Diritto e Fisco | Editoriale

Scarpe antinfortunistiche: su chi spetta l’obbligo?

8 luglio 2018


Scarpe antinfortunistiche: su chi spetta l’obbligo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 luglio 2018



Per prevenire infortuni sul lavoro, il datore di lavoro deve valutare i fattori di pericolo presenti nell’azienda, redigere ed aggiornare periodicamente il documento di valutazione dei rischi. 

La materia della prevenzione degli infortuni sul lavoro tiene spesso banco quando si tratta di conflitti tra lavoratori e aziende: da un lato i primi esigono giustamente che sia tutelata la propria sicurezza e premono sul datore affinché sostenga le spese necessarie alle misure di prevenzione; dall’altro quest’ultimo però spesso si trova a dover licenziare quei dipendenti che non fanno uso dei suddetti dispositivi di protezione e, così facendo, nonostante i ripetuti richiami, lo espongono a una responsabilità anche di tipo penale. L’argomento di recente trattato dalla Cassazione [1] riguarda le scarpe antinfortunistiche: su chi spetta l’obbligo? In altri termini compete all’azienda acquistare tali prodotti affinché i dipendenti non abbiano a subire il benché minimo rischio durante le mansioni o invece sono questi ultimi onerati della spesa, necessaria alla loro stessa sicurezza? Ecco cosa è stato detto in questa occasione.

La prevenzione degli infortuni sul lavoro

In tema di prevenzione degli infortuni sul luogo di lavoro, il datore di lavoro ha l’obbligo giuridico di analizzare tutti i possibili fattori di pericolo, andando poi a redigere ed aggiornare periodicamente il documento di valutazione dei rischi previsto dalla legge [2]. All’interno di tale documento deve indicare i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Tale obbligo viene rispettato dal datore di lavoro anche attraverso l’intervento e la consulenza del responsabile del servizio di prevenzione e protezione.

Trattandosi però di un documento di provenienza aziendale è verosimile che lo stesso possa non essere sufficientemente obiettivo. Se il datore di lavoro non tiene conto di tutti i fattori di rischio e magari lascia l’acquisto delle scarpe antinfortunistiche alla libera scelta dei dipendenti, questi ultimi potrebbero ricorrere in tribunale per ottenere una maggiore tutela. Il giudice potrà ritenere a quel punto inadeguato il documento di valutazione dei rischi e non sufficiente a tutelare i lavoratori dai pericoli incombenti nel luogo di lavoro.

Laddove quest’obbligo viene accertato, spetta all’azienda procedere, a proprie spese, all’acquisto delle scarpe antinfortunistiche. Diversamente scatta una responsabilità penale. Si tenga peraltro conto che, anche nel caso in cui tali scarpe vengano acquistate ma i dipendenti non ne facciano uso, la responsabilità ricade ugualmente sul legale rappresentante e sul responsabile per la sicurezza.

Il datore ha allora uno strumento per far evitare di subire i rischi derivanti dalla mancata adozione delle misure di prevenzione da parte dei dipendenti (scarpe antiscivolo, caschi, imbracature, ecc.): il procedimento disciplinare e, in caso di recidiva, il licenziamento.

È tuttavia illegittimo il licenziamento dell’operaio che non può indossare le scarpe antinfortunistiche fornite dal datore di lavoro per una malformazione al piede [3]. Grava infatti sull’impresa che intende procedere al licenziamento l’onere di dimostrare che, tra i modelli di calzature antinfortunistiche sul mercato, non possono essere trovate quelle adatte a consentire al lavoratore di espletare in sicurezza le mansioni assegnate.

Il tempo necessario a indossare le scarpe antinfotunistiche

Secondo la giurisprudenza rientra nell’orario di lavoro – e come tale va retribuito a titolo di compenso per lavoro ordinario – anche il tempo impiegato a indossare, in luogo e tempo fissati dal datore di lavoro, indumenti (nella specie, indumenti intimi, tuta, scarpe antinfortunistiche e copricapo) finalizzati alla tutela dell’igiene nella produzione di prodotti alimentari, senza che in contrario rilevi l’essere previsto tale obbligo da disposizioni di legge, il cui onere economico va compreso nel rischio di impresa [4]. Il che significa che tale tempo (anche detto tempo-tuta) va retribuito regolarmente come se fosse lavorato.

Se si cade senza le scarpe antiscivolo

Per verificare l’esistenza di una responsabilità del datore di lavoro sull’adozione delle misure di prevenzione dei rischi, bisogna accertarsi se vi sia una norma, legale o contrattuale, che gli imponga di dotare i dipendenti di scarpe antiscivolo. Laddove non siano previste ipotesi di questo tipo, l’eventuale caduta a terra del dipendente – magari per della pioggia o una lastra di ghiaccio – non può ricadere sull’azienda [5].

note

[1] Cass. sent. n. 301373/2018.

[2] Art. 28 d. lgs. n. 81/2008

[3] Cass. sent. n. 16195/2011.

[4] C. App. Napoli, sent. del 29.04.2010.

[5] Cass. sent. n. 3785/2009.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 27 aprile – 5 luglio 2018, n. 30173

Presidente Di Nicola – Relatore Corbetta

Ritenuto in fatto

1. Con l’impugnata sentenza, il tribunale di Forlì condannava R.R. alla pena di euro 6.400 di ammenda, perché ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 87, comma 2, lett. d), in relazione all’art. 75, d.lgs. n. 81 del 2008, per non avere provveduto a fornire i lavoratori di alcuni dispositivi di protezione individuale (d’ora in avanti, DPI) – ossia scarpe antinfortunistiche – per la maggior parte delle lavorazioni svolte. Accertato il (omissis) .

2. Avverso l’indicata sentenza, l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi.

2.1. Con il primo motivo si deduce violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen. in relazione all’art. 18 d.lgs. n. 81 del 2008. Assume il ricorrente che il piano di valutazione dei rischi prevedeva espressamente l’uso di scarpe chiuse anche d’estate, con la conseguenza che la valutazione dei rischi fosse completa.

2.2. Con il secondo motivo si lamenta violazione dell’art. 606,comma 1, lett. e) cod. proc. pen., perché il tribunale non avrebbe motivato in ordine al fatto che la soluzione adottata nel caso concreto non fosse conforme alla “migliore scienza ed esperienza”.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

2. I due motivi, che possono essere trattati congiuntamente in considerazione dell’omogeneità delle censure, sono manifestamente infondati.

3. Va, in primo luogo, osservato che, in tema di prevenzione degli infortuni, il datore di lavoro, avvalendosi della consulenza del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, ha l’obbligo giuridico di analizzare e individuare, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda e, all’esito, deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dall’art. 28 del D.Lgs. n. 81 del 2008, all’interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori (per tutti, Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014 – dep. 18/09/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, Rv. 261109).

Nel solco tracciato dalle Sezioni Unite, si è ulteriormente precisato che il datore di lavoro ha l’obbligo di analizzare e individuare con il massimo grado di specificità, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda, avuto riguardo alla casistica concretamente verificabile in relazione alla singola lavorazione o all’ambiente di lavoro, e, all’esito, deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dall’art. 28 del D.Lgs. n. 81 del 2008, all’interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori (Sez. 4, n. 20129 del 10/03/2016 – dep. 16/05/2016, Serafica e altro, Rv. 267253).

4. Nel caso in esame, il Tribunale ha fatto corretta applicazione dei principi ora ricordati, ritenendo che la generica sensibilizzazione dei lavoratori sull’uso di scarpe chiuse, contenuta nel documento di valutazione dei rischi, anche per il periodo estivo, non fosse sufficiente per tutelare i lavoratori dagli specifici pericoli incombenti nei luoghi di lavoro. Invero, secondo quanto accertato dal Tribunale, sulla scorta degli esiti degli accertamenti svolti dall’Asl di (…) presso il (omissis) , nella sede di (omissis), i lavoratori maneggiavano pesi da mezzo chilogrammo a tre chilogrammi, vi erano macchinari di metallo appoggiati per terra, nonché scaffali in metallo, pure appoggiati per terra, con angoli vivi e strutture rigide.

A tal proposito, il documento di valutazione dei rischi è stato correttamente ritenuto inadeguato dal Tribunale, posto che era necessario adottare la massima protezione per il lavoratore, rappresentata non da una scarpa qualunque, per di più lasciata alla libera scelta del lavoratore quanto a fattura e materiale, ma dalle scarpe antinfortunistiche, ossia quelle rispondenti ai requisiti stabiliti dall’art. 76 d.lgs. n. 81 del 2008. Di conseguenza, come affermato dal Tribunale con motivazione non manifestamente illogica, per fronteggiare le specifiche fonti di pericolo presenti sul luogo di lavoro, era doveroso l’obbligo di dotare i lavoratori di scarpe antinfortunistiche, ossia il DPI specificatamente diretto a evitare i rischi da caduta e da urto, presenti nell’ambiente di lavoro considerato.

Si tratta di una motivazione giuridicamente corretta e immune da vizi che, quindi, supera il vaglio di legittimità.

5. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13/06/2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, ritenuta equa, indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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