Diritto e Fisco | Editoriale

Buca stradale: come richiedere i danni al Comune

9 luglio 2018


Buca stradale: come richiedere i danni al Comune

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 luglio 2018



Risarcimento del danno da insidie stradali: il procedimento per chiedere i danni economici e morali per chi cade in una buca, scivola sull’asfalto, rompe le ruote della macchina o fa un incidente stradale.

Nel momento in cui si cade su una buca dell’asfalto in città o in un altro tratto stradale  rientrante nella competenza del Comune, l’automobilista o il pedone che vuol chiedere il risarcimento deve dimostrare non solo il fatto in sé, ossia la caduta, ma anche il danno subito e – cosa ben più difficile – il nesso che lega l’uno all’altro. Deve cioè provare che la rottura dell’auto o l’infortunio fisico sia dipeso solo e unicamente dall’insidia stradale. Il che significa escludere che a determinare l’evento non sia stato un altro fattore (ad esempio la distrazione, la spinta di un passante, un trauma pregresso), ecc. Probabilmente nel leggere queste parole avrai già perso le speranze di ottenere un indennizzo, ma aspetta a demordere: qui di seguito ti spiegherò come richiedere i danni al Comune per la buca stradale. Non è detto che tu non sia nelle condizioni per far valere i tuoi diritti. Cercherò inoltre di spiegarti come avere i soldi senza dover necessariamente entrare in un’aula di tribunale e doverti valere di un avvocato, cosa che potrebbe – in determinati casi – rendere la procedura eccessivamente costosa rispetto al vantaggio. 

Le regole che a breve indicheremo riguardano sia il pedone che l’automobilista: coinvolgono cioè tanto la caduta a causa di una buca sul marciapiedi, di un tombino scoperto, di una mattonella sconnessa sul suolo pubblico, del dislivello di una grata per lo scolo dell’acqua piovana, del gradino rotto di una scala pubblica, quanto l’ipotesi della tradizionale fossa sull’asfalto destinato alla circolazione delle macchine. Daremo poi un rapido scorcio all’orientamento della giurisprudenza per quanto riguarda le buche in autostrada. 

Se cado in una buca stradale, chi è responsabile?

La parte più facile della procedura relativa a come richiedere i danni per la buca stradale è individuare il soggetto responsabile a cui inoltrare la diffida per avere il risarcimento. Quest’ultimo non può che essere l’ente titolare della strada che, il più delle volte, è una pubblica amministrazione. Dunque, chi cade in una strada comunale dovrà rivolgersi al Comune; in una strada provinciale bisogna avere come riferimento la Provincia; in una strada statale la richiesta va spedita all’Anas o, per le autostrade, ad Autostrade per l’Italia. Chiaramente, in una strada privata l’istanza andrà presentata al proprietario: un condominio, un cittadino, gli eredi di un terreno, ecc. A tal fine, si potrà fare una ricerca sui registri immobiliari o al Catasto per individuare il titolare della strada.

Quando chiedere il risarcimento del danno?

Se anche è vero che la responsabilità del titolare della strada per la caduta sulla buca si presume sempre sussistente, perché – a norma del codice civile [1] – il proprietario è responsabile di tutti i danni causati dalla cosa che ha in custodia, le eccezioni sono così ampie da renderle quasi pari alla regola. Addirittura, in determinati Comuni caratterizzati dal dissesto delle strade urbane è ancora più difficile ottenere il risarcimento perché, a detta della giurisprudenza, laddove il suolo è in evidente stato di dissesto spetta al pedone o all’automobilista un maggior grado di prudenza. Il codice dice infatti che il titolare della strada non risponde se il danno è stato determinato da caso fortuito ossia da un evento imprevedibile e inevitabile. Ebbene, secondo la giurisprudenza, rientra in tale concetto innanzitutto la caduta determinata da distrazione dell’utente (si pensi al pedone che cammina senza guardare dove mette i piedi, perché magari è distratto dall’uso del cellulare, o all’automobilista che non ha gli occhi puntati sulla strada o che sta tenendo un’andatura elevata rispetto ai minimi consentiti). Questo significa anche che tanto è più grande la buca stradale tanto minori sono le chance per ottenere il risarcimento: la dimensione e la facile visibilità dimostrano che la caduta è stata determinata da distrazione (è più difficile notare la buca nascosta e piccola che quella in mezzo alla strada particolarmente vistosa). 

In secondo luogo rientra nel caso fortuito la buca formatasi da poco tempo, che non abbia dato all’amministrazione il tempo per rimediare. Si pensi a un traliccio appena caduto sull’asfalto, a una copiosa nevicata, a una bomba d’acqua. Ancora più chiaro è l’esempio dell’automobilista che scivola in una pozzanghera d’olio lasciata, pochi minuti prima, da un camion passato di là che ha avuto un guasto. La responsabilità dell’ente titolare del suolo scatta infatti solo laddove questi, pur avendo avuto la possibilità di intervenire, quanto meno per delimitare il tratto pericoloso e apporre la segnaletica in attesa della manutenzione, non lo abbia fatto.

Come regolarsi per stabilire quando chiedere il risarcimento

La giurisprudenza sostiene che, per ottenere il risarcimento, la buca deve avere i caratteri dell’insidia e del trabocchetto, non deve cioè essere visibile con un comportamento prudente, quello che può essere chiesto all’uomo mediamente accorto. Il che non significa necessariamente tenere gli occhi puntati sui piedi ma neanche rivolti al cielo. Di solito l’elemento caratterizzante i danni risarcibili è la non facile visibilità della buca. Non tutte le buche sono uguali. Ci sono quelle ricoperte da foglie, quelle poco visibili, quelle modeste, buie, illuminate, vicine o lontane da casa. 

In linea teorica, la presenza della buca sulla strada determina una responsabilità oggettiva dell’ente che, nella sua qualità di custode, risponde dei conseguenti danni causati all’automobilista o al pedone. Il danneggiato deve dimostrare:

  1. la presenza della buca: ciò può avvenire tramite una prova fotografica o un testimone. Ma non basta la fotografia per dimostrare la presenza dell’avvallamento; occorre che la documentazione fotografica abbia data certa, meglio quindi se rafforzata da testimoni diretti. Lo ha precisato la Cassazione, che ha negato il risarcimento a un motociclista, che aveva riportato lesioni a seguito di una asserita buca non segnalata. Per la Corte, la riproduzione fotografica da cui non emerge anche il dato temporale non può provare i fatti;
  2. la caduta: si tratta di dimostrare il fatto in sé che ha generato il danno. Poiché non ci si può fotografare mentre si cade, di solito la caduta si deduce dal danno, ma è sempre meglio munirsi di un testimone che affermi di aver visto l’utente della strada farsi male;
  3. il danno: questo può essere desunto da un certificato del pronto soccorso o del medico curante. È bene il referto del pronto soccorso precisi che la caduta è derivata da un’insidia stradale; 
  4. l’entità del danno: si tratta di una quantificazione che può fare solo il medico legale. In realtà, se anche manca la prova dell’entità del danno, il giudice lo può calcolare in via equitativa, sulla base cioè di quanto appare giusto in relazione al caso concreto, tenendo conto sia dei danni economici patiti dal cittadino (ad esempio il fatto di non aver potuto lavorare, le cure mediche sostenute, la fisioterapia, ecc.) che di quelli non patrimoniali (il dolore e la sofferenza per la caduta, l’inabilità temporanea, ecc.).
  5. il fatto che quel determinato danno è stato causato dalla presenza della buca e, quindi, dalla caduta: questo è il punto più difficile. Gli addetti ai lavori lo chiamano rapporto di causalità o anche “rapporto di causa-effetto”. È necessario escludere che il braccio rotto o la gamba ingessata, che la rottura del motore, del tubo di scarico o della ruota non siano stati determinati da altri fattori, magari pregressi alla caduta dell’auto. Immaginiamo il caso di una persona che, a casa, cade da una scala e si rompe il braccio; dopodiché, approfittando del fatto che sul marciapiede vicino al lavoro c’è una buca, presenta domanda al Comune di risarcimento per l’infortunio all’arto. Per dimostrare che il danno è stato determinato solo e unicamente dall’insidia stradale è necessaria la prova testimoniale.

Il Comune che si vuol difendere dovrà invece dimostrare il caso fortuito, ossia che l’evento è stato determinato da cause che non dipendono dalla propria sfera come:

  • la colpa del pedone o dell’automobilista. Di recente la giurisprudenza ha sposato il principio secondo cui, se la strada è nota al danneggiato perché la percorre spesso, il risarcimento non può essere accordato visto che questi era già a conoscenza dell’insidia (si pensi a una buca vicino casa);
  • l’impossibilità di appontare, in tempi celeri, la manutenzione o la messa in sicurezza della strada. L’ente non risponde però se la situazione di pericolo è stata improvvisa e non era conosciuta né conoscibile: ad esempio se la buca si è formata a causa di un evento atmosferico improvviso o per la caduta repentina di un masso. 

Alcune sentenze della giurisprudenza hanno escluso il risarcimento nel caso del pedone caduto nella buca se quest’ultima è poco profonda, di modeste dimensioni e quindi evitabile prestando una semplice attenzione nel camminare.

Viene invece risarcita la buca coperta dalle foglie o dall’acqua piovana. 

Anche l’età del danneggiato conta: da un giovane si può chiedere una manovra agile, anche dell’ultimo secondo, per sottrarsi alla caduta, cosa che invece nei confronti di un anziano non può pretendersi.  

Un ultimo e importantissimo elemento è l’illuminazione della strada. La buca in un posto buio fa scattare il risarcimento per la caduta avvenuta di notte. Il contrario avviene se la strada è ben illuminata. 

Oggi si tende a presumere che tutti i sinistri riconducibili a situazioni di pericolo intrinsecamente connesse alla struttura o alle pertinenze della strada vadano ricondotti alla responsabilità di chi è proprietario e/o gestore dell’infrastruttura, a prescindere dal fatto che la vigilanza e la custodia del bene possa risultare difficile da attuare a causa dell’estensione della tratta o struttura considerata oppure a causa della laboriosità dei controlli. La conseguenza più immediata di questa evoluzione giurisprudenziale è che mentre, in precedenza, veniva riconosciuto il diritto al risarcimento soltanto se il danneggiato fosse stato in grado di fornire la difficile prova dell’effettiva impossibilità di accorgersi dell’insidia – in quanto, appunto, occulta e non evitabile con la normale condotta di guida – oggi sussiste un’inversione dell’onere della prova a carico del soggetto proprietario dell’infrastruttura. Così quest’ultimo, a fronte della richiesta risarcitoria avanzata dal danneggiato, dovrà dimostrare di essere esente da colpa per omessa custodia, essendo l’evento dannoso imprevedibile o non tempestivamente evitabile o segnalabile.

Se è vero che esiste la presunzione di responsabilità dell’ente, non va dimenticato che anche gli utenti della strada sono tenuti a rispettare precise norme di comportamento, in particolare quelle stabilite dal Codice della strada, che vanno dall’obbligo di tenere una velocità adeguata alle caratteristiche e alle condizioni della strada e del traffico, all’obbligo di mantenere sempre le dovute distanze di sicurezza, fino al dovere di rispettare la segnaletica stradale e di non distrarsi durante la guida, ad esempio facendo uso del cellulare. 

La lettera di risarcimento

Una volta accertata la responsabilità del Comune, il danneggiato dovrà spedire la lettera con la richiesta di risarcimento allegando tutte le proprie a proprio favore (certificati medici, documentazione fotografica, ecc.) ed eventuali dichiarazioni testimoniali controfirmate e con allegata la relativa copia della carta d’identità.

Nella lettera lascerà all’Ente locale 15 giorni per procedere all’istruttoria ed, eventualmente, nominare un perito che valuti il danno.

Impossibile sperare che l’amministrazione rispetti i termini, per cui sarà bene – prima di procedere in via giudiziale – rivolgersi allo sportello relazioni con il pubblico per conoscere l’iter della propria pratica.

Al posto del tribunale è possibile rivolgersi a un organismo di mediazione che tenti di mettere d’accordo le parti. Il verbale sarà titolo esecutivo, vale cioè come una sentenza. Per rivolgersi all’ente non c’è necessità dell’assistenza dell’avvocato. 

Dal 2012 le società Autostrade per l’Italia e Telepass hanno un accordo con alcune associazioni di consumatori (Adoc, Adiconsum, Adusbef, Codacons e Federconsumatori) per risolvere in via conciliativa vari tipi di lite, tranne i risarcimenti per lesioni a persone. Per esempio, sono conciliabili i danni causati da urti con le sbarre di accesso/uscita alle piste Telepass, da buca o dissesto del manto, da caduta di oggetti da strutture autostradali e da investimento di animali o oggetti non rimossi tempestivamente, oltre a questioni su calcolo dei pedaggi o disservizi telepass. La domanda di conciliazione, gratuita, si può presentare solo dopo aver inutilmente percorso la via del reclamo ed è trattata da un conciliatore nominato dalla società e uno nominato dall’associazione assegnata o scelta dal cliente, che resta libero di accettare o rifiutare l’accordo stragiudiziale.

note

[1] Art. 2051 cod. civ.


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