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Lo sai che? Falsa residenza: come fa il Comune a scoprirlo?

Lo sai che? Pubblicato il 10 luglio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 luglio 2018

Perde le agevolazioni fiscali sull’abitazione principale chi non vive abitualmente nell’appartamento ove ha dichiarato di essere residente.

Che la nostra legge vieti le cosiddette “residenze di comodo” è un fatto ormai noto. Ne abbiamo parlato spesso in queste pagine: la residenza deve per forza coincidere con il luogo ove si dimora abitualmente, ove cioè si cena e si dorme (i più fortunati ci pranzano). La residenza è una scelta automatica che deriva dall’abitare, in pianta stabile, in un determinato luogo, al di là delle occasionali assenze (le vacanze, un viaggio o anche un trasferimento lavorativo di pochi mesi). Non puoi fissare la tua residenza dove ti pare e piace, magari solo per ottenere benefici sociali e assistenziali (ad esempio l’ammissione al gratuito patrocinio, l’esenzione dal pagamento del ticket, ecc.), fiscali (ad esempio lo sgravio Imu e Tasi) o per sfuggire alle notifiche di multe e cartelle di pagamento. Chi dichiara all’anagrafe un indirizzo diverso da quello effettivo di residenza commette reato di falso in atto pubblico. Ma come fa il Comune a scoprire la falsa residenza? Ci sono i vigili urbani, penserai probabilmente, che fanno le verifiche. Ma quand’anche ciò non avvenga esistono dei modi per stanare le bugie e magari vedersi revocati i benefici goduti proprio in forza dell’elezione di un particolare domicilio a propria residenza? La questione è stata analizzata da una recente ordinanza della Cassazione [1]. Per comprendere come stanno le cose facciamo un esempio.

Tu e tua moglie avete due case, una in città e l’altra al mare. Per poter utilizzare entrambi lo sgravio dell’imposta sulla casa (Imu e Tasi) decidete di sdoppiare le vostre residenze: l’uno dichiarerà che abita nell’appartamento in centro, l’altra invece nella residenza estiva. Senonché, succede che il Comune della località marittima, che sta già facendo i conti con le scarse entrate a causa dei villeggianti “furbetti”, decide di avviare indagini a tappeto. Si interfaccia così con la società elettrica e inizia a investigare sulle bollette della luce. Si accorge, in questo modo, che sulla vostra casa al mare non viene consumata energia da ottobre a giugno. Per l’amministrazione non ci sono dubbi: il fatto che il contatore non faccia un solo scatto non può che significare che l’appartamento è sostanzialmente disabitato. Il che mal si concilia con il fatto che lo stesso dovrebbe essere luogo di abituale residenza di tua moglie. Così, sulla base di questo solo indizio, invia un accertamento e revoca l’agevolazione fiscale sull’abitazione principale. Vieni preso di sorpresa da una decisione del genere, frutto di una semplice presunzione, e ti rivolgi al giudice. Come verrà deciso il tuo ricorso? Quale sarà il possibile esito del processo? Ecco come la pensa in merito la Cassazione.

Se i consumi dell’energia elettrica sono bassi, l’amministrazione comunale può disconoscere l’agevolazione fiscale sulla “prima casa”. La presunzione di residenza effettiva in un Comune, certificata dai dati anagrafici, può essere superata dai consumi elettrici se ritenuti modesti. 

Come abbiamo già spiegato in Certificato di residenza, che valore ha?, le attestazioni anagrafiche non hanno alcun valore di prova, né servono a ufficializzare un determinato indirizzo come luogo di residenza del contribuente. Le autorità sono ben libere di fare indagini per verificare se il proprietario dell’immobile effettivamente vive all’interno dello stesso e, in caso contrario, revocare la residenza. Nei casi più gravi possono anche cancellarlo dall’anagrafe comunale (in genere in caso di irreperibilità). Peraltro non dimentichiamo che chi dichiara la falsa residenza commette reato (leggi Falsa residenza: cosa si rischia?) in quanto, nel dare indicazioni sbagliate a un ufficio amministrativo, commette falso in atto pubblico.

Per i giudici della Cassazione, per l’immobile adibito ad abitazione principale, le risultanze anagrafiche hanno un valore presuntivo riguardo al luogo di residenza effettiva «e possono essere superate da prova contraria, desumibile da qualsiasi fonte di convincimento e suscettibile di apprezzamento riservato alla valutazione del giudice di merito». Tale prova contraria può essere ben costituita dai bassi consumi elettrici nel corso dell’ultimo triennio: una prova sufficiente – a detta dei giudici supremi – per revocare la dichiarazione di residenza effettiva nel Comune. Si tratta infatti di un elemento sintomatico di una presenza tutt’altro che abituale nell’abitazione in questione. 

Con la conseguenza che, una volta revocati i benefici sulla “prima casa”, il contribuente sarà tenuto a pagare tutte le imposte degli ultimi cinque anni (Imu e Tasi), oltre ovviamente agli interessi e alle sanzioni. Un vero salasso.

note

[1] Cass. ord. n. 14793/18 del 7.06.2018.


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