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Lo sai che? Quando scatta un controllo fiscale?

Lo sai che? Pubblicato il 8 luglio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 luglio 2018

Accertamenti fiscali dell’Agenzia delle Entrate: i comportamenti più a rischio da parte del contribuente.

Non piace a nessuno dare spiegazioni di quanto c’è nel proprio portafogli o sul conto corrente. Tantomeno quando si tratta dell’Agenzia delle Entrate. E questo perché i poteri che a quest’ultima la legge riconosce – sia in caso di contenzioso che di accertamento – le pongono in una posizione di superiorità rispetto al contribuente tanto da far temere anche chi ha da sempre i conti in regola. Se perciò ti stai chiedendo quando scatta un controllo fiscale, voglio innanzitutto rassicurarti: c’è più possibilità che sia tua moglie a spiare quanto hai in tasca che il fisco. E questo perché, dati alla mano, le indagini dell’amministrazione finanziaria colpiscono uno sparuto numero di contribuenti.

«Strano», sono certo che dirai: con gli strumenti che ci sono oggi, tra anagrafe tributaria e archivi dei conti correnti, basta un click sul computer per scoprire quanto guadagna una persona e misurarlo con il suo tenore di vita. A conti fatti però le statistiche danno l’Agenzia delle Entrate come una delle amministrazioni più lente nei controlli. Secondo le annuali relazioni della Corte dei Conti, difatti, l’Anagrafe dei rapporti finanziari viene usata solo di rado nonostante le infine potenzialità nel contrasto dell’evasione fiscale. Statisticamente a un commercialista può toccare una verifica fiscale una volta ogni 71 anni; un avvocato rischia una volta ogni 77 anni. I medici sono ancora più sereni: per loro c’è una verifica fiscale ogni 91 anni, il che significa che molti di questi – considerando che la vita professionale termina molto prima – muoiono senza aver mai avuto a che fare con il fisco.

Più tartassati sono i commercianti: un bar o una gelateria incontra l’ufficio finanziario almeno una volta ogni 30 anni; un ristorante e un’impresa edile ogni 24 anni. Con gli studi di settore si incappa in un accertamento fiscale con una frequenza del 2,4%.

Tutto ciò però non toglie che ci sono determinati comportamenti che possono elevare – e anche di molto – il rischio di un accertamento. I software dell’Agenzia delle Entrate rilevano in automatico le incongruenze delle dichiarazioni dei redditi ed allora il rischio è più elevato. Alla luce di ciò è bene quindi chiedersi quando scatta un accertamento fiscale? È di questo che ci occuperemo qui di seguito. Spiegheremo cioè quali sono i comportamenti più a rischio che attivano immediatamente l’allarme rosso negli uffici dell’Agenzia.

Irregolarità nella dichiarazione dei redditi

Sulla base dei dati e degli elementi direttamente desumibili dalla dichiarazione presentata e di quelli risultanti dall’Anagrafe tributaria, l’Agenzia delle Entrate procede, tramite procedure automatizzate (quindi senza che al contribuente vengano richiesti documenti giustificativi), a una riliquidazione della dichiarazione che potrebbe far emergere un maggior debito per imposte, contributi, premi e/o eventuali differenze a credito cui consegue la possibilità di rimborso. Sono i cosiddetti controlli automatici della dichiarazione dei redditi. Questo controllo può essere effettuato fino a massimo 5 anni a partire dall’anno successivo a quello in cui la dichiarazione deve essere inviata.

Alcune irregolarità nella dichiarazione dei redditi vengono scoperte molto facilmente. È il caso di chi dichiara familiari a carico e gode delle relative detrazioni quando questi invece percepiscono redditi superiori alla soglia (dal 2019 il limite di reddito è di 4mila euro all’anno; per i periodi precedenti è di 2.840,51 euro).

Un altro tipico caso di accertamento è quello che deriva dal mancato versamento delle imposte autodichiarate dal contribuente. Si pensi a chi presenta la dichiarazione dei redditi nei tempi e nelle forme corrette, ma poi materialmente non versa le tasse di cui egli stesso ha dichiarato di essere debitore.

Ci possono poi essere errori materiali e di calcolo (somme, differenze, percentuali). Facciamo un esempio. Il signor Rossi è un dipendente anche proprietario di terreni concessi in affitto per i quali deve dichiarare il reddito dominicale. Nel calcolo del reddito imponibile indica correttamente quello derivante dal lavoro dipendente ma per il reddito dominicale indica la rendita, senza applicare la rivalutazione prevista dalla legge. A questo punto l’Agenzia delle entrate ricalcola l’IRPEF così risultando dovuta l’imposta corrispondente al maggior reddito da terreni.

Al controllo sostanziale della dichiarazione può accompagnarsi anche il controllo formale che attiene alla conformità dei dati indicati nella documentazione conservata dal contribuente. È il caso in cui non risultino delle ritenute d’acconto operate da sostituti o non spettino detrazioni d’imposta.

Accertamenti sulle spese

Se tutto d’un tratto risulti titolare di un immobile o un’auto e fino a ieri non hai mai dichiarato un euro di reddito, c’è qualcosa che non quadra. Scatta così il cosiddetto accertamento sintetico, quello cioè fatto con il redditometro. L’esempio può apparire estremo ma è tutt’altro che raro: si pensi ai figli che ricevono casa dal genitore. A questo punto spetta al contribuente dimostrare la provenienza dei soldi necessari sia all’acquisto che al mantenimento del bene. E se tale prova non è documentale, l’accertamento fiscale è scontato.

L’Agenzia delle Entrate è al lavoro anche su un nuovo algoritmo che accerta il risparmio del contribuente (il cosiddetto risparmiometro). Se sul suo conto dovesse risultare, a fine anno, un deposito pari ai redditi dichiarati vorrebbe dire che è riuscito a vivere e mangiare senza mai prelevare un euro. Ed allora viene il sospetto: con cosa ha vissuto il contribuente? Ecco perché scatta la presunzione di evasione fiscale.

Accertamenti sui versamenti in banca

Altro tipico caso in cui scatta il controllo fiscale – anche se non così di frequente – è quando si ricevono dei bonifici sostanziosi in banca o si fanno dei grossi versamenti che non trovano riscontro nella contabilità o nella dichiarazione dei redditi. L’Agenzia delle Entrate ne viene al corrente grazie alla comunicazione che la stessa banca fa (attraverso l’Anagrafe dei conti correnti). La legge le consente di presumere che tali soldi derivano da redditi non dichiarati a meno che il contribuente fornisce la prova contraria: dovrà cioè dimostrare che si tratta di redditi esenti o già tassati alla fonte. Ancora una volta però l’onere di difendersi è in capo al cittadino.

Presunzioni a favore del fisco

Negli accertamenti tributari gran parte delle rettifiche sono fondate su presunzioni ossia “inversioni dell’onere della prova”: l’Agenzia presume che dietro un determinato comportamento del comportamento si nasconda un illecito mentre spetta a quest’ultimo fornire la prova contraria. Si pensi agli accertamenti bancari, agli accertamenti induttivi sulle medie di ricarico riscontrate in sede di verifica, alle contestazioni Iva in presenza di fatture soggettivamente inesistenti per assenza di buona fede da parte dell’acquirente. Si tratta di casi in cui la pretesa erariale non deriva da prove concrete di evasione, ma da presunzioni legali e talvolta anche prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza. 

In queste frequenti ipotesi i verificatori, una volta effettuate le contestazioni (derivanti appunto dall’applicazione delle presunzioni) e rilevato il superamento della soglia di punibilità, segnalano il tutto alla procura della Repubblica. Il Pm successivamente può anche richiedere al Gip il sequestro per importi equivalenti a quelli evasi in previsione di una futura confisca nel caso di condanna

Da evidenziare che spesso la Guardia di finanza già nella comunicazione della notizia di reato sollecita il Pm affinchè richieda la misura cautelare 

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, le presunzioni fiscali non possono da sole essere utilizzate ai fini della quantificazione della imposta evasa penalmente rilevante.

A tale principio fa eccezione il sequestro preventivo diretto o per equivalente attraverso il quale sottoponendo a vincolo determinati beni di valore equivalente ovvero il profitto diretto dell’evasione si assicura la futura esecuzione della confisca in caso di condanna dell’indagato.

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Autore immagine 123rf com


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