L’esperto | Editoriale

L’usura sopravvenuta

14 luglio 2018 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 14 luglio 2018



Tizio cita in giudizio la banca Alfa chiedendo la ripetizione degli importi pagati in violazione della L. 108/1996, in virtù di un contratto di mutuo fondiario stipulato nel 1990 per l’importo di 14 miliardi di lire con ammortamento in 10 anni e tasso d’interesse 7,75 semestrale, precisando che la banca non aveva consentito la rinegoziazione del mutuo dopo l’entrata in vigore della normativa antiusura. Il tribunale respinge la domanda poiché il contratto posto in essere deve qualificarsi di mutuo fondiario agevolato e tale tipologia contrattuale è assoggettata a una normativa speciale che prevale sul regime generale di cui all’art. 1815 c.c. Il candidato, assunte le vesti del legale di Tizio, rediga parere motivato in vista di un eventuale appello.

L’indagine da svolgere riguarda l’applicabilità della normativa antiusura al contratto dedotto in giudizio, qualificabile come mutuo fondiario, regolato ratione temporis dal d.P.R. 7/1976.

Il regime derogatorio della disciplina legale imperativa relativa all’ambito di esplicazione dell’autonomia negoziale in ordine all’applicazione degli interessi passivi, moratori o compensativi, è limitato alla non vigenza per contratti di mutuo fondiario del divieto di anatocismo.

L’indice normativo dal quale si trae tale conclusione è dettato dall’art. 14 d.P.R. cit., il quale prevede che il pagamento delle rate di ammortamento dei prestiti non può essere ritardato da alcuna opposizione. Le somme dovute a tale titolo producono, di pieno diritto, interesse dal giorno della scadenza. La misura degli interessi di mora da corrispondersi dai mutuatari agli enti sulle somme dovute e non pagate, stabilita dall’art. 2, co. 1, L. 397/1974, può essere modificata con decreto del Ministro per il tesoro, sentito il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio.

Tale deroga, peraltro, non è più vigente così come evidenziato da Cass. 11400/2014.

Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 385/1993 (Testo unico bancario), secondo il quale qualsiasi ente bancario può esercitare operazioni di credito fondiario la cui provvista non è più fornita attraverso il sistema delle cartelle fondiarie, la struttura di tale forma di finanziamento ha perso quelle peculiarità nelle quali risiedevano le ragioni della sottrazione al divieto di anatocismo di cui all’art. 1283 c.c., rinvenibili nel carattere pubblicistico dell’attività svolta dai soggetti finanziatori (essenzialmente istituti di diritto pubblico) e nella stretta connessione tra operazioni di impiego e operazioni di provvista, atteso che gli interessi corrisposti dai terzi mutuatari non costituivano il godimento di un capitale fornito dalla banca, ma il mezzo per consentire alla stessa di far fronte all’eguale importo di interessi passivi dovuto ai portatori delle cartelle fondiarie (i quali, acquistandole, andavano a costituire la provvista per l’erogazione dei mutui).

Ne consegue che l’avvenuta trasformazione del credito fondiario in un contratto di finanziamento a medio e lungo termine garantito da ipoteca di primo grado su immobili, comporta l’applicazione delle limitazioni di cui al citato art. 1283 c.c., e che il mancato pagamento di una rata di mutuo non determina più l’obbligo (prima normativamente previsto) di corrispondere gli interessi di mora sull’intera rata, inclusa la parte rappresentata dagli interessi corrispettivi, dovendosi altresì escludere la vigenza di un uso normativo contrario». La applicazione ratione temporis del citato art. 4, non autorizza, tuttavia, a ritenere, in mancanza di qualsivoglia indicatore normativo proveniente dalla disciplina di settore e dal sistema legislativo di tutela penale e civile dall’usura, che, limitatamente ai contratti di mutuo fondiario, si possa eludere il divieto di applicazione di tassi usurari in ordine agli interessi corrispettivi dovuti in virtù dell’accensione di un mutuo.

La natura del divieto, la sua inderogabilità assoluta, la sanzione penale che ne accompagna la violazione ex art. 644 c.p., così come novellato dalla L. 108/1996 e la correlata sanzione civile della non debenza di alcun interesse in caso di superamento del tasso soglia ex art. 1815, co. 2, c.c., così come novellato dalla L. 108 cit., inducono a ritenere che il sistema antiusura abbia un’applicabilità generale (con riferimento alle tipologie contrattuali previste dall’art. 2 L. 108/1996) e non possa desumersene alcuna deroga in via interpretativa essendo necessaria un’espressa indicazione legislativa contraria.

Stabilita l’applicabilità, in astratto, anche ai contratti di mutuo fondiario del sistema normativo antiusura contenuto nella citata L. 108 cit., occorre verificarne l’applicabilità al contratto in oggetto, in quanto sorto anteriormente all’entrata in vigore della L. 108.

Sull’efficacia della normativa antiusura sui contratti sorti anteriormente all’entrata in vigore della L. 108/1996, ma che hanno avuto vigenza anche successivamente ad essa, è intervenuta la legge di interpretazione autentica introdotta dall’art. 1 D.L. 394/2000, convertito nella L. 24/2001, stabilendo che ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, co. 2, c.c. si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

La norma è stata dichiarata costituzionalmente legittima dalla sentenza della Corte costituzionale n. 29/2002, nella quale si afferma che la norma denunciata trova giustificazione, sotto il profilo della ragionevolezza, nell’esistenza di tale obiettivo dubbio ermeneutico sul significato delle espressioni «si fa dare interessi usurari» e «facendo dare un compenso usurario» di cui all’art. 644 c.p., in rapporto al tenore dell’art. 1815 c.c., comma 2 («se sono convenuti interessi usurari») e agli effetti correlativi sul rapporto di mutuo.

L’art. 1, co. 1, D.L. 394/2000, nel precisare che le sanzioni penali e civili di cui agli artt. 644 c.p. e 1815, co. 2, c.c. trovano applicazione con riguardo alle sole ipotesi di pattuizioni originariamente usurarie, impone tra le tante astrattamente possibili un’interpretazione chiara e lineare delle suddette norme codicistiche, come modificate dalla L. 108/1996, che non è soltanto pienamente compatibile con il tenore e la ratio della suddetta legge ma è altresì del tutto coerente con il generale principio di ragionevolezza.

La fattispecie sottoposta al vaglio della Corte costituzionale è identica a quella in esame.

Deve, tuttavia, rilevarsi che anche dopo l’intervento legislativo d’interpretazione autentica e l’avallo della Corte costituzionale, gli orientamenti giurisprudenziali manifestano un netto contrasto.

Una delle opzioni interpretative esclude che, all’esito dell’interpretazione autentica intervenuta del D.L. 394/2000, il superamento del tasso- soglia degli interessi corrispettivi originariamente convenuti in modo legittimo (senza oltrepassare il limite dell’usurarietà) in corso di esecuzione del rapporto possa determinarne, ex artt. 1339 e 1418 c.c., la riconduzione entro il predetto tasso-soglia stabilito dalla legge così come integrata dai D.M. periodicamente emanati al riguardo.

Viene valorizzato, da quest’orientamento, il dato testuale dell’art. 1 D.L. 394/2000 e, in particolare, la locuzione «indipendentemente dal loro pagamento».

La legittimità iniziale del tasso convenzionalmente pattuito spiega la sua efficacia per tutta la durata del contratto nonostante l’eventuale sopravvenuta disposizione imperativa che per una frazione o per tutta la durata del contratto successiva al suo sorgere ne rilevi la natura usuraria a partire da quel momento in poi.

Questo orientamento, formatosi su fattispecie consistenti in contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della L. 108 cit., ha trovato recente conferma in Cass. 801/2016, secondo la quale i criteri fissati dalla L. 108/1996, per la determinazione del carattere usurario degli interessi, non si applicano alle pattuizioni di questi ultimi anteriori all’entrata in vigore di quella legge, siano esse contenute in mutui a tasso fisso variabile, come emerge dalla norma di interpretazione autentica contenuta nell’art. 1, co. 1, D.L. 394/2000, che non reca una tale distinzione.

In precedenza il medesimo principio è stato enunciato da Cass. 6514/2007 e 22204/2013.

Si ritiene di non citare le numerose sentenze massimate che affermano i medesimi principi ma riguardano rapporti del tutto esauriti e non ancora in corso al momento della vigenza della L. 108 (a titolo esemplificativo si citano Cass. 4380/2003, 6514/2007 e 26499/2009).

Parallelamente all’orientamento illustrato se ne è sviluppato uno speculare di recente confermato da Cass. 17150/2016, in forza della quale le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte con la L. 108/1996), pur non essendo retroattive, comportano l’inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti conclusi prima della loro entrata in vigore sulla base del semplice rilievo, operabile anche d’ufficio dal giudice, che il rapporto giuridico, a tale momento, non si era ancora esaurito.

Questa pronuncia, unitamente a molte altre relative a fattispecie identiche non contiene nello sviluppo motivazionale, il riferimento espresso alla citata norma d’interpretazione autentica (art. 1 D.L. 394/2002) e al successivo avallo della Corte costituzionale.

Nella pronuncia 2140/2006 si fa, invece, espresso riferimento, a differenza che nelle altre, all’intervenuta legge d’interpretazione autentica della L. 108, artt. 1 e 4, e alla sentenza della Corte costituzionale n. 29/2002.

Ugualmente il richiamo si ritrova nella sentenza n. 11638/2016.

In conclusione, gli esiti di un eventuale appello varieranno a seconda della tesi alla quale i giudici riterranno di aderire.

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