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Minacce del convivente: che fare?

8 luglio 2018


Minacce del convivente: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 luglio 2018



Se il partner usa frasi minacciose nei confronti del convivente non è detto che quest’ultimo debba andarsene di casa: con una querela potrà far andare via il colpevole.

Da diversi anni convivi con il tuo compagno in un appartamento che avete preso in affitto. Tutti e due avete firmato il contratto e ne siete quindi intestatari. La vostra relazione però è diventata di recente burrascosa. Lui è geloso: sospetta che tu voglia lasciarlo e teme che il tuo comportamento possa generare attenzioni di altri uomini. Ha iniziato ad essere anche violento: sia ben intenso, non ha mai alzato le mani su di te, ma con le parole ti ha minacciato più volte. «Se te ne vai te la faccio pagare», «Se scopro che mi stai tradendo ti ammazzo», «Guarda che ti controllo e se trovo una sola prova che ti senti con un altro, sono guai per entrambi». Tutte queste frasi non ti fanno più dormire la notte. Temi che lui, in tua assenza, possa frugare tra le tue cose e, soprattutto, anche da un semplice fraintendimento, possa derivare una tragedia. Dall’altro lato non hai i soldi per andare a vivere altrove e non puoi permetterti un altro fitto o un hotel. Così ti chiedi cosa fare in caso di minacce del convivente. La questione è stata di recente analizzata dalla Cassazione in una recente sentenza [1].

Si può allontanare di casa il partner violento o che minaccia?

Una legge del 2001 [2] ha previsto una serie di misure contro la violenza nelle relazioni familiari. Tra le disposizioni [3] vi è la possibilità per il giudice di disporre l’allontanamento immediato dalla casa familiare nei confronti del soggetto pericoloso, con l’ordine di non accedervi più se non con l’autorizzazione del giudice stesso. Il magistrato, inoltre, in caso di esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti, salvo che la frequentazione sia necessaria per motivi di lavoro.

Se la vittima del reato, a seguito dell’allontanamento del responsabile, dovesse non disporre dei soldi sufficienti per mantenersi (si pensi al caso della convivente che si dedica alla casa mentre l’uomo porta a casa lo stipendio), il giudice, su richiesta del pubblico ministero, può altresì ingiungere il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto della misura cautelare dell’allontanamento, rimangano prive di mezzi adeguati di sopravvivenza. Il giudice determina la misura dell’assegno tenendo conto delle circostanze e dei redditi dell’obbligato e stabilisce le modalità ed i termini del versamento. Può ordinare, se necessario, che l’assegno sia versato direttamente al beneficiario da parte del datore di lavoro dell’obbligato, detraendolo dalla retribuzione a lui spettante.

La lista dei reati per cui è possibile chiedere l’allontanamento dalla casa è piuttosto ampia [4]:

  • violazione degli obblighi di assistenza familiare
  • abuso dei mezzi di correzione o disciplina
  • lesioni personali
  • riduzione o mantenimento in schiavitù
  • prostituzione minorile
  • pornografia minorile
  • detenzione di materiale pornografico
  • tratta di persone e acquisto o vendita di schiavi
  • violenza sessuale
  • atti sessuali con minorenne
  • corruzione di minorenne
  • minaccia aggravata.

Ordini di protezione

Chi non vuol ricorrere al penale e mantenersi, in forma più blanda in termini di conseguenze per il responsabile, nell’ambito del civile può ricorrere ai cosiddetti ordini di protezione (leggi a riguardo: Come cacciare di casa il marito). Quando uno dei conviventi (può essere il marito ma anche il partner o il figlio) è di grosso pregiudizio per l’integrità fisica o psichica degli altri che vivono sotto lo stesso tetto questi ultimi possono chiedere al giudice l’emanazione di un decreto con cui ordina al responsabile la cessazione della condotta pregiudizievole e, se ritenuto opportuno, anche l’allontanamento dalla casa familiare. Il giudice può disporre addirittura l’intervento dei servizi sociali o di un centro di mediazione familiare al fine di risolvere la crisi, nonché delle associazioni che abbiano come scopo il sostegno e l’accoglienza di donne e minori o di altri soggetti vittime di abusi e maltrattamenti.

Anche in questo caso, con lo stesso decreto, il tribunale può ordinare, a carico del colpevole, il pagamento periodico di un assegno a favore del partner che, a seguito dell’allontanamento del convivente, rimane privo di mezzi adeguati e prescrivendo, se del caso, che la somma sia versata direttamente dal datore di lavoro dell’obbligato, detraendola dalla retribuzione allo stesso spettante.

note

[1] Cass. sent. n. 30114/18 del 4.07.2018.

[2] Legge n. 154/2001.

[3] Art 282bis cod. proc. pen. e Art. 384bis cod. proc. pen

[4] Artt. 570, 571, 582, limitatamente alle ipotesi procedibili d’ufficio o comunque aggravate, 600, 600bis, 600ter, 600quater, 600 septies 1, 600 septies 2, 601, 602, 609bis, 609ter, 609quater, 609quinquies e 609octies e 612, secondo comma del codice penale, commesso in danno dei prossimi congiunti o del convivente.

Autore immagine: Dantemanuele De Santis

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 6 febbraio – 4 luglio 2018, n. 30114

Presidente Lapalorcia – Relatore Scotti

Ritenuto in fatto

1. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verbania con ordinanza del 10/11/2017 non ha convalidato l’applicazione urgente della misura dell’allontanamento urgente dalla casa familiare di cui all’art.384 bis cod.proc.pen. nei confronti di Da. Pe., indagato per i reati di cui agli artt.81 e 612, comma 2, cod.pen. in danno della convivente Lu. Sa., ordinandone l’immediata liberazione.

2. Ha proposto ricorso il Procuratore della Repubblica di Verbania, denunciando erronea applicazione delle norme penali di cui all’art.612, comma 2, cod.pen. e 382, 384 bis, in relazione all’art.202 bis, comma 6, cod.pen., nonché del principio di correlazione fra chiesto e pronunciato.

Il Giudice aveva travisato la qualificazione giuridica del fatto e si era pronunciato ultra petita perché sia dal verbale con cui era stato disposto l’allontanamento d’urgenza, sia dalle annotazioni di polizia giudiziaria, quanto dall’incolpazione provvisoria proposta dal Pubblico Ministero risultava che la fattispecie concreta era sussumibile nell’ipotesi di minaccia grave ex art.612, comma 2, cod.pen., e non nel delitto di atti persecutori ex art.612 bis cod.pen., invece vagliato dal Giudice. La minaccia grave era stata pronunciata dall’indagato in presenza della polizia giudiziaria, circostanza integrante di per sé la flagranza del reato, rendendo superflua la verifica della fondatezza delle affermazioni della denunciante.

Il provvedimento, poi, era viziato da omessa e manifesta illogicità della motivazione per essersi esclusivamente concentrato sul delitto, mai contestato, di atti persecutori e aver trascurato la manifesta flagranza del delitto di minaccia grave alla luce del tenore dell’annotazione di polizia giudiziaria, erroneamente datata per errore materiale 20/9/2017, ma sicuramente riferentesi ai fatti del 7/11/2017. La necessità di verifica delle affermazioni della denunciante si riferiva evidentemente al reato di atti persecutori, visto che le minacce denunciate erano invece riscontrate in atti.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato e va accolto. Il Giudice del Tribunale di Verbania è incorso in evidente errore ritenendo che la misura dell’allontanamento di urgenza dalla casa familiare ex art.384 bis cod.proc.pen. fosse stato disposto il 7/11/2017 dalla Polizia Giudiziaria, autorizzata dal Procuratore della Repubblica di Verbania, nei confronti dell’indagato Da. Pe., perché colto nella flagranza del delitto di atti persecutori ex art.612 bis cod.pen.

I reati per cui si procedeva erano invece una serie di minacce gravi, ex art.612, comma 2, cod.pen. («ti avviso che te la farò pagare»; «ti rovino quel bel musino che hai»; «sei solo mia, se ti vedo con altri ti ammazzo, faccio una strage, ti massacro»), le ultime delle quali («Arrestatemi, voglio essere arrestato perché ho provato ad ucciderla»; «mi arresti, mi arresti perché altrimenti l’ammazzo»), pronunciate in presenza di ufficiali di polizia giudiziaria e riferite nella relazione di servizio.

1.1. La motivazione addotta dal Giudice verbano non è pertinente ed è palesemente extra petita nel suo riferire la mancanza del requisito della flagranza ad un delitto non contestato e nell’ignorare, per contro, il fatto delittuoso riferito in atti e percepito direttamente dalla polizia giudiziaria.

1.2. L’art.384 bis cod.proc.pen. attribuisce agli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria la facoltà di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero, l’allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all’articolo 282-bis, comma 6, ove sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l’integrità fisica o psichica della persona offesa.

L’art. 282-bis, comma 6, include nel suo elenco il delitto di cui all’art.612, secondo comma, del codice penale, commesso in danno dei prossimi congiunti o del convivente.

1.3. La flagranza era evidente poiché le frasi gravemente minacciose sono state sentite e riferite da un ufficiale di polizia giudiziaria.

2. Il provvedimento impugnato deve quindi essere annullato.

L’annullamento da parte della Corte di Cassazione dell’ordinanza di diniego di convalida del provvedimento di allontanamento in via d’urgenza dalla casa familiare ex art. 384 bis cod. proc. pen., va disposto con la formula «senza rinvio perchè l’allontanamento è stato effettuato legittimamente», in quanto trattasi di situazione nella quale appare superfluo lo svolgimento di un giudizio rescissorio con riferimento ad una fase ormai esauritasi, e nella quale il giudice di merito dovrebbe limitarsi a statuire formalmente sulla correttezza della iniziativa a suo tempo assunta dalla polizia giudiziaria (Sez. 6, n. 49482 del 10/11/2015, P.M. in proc. H, Rv. 265531; vedasi inoltre con riferimento all’analoga situazione del diniego di convalida dell’arresto in flagranza: Sez. 5, n. 21183 del 27/10/2016 -dep. 2017, Vattimo, Rv. 270042; Sez. 6, n. 12291 del 01/03/2016, P.M. in proc. Tapia Diaz, Rv. 266868; Sez. 6, n. 13436 del 23/02/2016, P.M. in proc. Obien, Rv. 266734; Sez. 5, n. 15387 del 19/02/2016, P.M. in proc. Cosman e altro, Rv. 266566).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio il provvedimento impugnato perché l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare è stato legittimamente effettuato.

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