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Si può denunciare il parcheggiatore abusivo?

5 luglio 2018


Si può denunciare il parcheggiatore abusivo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 luglio 2018



«Dammi 2 euro»: l’automobilista non paga e denuncia il parcheggiatore abusivo. Ma è corretto contestare il reato di estorsione?

Minacciare una persona – anche non in forma esplicita – di un danno grave per ottenere un vantaggio, anche se solo due euro, è estorsione: un reato grave punito dal codice penale. Ma se c’è solo la richiesta, senza alcuna minaccia anche velata, non siamo in presenza di un illecito. Tutt’al più si potrà parlare di beneficienza. Il confine è molto sottile quando siamo nell’ambito dei parcheggiatori abusivi dove, se anche non c’è la minaccia, al mancato pagamento fanno quasi sempre seguito i fatti. Ed è qui un grosso deficit di tutela. Ancor di più se si pensa che spesso la polizia municipale sa bene chi opera sul territorio senza autorizzazione e non fa nulla anche quando i fatti si consumano davanti ai propri occhi. Allora è giusto chiedersi: si può denunciare il parcheggiatore abusivo? La risposta la ricorda la Cassazione con una sentenza depositata stamattina [1].

Chiedere soldi non è reato. Chiederli sotto minaccia sì. La minaccia che fa scattare l’estorsione si può concretizzare anche in un semplice gesto, un comportamento che però faccia inequivocabilmente temere la vittima di subire un danno. I parcheggiatori abusivi, consapevoli di ciò, si guardano bene dal muovere le mani o il capo quando chiedono i due euro, ma alcuni non si fanno poi remore di “punire” lo sgarro subìto da chi non sottostà alla pretesa. Ed in tal caso, non si può più parlare di estorsione perché la minaccia a monte non c’è stata, ma di danneggiamento, che è comunque un reato, anche se meno grave.

Ma chi fa una causa contro un parcheggiatore abusivo che, anche volendo dimostrare che è stato davvero l’artefice del danno – cosa indimostrabile se non ci sono testimoni o telecamere – non potrà mai pagare alcun risarcimento?

E allora non resta che segnalarli ai vigili urbani. E già, perché chiedere i soldi per un parcheggio, senza la minaccia, non sarà un illecito penale ma resta illecito amministrativo sanzionato dal codice della strada [2] con una pena da 1.000 a 3.500 euro. La norma recita testualmente: «Salvo che il fatto costituisca reato, coloro che esercitano abusivamente, anche avvalendosi di altre persone, ovvero determinano altri ad esercitare abusivamente l’attività di parcheggiatore o guardiamacchine sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 1.000 a euro 3.500. Se nell’attività sono impiegati minori, o nei casi di reiterazione, la sanzione amministrativa pecuniaria è aumentata del doppio. Si applica, in ogni caso, la sanzione accessoria della confisca delle somme percepite».

Anche qui, però, torna il problema di partenza: quale importanza può dare a una multa un parcheggiatore abusivo, che fa questo mestiere alla luce del sole, incurante delle autorità spesso nei paraggi? Ragion per cui sono gli stessi vigili che, a volte, si limitano a fare il cenno di andare via, senza però aprire il libretto delle contravvenzioni.

Al massimo è possibile il sequestro dei proventi ossia degli spiccioli racimolati, ma il vigile non può fare una perquisizione personale. Ed anche questa norma quindi va a farsi friggere.

Bisogna allora sperare di essere ricattati per poter denunciare il parcheggiatore abusivo. Perché in questo caso, quantomeno, c’è la paura e la grana di affrontare un processo penale. La punizione è la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000. E allora quanto mai giusto dire: automobilisti, denunciate i parcheggiatori abusivi che chiedono illegittimamente soldi per il veicolo lasciato in sosta. Salvo, naturalmente, trovare poi un parcheggio da tutt’altra parte!

note

[1] Cass. sent. n. 30365/18 del 5.07.2018.

[2] Art. 7 c. 15 bis del Codice della Strada

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 7 giugno – 5 luglio 2018, n. 30365

Presidente Davigo – Relatore Rago

Fatto e diritto

1. La Corte di Appello di Salerno con la sentenza di epigrafe confermava la condanna di An. Ab. per il delitto di tentata estorsione «perché con minaccia di un male ingiusto compiva atti idonei diretti in modo non equivoco, a costringere Serino Carmine a dargli denaro non dovuto per un ingiusto profitto. In particolare, dopo aver chiesto a Serino Carmine di dargli dei soldi non dovuti per il parcheggio davanti all’Ospedale Campolongo Hospital di Eboli, dicendogli con tono minaccioso e prepotente “devi darmi 2 Euro per il parcheggio” ed avendo Serino Carmine detto che non glieli avrebbe dati in quanto era un parcheggiatore abusivo, lo minacciava dicendogli “se non mi dai i soldi che ti ho chiesto ti rompo la macchina».

2. Contro la suddetta sentenza, l’imputato, a mezzo del proprio difensore ha proposto ricorso per cassazione deducendo:

2.1. l’errata qualificazione giuridica in quanto il fatto addebitato al ricorrente avrebbe dovuto essere sussunto nel paradigma della tentata violenza privata;

2.2. l’insussistenza del reato in quanto la minaccia non era idonea ad intimorire l’automobilista a consegnare la somma di denaro richiesta.

3. Il ricorso è inammissibile essendo manifestamente infondate entrambe le censure in quanto:

Ad 1.1.: non è configurabile il reato di violenza privata per la semplice ragione che il suddetto reato ha natura sussidiaria rispetto all’estorsione dalla quale si differenzia per l’assenza dell’ingiusto profitto che, invece, nel caso di specie, è configurabile (richiesta di una somma di denaro non dovuta);

Ad 1.2.: la minaccia è da ritenersi sussistente perché tale – considerata con giudizio ex ante – deve oggettivamente ritenersi la frase: “se non mi dai i soldi che ti ho chiesto ti rompo la macchina” essendo, poi, del tutto irrilevante che la persona offesa non si sia sentita intimidita ma, anzi, dopo avere rifiutato di pagare si recò a denunciare il fatto (ex plurimis Cass. 644/2014).

4. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila a favore della Cassa delle Ammende.

Sentenza a motivazione semplificata.

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