Corte d’appello non avrebbe “reso espliciti gli argomenti di prova e il ragionamento logico-giuridico” seguito per concludere che vi fosse l’eventus damni; avrebbe omesso del tutto di motivare in merito alla scientia damni; ed avrebbe infine trascritto ad litteram nella sentenza un passo contenuto nelle difese della Armi Perazzi, con ciò adottando una motivazione solo apparente.

3.2. Nella parte in cui lamenta che la Corte d’appello avrebbe omesso di motivare in merito all’esistenza dell’elemento dell’eventus damni, il motivo è infondato per le ragioni già esposte nella confutazione dei primi due motivi di ricorso.

3.3. Nella parte in cui lamenta che la Corte d’appello avrebbe omesso di motivare in merito all’esistenza dell’elemento della scientia damni, il motivo è parimenti infondato.

La sentenza impugnata non può dirsi priva di motivazione, dal momento che tale vizio, dopo la riforma dell’art. 360, n. 5, c.p.c., resta ancora censurabile solo nell’ipotesi estrema in cui la motivazione manchi “sinanche come segno grafico”, così come stabilito da Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830.

Nemmeno può dirsi sussistente il vizio di motivazione illogica o contraddittoria: anche tale vizio, infatti, dopo la riforma dell’art. 360, n. 5, c.p.c., è denunciabile in sede di legittimità solo quando vi sia un “contrasto irriducibile tra a affermazioni inconciliabili” oppure una “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).

Ad abundantiam, va comunque rilevato come questa Corte, con orientamento costante, ha da tempo stabilito che quando sia chiesta la revoca di atti a titolo gratuito, ai fini del requisito della scientia fraudis non è necessaria la dimostrazione dell’intenzione del donante di nuocere al creditore, ma è sufficiente la consapevolezza, da parte del debitore, del pregiudizio che, mediante l’atto di disposizione, sia in concreto arrecato alle ragioni del creditore, consapevolezza la cui prova può essere fornita anche mediante presunzioni (ex multis, Sez. 3, Sentenza n. 29869 del 19/12/2008, Rv. 606243 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 17867 del 22/08/2007, Rv. 599601 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 15310 del 07/07/2007, Rv. 598607 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 14274 del 18/12/1999, Rv. 532348 – 01).

Pertanto nel caso di specie, una volta accertato dalla Corte d’appello che le due donazioni compiute da T.A. a favore dei figli avevano ridotto il suo patrimonio, e non essendo mai stato in discussione che T.A. fosse perfettamente capace di intendere e volere, la sussistenza della scientia fraudis è stata evidentemente ammessa dalla Corte per evidenza logica, sia pure implicita, dal momento che nessuna persona sensata, nel momento in cui si spogli di un bene patrimoniale senza corrispettivo, non può non sapere che il suo patrimonio si stia ipso facto riducendo.

4. Le spese.

4.1. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 385, comma 1, c.p.c., e sono liquidate nel dispositivo.

4.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228).

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna T.A. , T.B. , T.C. , To.Da. , T.D. e T.M. , in solido, alla rifusione in favore di Armi Perazzi s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 10.000, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie ex art. 2, comma 2, d.m. 10.3.2014 n. 55;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dall’art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002 n. 115, per il versamento da parte di T.A. , T.B. , T.C. , To.Da. , T.D. e T.M. , in solido, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.


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