Professionisti Avviso della conclusione delle indagini

Professionisti Pubblicato il 13 luglio 2018

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Pubblico ministero: atti di indagine, archiviazione o richiesta di rinvio a giudizio

La legge 479/99 ha introdotto nel codice l’art. 415bis con il quale si fa obbligo al P.M., al termine delle indagini preliminari e prima di esercitare l’azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio (art. 416, c. 1) o con la citazione diretta (art. 550, c. 1), di notificare all’indagato ed al difensore un avviso contenente l’enunciazione del fatto per cui si procede (l’accusa con le relative norme di legge violate), della data e del luogo del reato commesso; nonché l’informazione che gli atti delle indagini sono depositati presso la segreteria del P.M. (1) (2).

Gli atti di indagine non depositati in occasione dell’avviso di conclusione delle indagini sono inutilizzabili, ma ciò non incide sulla validità della richiesta di rinvio a giudizio (3).

A seguito della notifica l’indagato ha diritto di:

  • estrarre copia degli atti;
  • chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio;
  • presentare memorie e documentazione;
  • chiedere al P.M. lo svolgimento di ulteriori indagini.

In tale ultimo caso le ulteriori investigazioni devono essere svolte entro il termine di giorni 30.

La finalità della norma è quella di garantire un’adeguata possibilità di difesa all’indagato e l’esercizio del suo diritto alla prova, ciò prima che il P.M. si determini ad esercitare l’azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio, ed eventualmente al fine di convincerlo a chiedere l’archiviazione.

L’obbligo del P.M. di notificare l’avviso della conclusione delle indagini preliminari all’indagato ed al suo difensore non ha portata generale, ma è limitato solo al caso in cui il P.M. si determini a richiedere la celebrazione dell’udienza preliminare. Infatti il primo comma dell’art. 415bis prevede l’adempimento dell’avviso «prima della scadenza del termine previsto dal comma secondo dell’art. 405 …», in tal modo richiamando solo l’evenienza che il P.M. debba richiedere il rinvio a giudizio e non le altre ipotesi di esercizio dell’azione penale (primo comma dell’art. 405).

Di ciò vi è riscontro nella disposizione dell’art. 416, ove esplicitamente viene sanzionata con la nullità la richiesta di rinvio a giudizio senza il preventivo avviso di cui all’art. 415bis; mentre invece detto adempimento con conseguente nullità in caso di omissione, non è previsto nel procedimento per decreto, nel giudizio immediato e negli altri riti speciali.

Un’estensione dell’operatività della disposizione di cui all’art. 415bis è invece prevista dall’art. 550 in tema di citazione diretta a giudizio. Il fatto che, in tal caso, il richiamo all’obbligo dell’avviso della conclusione delle indagini sia esplicito convince ancor di più che detta disposizione non abbia portata generale, altrimenti detto richiamo sarebbe stato superfluo.

Non necessita l’avviso previsto dall’art. 415bis c.p.p. nel caso in cui il P.M. abbia richiesto l’archiviazione ed il GIP, non condividendo la richiesta, abbia imposto la formulazione dell’imputazione ai sensi dell’art. 409, c. 5 (4).

L’istituto dell’avviso della chiusura delle indagini non opera nei procedimenti di competenza del Giudice di Pace (5).

L’archiviazione

  • Generalità

Al termine delle indagini, se il procedimento si esaurisce, si ha l’archiviazione; se prosegue, si ha l’incriminazione attraverso una delle forme di esercizio dell’azione penale (art. 405).

Per quanto attiene all’archiviazione, fondamento di essa è la infondatezza della notitia criminis o la concreta non esercitabilità dell’azione penale (difetto di una condizione di procedibilità, estinzione del reato, fatto non previsto dalla legge come reato, autore di esso non individuabile e cioè ignoto ed in genere inidoneità degli elementi acquisiti a sostenere l’accusa in giudizio, sicché l’azione penale, ove promossa, sarebbe inutiliter gesta: artt. 408, 411, 415 c.p.p. e 125 disp. att. c.p.p.) (6).

Il D.Lgs. 16/3/2015, n. 28, in materia di non punibilità per speciale tenuità del fatto, ha introdotto nel corpo dell’art. 411 c.p.p. un’ulteriore ipotesi di archiviazione, ossia quando il fatto commesso è di particolare tenuità ai sensi dell’art. 131bis c.p.

In tal caso il pubblico ministero deve dare avviso dell’intenzione di chiedere l’archiviazione alla persona sottoposta alle indagini e alla persona offesa, precisando che, nel termine di venti giorni, possono prendere visione degli atti e presentare opposizione, indicando, a pena di inammissibilità, le «ragioni del dissenso» rispetto alla richiesta di archiviazione. Il giudice, se l’opposizione non è inammissibile, procede ai sensi dell’articolo 409, comma 2, e, dopo avere sentito le parti, se accoglie la richiesta, provvede con ordinanza. In mancanza di opposizione, o quando questa è inammissibile, il giudice procede senza formalità e, se accoglie la richiesta di archiviazione, pronuncia decreto motivato. Nei casi in cui non accoglie la richiesta il giudice restituisce gli atti al pubblico ministero.

Dalla formulazione delle norme si evince che l’archiviazione viene chiesta non solo in presenza positiva dell’infondatezza della notitia criminis, ma anche quando l’insufficienza o contraddittorietà delle fonti di prova raccolte non consente al P.M. di prevedere di poter sostenere con esito positivo l’accusa in dibattimento. In tal caso si parla di «archiviazione probatoria», determinata cioè dalla mancanza od insufficienza delle fonti di prova d’accusa.

La diversa formulazione dell’art. 125 disp. att. c.p.p. (che indica i casi in cui il P.M. deve chiedere l’archiviazione) e dell’art. 425 c.p.p. (che disciplina la sentenza di non luogo a procedere all’esito dell’udienza preliminare) ha dato luogo a dubbi di legittimità costituzionale. La Corte ha evidenziato la diversa funzione delle due norme: mentre l’art. 125 mira, oltre ad evitare l’ingresso nella fase processuale di accuse insostenibili, anche a consentire al giudice un controllo nelle eventuali inerzie del P.M., che potrebbero vanificare l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale; l’art. 425, invece, ha una funzione esclusivamente garantistica per l’imputato, da tutelare contro accuse infondate (7).

L’archiviazione, così come l’esercizio dell’azione penale (che ne rappresenta l’aspetto contrapposto), sono assoggettati alla verifica e al vaglio del giudice, spettando al P.M. solo un potere di richiesta.

Orbene, in presenza di una richiesta di archiviazione, nell’ipotesi di decisione «de plano», il G.I.P. pronuncia decreto motivato conforme (8).

  • Contrasti sulla archiviazione

Ma la vicenda può avere uno sviluppo diverso: sia per la eventuale opposizione della persona offesa sia per la differente convinzione del G.I.P.

Se la persona offesa ha chiesto di volere essere informata circa l’eventuale archiviazione, ad essa va dato avviso della richiesta di archiviazione promanante dal P.M. (art. 408, c. 2); essa può allora formulare, entro 10 giorni (9), opposizione all’accoglimento della richiesta predetta, indicando a pena di inammissibilità investigazioni suppletive da svolgere ed indicando all’uopo i relativi elementi di prova (art. 410). L’opposizione può essere proposta anche dalla persona offesa che non ha fatto richiesta dell’avviso di archiviazione (10). In tal caso il G.I.P. o archivia egualmente il procedimento oppure, come vedremo, fissa un’udienza in camera di consiglio (11).

Per i delitti commessi con violenza alla persona e per il delitto di furto di cui all’art. 624bis c.p., l’avviso della richiesta di archiviazione è in ogni caso notificato, a cura del pubblico ministero, alla persona offesa, anche se non ne abbia fatto richiesta. In tal caso il termine per proporre opposizione è elevato a trenta giorni (12).

Nei reati plurioffensivi, che offendono sia interessi collettivi che individuali (es. delitti di falso in cui è lesa sia la pubblica fede che il privato su cui incide negativamente l’atto falso), legittimato a proporre opposizione alla richiesta di archiviazione è anche il denunciante danneggiato (Cass. Sez. Un. 18-12-2007, n. 46982).

Può, altresì, accadere che, a prescindere dalla opposizione dell’offeso dal reato, lo stesso G.I.P. ritenga allo stato degli atti di non poter accogliere la richiesta del P.M. (art. 409).

Sia nel caso dell’opposizione che in quello dell’iniziativa spontanea del G.I.P., va fissata una apposita udienza in camera di consiglio, entro tre mesi, cui sono invitati a partecipare i soggetti interessati al procedimento (P.M., investigato e persona offesa).

L’avviso di fissazione dell’udienza, benché ciò non sia esplicitamente detto nell’art. 409, spetta anche al difensore dell’indagato (13). Prima dell’udienza gli atti rimangono depositati in cancelleria, con facoltà per le parti di estrarne copia. In udienza, nel contraddittorio delle parti, il G.I.P. può pronunciarsi, in ordine alla richiesta di archiviazione, nei modi più vari:

  • può accoglierla, emettendo ordinanza, non più decreto, di archiviazione;
  • può non accoglierla «allo stato», richiedendo al P.M. di effettuare ulteriori indagini

e riservandosi di decidere al loro esito (14) (15);

  • può non accoglierla, in via definitiva, rigettando la richiesta di archiviazione e disponendo che il P.M. formuli l’imputazione (cd. imputazione coatta). L’ordine di imputazione coatta non può essere emesso nei confronti di persona non indagata e neanche nei confronti dell’indagato per reati diversi da quelli per i quali il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione (16).

È lo stesso G.I.P. ad assumersi la paternità sostanziale (ovviamente non di quella formale) dell’azione penale, lasciando al P.M. quella nominale e formale, avendo il P.M. il dovere giuridico di formulare l’imputazione (adempimento puramente tecnico e non già scelta operativa) (17). Per chiarezza, va precisato che la incriminazione rubricata dal P.M. a carico dell’imputato indicato dal G.I.P. determina l’esercizio dell’azione penale, e quindi la richiesta di decreto penale (art. 459) o la citazione diretta a giudizio (art. 550) ovvero la richiesta di celebrazione dell’udienza preliminare (art. 416), in cui il G.U.P. valuterà se disporre con decreto il rinvio a giudizio ovvero pronunciare sentenza di non luogo a procedere.

Sotto il profilo della sollecitazione all’esercizio dell’azione penale, va precisato che il G.I.P., allorché nella procedura non «de plano» fissa l’apposita udienza per valutare la accoglibilità o meno della richiesta di archiviazione, contestata dalla persona offesa o da lui stesso revocata in dubbio, ne dà comunicazione al procuratore generale, in modo che questi, ove lo ritenga, possa avocare il procedimento e formulare lui stesso quella imputazione non elevata dal sottoordinato P.M., sopperendo così all’inerzia di quest’ultimo (art. 409, c. 3 e 410, c. 3). In questa prospettazione, la diretta iniziativa del G.I.P. che impone l’imputazione, acquista natura residuale e suppletiva.

Il provvedimento che dispone l’impugnazione è impugnabile. La legge 103/2017 ha previsto un’apposita disciplina, introducendo l’art. 410 bis c.p.p. che distingue, quanto ai motivi di impugnazione, a seconda che l’archiviazione sia stata disposta con decreto, ovvero con ordinanza. In particolare:

  • Il decreto di archiviazione è nullo se:

— è emesso in mancanza della notifica, alla persona offesa che ne ha diritto, dell’avviso che il P.M. ha richiesto l’archiviazione;

— è adottato prima che spiri il termine per la persona offesa per proporre opposizione;

— essendo stata presentata opposizione, il giudice omette di pronunciarsi sulla sua ammissibilità o dichiara l’opposizione inammissibile (salvi i casi in cui ciò è consentito per inosservanza dell’articolo 410, c. 1).

  • L’ordinanza di archiviazione è nulla solo nei casi previsti dall’articolo 127, c. 5 c.p.p., cioè in caso di violazione delle regole del contraddittorio laddove esso debba essere attivato (es. opposizione della persona offesa).

Quanto alle modalità per proporre impugnazione in caso di provvedimento di archiviazione nullo, l’art. 410 bis, nei commi tre e seguenti, prevede che:

— l’interessato, entro quindici giorni dalla conoscenza del provvedimento, può proporre reclamo innanzi al tribunale in composizione monocratica, che provvede con ordinanza non impugnabile, senza intervento delle parti interessate, previo avviso, almeno dieci giorni prima, dell’udienza fissata per la decisione alle parti medesime, che possono presentare memorie non oltre il quinto giorno precedente l’udienza.

— Se il reclamo è fondato, il tribunale monocratico annulla il provvedimento e ordina la restituzione degli atti al giudice che ha emesso il provvedimento. Altrimenti conferma il provvedimento o dichiara inammissibile il reclamo, condannando la parte privata che lo ha proposto al pagamento delle spese del procedimento e, nel caso di inammissibilità, anche al pagamento di una somma in favore della cassa delle ammende nei limiti di quanto previsto dall’articolo 616, c. 1 c.p.p.

L’archiviazione disposta dal G.I.P. non ha un’efficacia preclusiva sostanziale. Infatti il P.M., se sopravvengono esigenze di nuove investigazioni, può richiedere al G.I.P. la riapertura delle indagini. Il giudice decide de plano accogliendo o rigettando la richiesta con decreto motivato (18) (19).

Nel caso in cui, dopo l’archiviazione, il P.M. svolga ulteriore attività di indagine, senza richiedere ed ottenere la riapertura, ciò determina l’inutilizzabilità degli atti di indagine e preclude la possibilità dell’esercizio dell’azione penale per lo stesso fatto di reato, oggettivamente e soggettivamente considerato, da parte del medesimo ufficio del pubblico ministero (20).

Pertanto sia per l’archiviazione, che per la sentenza di non luogo a procedere emessa eventualmente all’esito dell’udienza preliminare, non vige il principio del «ne bis in idem» (art. 649), nel senso che, sopravvenendo nuovi elementi probatori, l’indagato potrà essere nuovamente processato previa riapertura delle indagini (se vi era stata archiviazione: art. 414) o revoca della sentenza (se vi era stata sentenza di non luogo a procedere a seguito di udienza preliminare: art. 434 e ss.).

L’archiviazione, ai sensi dell’art. 415 c.p.p., potrà essere richiesta al G.I.P. anche nel caso in cui non vi sia infondatezza della notitia criminis ma siano ignoti gli autori del reato. Anche in tale ipotesi vige una normativa analoga a quella precedentemente analizzata; tale similitudine è stata accentuata dalla riforma introdotta dalla legge 479/99.

In passato, prima della riforma, in caso di richiesta del P.M. di autorizzazione a proseguire le indagini contro ignoti dopo la scadenza dei sei mesi, il G.I.P. non doveva apporre alcun termine finale, contariamente a quanto previsto in caso di proroga nei procedimenti contro indagati noti (Cass. 14-4-1993/194515). Poiché il novellato art. 415, al terzo comma, dispone che «Si osservano, in quanto applicabili, le altre disposizioni di cui al presente titolo», deve ritenersi realizzata una unificazione delle due discipline, sicché anche nell’autorizzazione a proseguire le indagini nei processi contro ignoti, si deve apporre un termine di scadenza, nel rispetto degli artt. 406 e 407 (21).

Inoltre, in passato, dopo il decreto di archiviazione contro ignoti, il P.M. poteva riaprire le indagini senza necessità di alcuna autorizzazione del giudice, come invece previsto dall’art. 414, in caso di archiviazione in procedimento con indagati noti (Cass. 9-6-1998/211085).

Dopo la riforma, in virtù del richiamo alla disciplina dell’archiviazione in procedimenti contro indagati noti, contenuta nel terzo comma, deve ritenersi che anche in caso di ignoti necessiti la richiesta del P.M. e l’autorizzazione del G.I.P. alla riapertura delle indagini.

Spiegare le norme

Articolo 405 c.p.p. Inizio dell’azione penale. Forme e termini.

  1. Il pubblico ministero, quando non deve richiedere l’archiviazione, esercita l’azione penale, formulando l’imputazione, nei casi previsti nei titoli II , III , IV , e V del libro VI ovvero con richiesta di rinvio a giudizio. 1bis. Il pubblico ministero, al termine delle indagini, formula richiesta di archiviazione quando la Corte di cassazione si è pronunciata in ordine alla insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ai sensi dell’articolo 273, e non sono stati acquisiti, successivamente, ulteriori elementi a carico della persona sottoposta alle indagini.
  2. Salvo quanto previsto dall’articolo 415bis, il pubblico ministero richiede il rinvio a giudizio entro sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale è attribuito il reato è iscritto nel registro delle notizie di reato. Il termine è di un anno se si procede per taluno dei delitti indicati nell’articolo 407 comma 2 lettera a).
  3. Se è necessaria la querela, l’istanza o la richiesta di procedimento, il termine decorre dal momento in cui queste pervengono al pubblico ministero.
  4. Se è necessaria l’autorizzazione a procedere, il decorso del termine è sospeso dal momento della richiesta a quello in cui l’autorizzazione perviene al pubblico ministero.

Al termine delle indagini preliminari, il procedimento può esaurirsi con l’archiviazione se la notitia criminis si rivela infondata o non sussistono i presupposti per l’esercizio dell’azione. L’archiviazione è assoggettata al vaglio del G.I.P., spettando al P.M. solo il potere di richiederla è il dominus delle indagini preliminari, ove esercita una funzione inquirente; promossa l’azione penale, diviene parte innanzi al giudice, pur essendo parte sui generis (ha l’obbligo, ad es., di svolgere accertamenti su fatti e circostanze favorevoli all’indagato) è il provvedimento con il quale il P.M. esercita l’azione penale, chiedendo al giudice dell’udienza preliminare che l’imputato sia rinviato a giudizio dibattimentale perché ne venga riconosciuta la colpevolezza e gli sia applicata la pena in esso il P.M. iscrive ogni notizia di reato che gli pervenga o che abbia acquisito di propria iniziativa

Definizioni

Pubblico ministero: è il dominus delle indagini preliminari, ove esercita una funzione inquirente; promossa l’azione penale, diviene parte innanzi al giudice, pur essendo parte sui generis (ha l’obbligo, ad es., di svolgere accertamenti su fatti e circostanze favorevoli all’indagato).

Archiviazione: al termine delle indagini preliminari, il procedimento può esaurirsi con l’archiviazione se la notitia criminis si rivela infondata o non sussistono i presupposti per l’esercizio dell’azione. L’archiviazione è assoggettata al vaglio del G.I.P., spettando al P.M. solo il potere di richiederla.

Richiesta di rinvio a giudizio: è il provvedimento con il quale il P.M. esercita l’azione penale, chiedendo al giudice dell’udienza preliminare che l’imputato sia rinviato a giudizio dibattimentale perché ne venga riconosciuta la colpevolezza e gli sia applicata la pena

Registro delle notizie di reato: in esso il P.M. iscrive ogni notizia di reato che gli pervenga o che abbia acquisito di propria iniziativa

note

(1) Nel caso in cui l’indagato sia alloglotta (non conosca la lingua italiana) l’avviso deve essere tradotto nella sua lingua; l’omissione determina la nullità ex artt. 178, lett. c), e 180 c.p.p., che si riverbera sulla richiesta di rinvio a giudizio. Detta nullità è sanata ai sensi dell’art. 183 c.p.p., nel caso in cui l’interessato faccia richiesta di giudizio abbreviato, dimostrando così di non avere interesse all’osservanza della disposizione violata e di

accettare gli effetti dell’atto nullo (Cass. Sez. Un. 28-11-2006, n. 39298).

(2) L’avviso di conclusione delle indagini non ha efficacia interruttiva della prescrizione del reato, non essendo presente nella tassativa elencazione di cui all’art. 160 c.p. (Cass. Sez. Un. 5-6-2007, n. 21833).

(3) Cass. IV, 31-7-2006, n. 26867.

(4) In tal senso vedi ordinanza C. Cost. 19-11-2002, n. 460.

(5) Tale esclusione è stata ritenuta costituzionalmente legittima, in quanto rispondente a criteri di ragionevolezza: C. Cost. ord. 28-6-2004, n. 201.

(6) Al fine di valutare l’estinzione del reato, in sede di archiviazione il giudice non può tener conto dell’eventuale ricorrenza delle attenuanti generiche, onde, a seguito di giudizio di comparazione, ritenere il reato estinto per prescrizione; infatti in sede di archiviazione il giudice non svolge una vera e propria indagine di «merito» sul fatto e sulla personalità dell’imputato (C. Cost., ord. n. 138 del 7-5-2004).

(7) Cfr. C. Cost. sent. 6-6-1991, n. 252.

(8) Una particolare ipotesi di archiviazione era stata introdotta dalla legge 46/2006 che, modificando l’art. 405 c.p.p., aveva introdotto il comma 1bis, ove era previsto l’obbligo per il P.M. di richiedere l’archiviazione se, avendo richiesto una misura cautelare personale, vi fosse stato un provvedimento del giudice (di accoglimento o di rigetto) e successivamente la corte di cassazione, a seguito di impugnazione, avesse stabilito la insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e non fossero stati, successivamente, acquisiti ulteriori elementi di prova a carico. Tale disposizione è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sent. n. 121/2009, pertanto anche in tale ipotesi il P.M. potrà egualmente esercitare l’azione penale.

(9) Il termine non è perentorio, pertanto il GIP è tenuto a valutare anche l’opposizione tardivamente presentata, a meno che non abbia già emanato il provvedimento di archiviazione (Cass. II, 8-5-2006, n. 15888).

(10) In tal senso Cass. Sez. Un. 7-7-2004, n. 29477.

(11) Di regola, a fronte di una richiesta di archiviazione, il G.I.P. decide de plano (senza cioè celebrare udienza in camera di consiglio); quando però vi è opposizione all’archiviazione proposta dalla persona offesa, ai sensi dell’art. 410 c.p.p., il giudice può decidere de plano solo in presenza contemporanea di due condizioni: 1) l’inammissibilità dell’opposizione; 2) l’infondatezza della notizia di reato. In difetto anche di una sola di dette condizioni, il G.I.P. deve deliberare previo esperimento della procedura camerale (C. Cost. sent. 11-4-1997, n. 95; Cass. VI, 1777/1995; Cass. Sez. Un. 15-3-1996, n. 2).

(12) Le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato che tra i delitti con «violenza alle persone» rientrano anche gli atti persecutori (art. 612bis c.p.) e i maltrattamenti (art. 572 c.p.) (Cass. Sez. Un. 29-1-2016, n. 10959).

(13) V. C. Cost. sent. 25-11-1993, n. 418.

(14) Nel caso in cui il P.M. reiteri la richiesta di archiviazione, a seguito dello svolgimento delle indagini suppletive indicate dal G.I.P., il giudice può provvedere «de plano» sulla nuova richiesta di archiviazione qualora la persona offesa non abbia presentato una nuova opposizione ovvero quest’ultima sia inammissibile (Cass. Sez. Un. 22-6-2010, n. 23909).

(15) Nel caso di mancato accoglimento della richiesta di archiviazione, il GIP può anche eventualmente ordinare al P.M. di iscrivere nel registro degli indagati altri soggetti non indagati, in ordine ai quali l’accusa non aveva formulato alcuna richiesta, disponendo altresì ulteriori indagini (Cass. Sez. Un. 17-6-2005, n. 22909).

(16) Cass. Sez. Un. sent. n. 4319/2014.

(17) In tal caso, il G.I.P. che ha ordinato la formulazione dell’imputazione non potrà, per incompatibilità (art. 34), partecipare ad un eventuale successivo giudizio abbreviato: v. C. Cost. sent. n. 401 del 12-11-1991; né, inoltre, potrà partecipare al dibattimento: v. C. Cost. sent. 30-12-1991, n. 502.

(18) Il decreto del GIP costituisce condizione di procedibilità per le ulteriori indagini (Cass. IV, 9-5-1997, n. 4195).

Inoltre, sopraggiunte nuove fonti di prova, il P.M. non può chiedere l’applicazione di una misura cautelare, né il GIP può disporla, prima che sia stato emesso il decreto di riapertura delle indagini preliminari: Cass. Sez. Un. 1-6-2000, n. 9.

(19) Il provvedimento di archiviazione deve essere notificato all’indagato, se questo nel corso delle indagini era stato sottoposto a custodia cautelare (art. 409, c. 1). La disposizione mira a consentire all’indagato di richiedere la riparazione per l’ingiusta detenzione (art. 315, c. 1).

(20) Cass. Sez. Un. 20-9-2010, n. 33885.

(21) L’operatività del termine massimo della durata delle indagini, anche nei procedimenti contro ignoti, è stata di recente sancita dalle Sezioni Unite della Cassazione, con sent. 12-4-2006, n. 13040.


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