Professionisti La donazione indiretta

Professionisti Pubblicato il 14 luglio 2018

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Tizia agisce in giudizio nei confronti di Caia chiedendo che le venga restituito 1/3 del valore dei titoli, ammontanti alla somma di euro 240.000, posseduti da Caio, padre di Tizia. In particolare, fa presente che Caia, undici giorni prima del decesso di Caio, nella qualità di delegata di quest’ultimo, aveva dato ordine alla banca di trasferire sul proprio conto corrente i titoli suddetti. L’atto di trasferimento dei titoli sul conto corrente di Caia è privo della forma solenne prevista per la donazione. Caia non nega il trasferimento a suo favore, affermando essersi trattato di una donazione indiretta di tipo remuneratoria (la donna, legata affettivamente al de cuius, se ne era presa attiva cura durante tutto il corso della malattia che lo aveva portato a morte e aveva affrontato le spese funerarie) che non richiedeva, pertanto, la forma vincolata prevista per la donazione diretta. Il tribunale accoglie la domanda di Tizia, ritenendo che si tratti di donazione diretta nulla per difetto di forma. Il candidato, assunte le vesti del legale di Caia, rediga parere motivato in vista di un eventuale atto di appello.

L’art. 809 c.c., costituente norma di chiusura stabilisce, al suo primo comma che le liberalità, anche se risultano da atti diversi da quelli previsti dall’art. 769, sono soggette a revocazione e a riduzione.

Non si nutrono dubbi sull’inapplicabilità della forma solenne, prevista dall’art. 782 c.c., a tali liberalità, che, comunemente vengono dette donazioni indirette.

Gli studiosi si sono sforzati di porre in evidenza, attraverso le varie definizioni coniate, la struttura e il meccanismo di funzionamento, mettendo in luce l’utilizzo di un altro strumento negoziale avente scopo tipico diverso dalla c. d. causa donandi e, tuttavia, in grado di produrre, insieme con l’effetto diretto che gli è proprio, l’effetto mediato di un arricchimento senza corrispettivo, voluto per spirito di liberalità da una parte (beneficiante) a favore dell’altra (che ne beneficia).

Si è anche notato che le parti ricorrono a un determinato negozio giuridico ma lo scopo pratico che esse si propongono non è affatto quello normalmente attuato mediante il negozio da esse adottato ma uno scopo diverso, talora analogo a quello di un altro negozio, più spesso mancante di una propria forma tipica nell’ordinamento.

Ancora, si è affermato che può trattarsi di qualsiasi vantaggio patrimoniale, pecuniariamente apprezzabile, non causato da un contratto di donazione ma prodotto dall’attuazione di un atto materiale o di un negozio giuridico unilaterale o bilaterale, che pur avendo in ogni caso un proprio scopo tipico diverso dalla donazione diretta, raggiunga un identico risultato per lo spirito di liberalità che lo ha determinato e per le conseguenze cui dà luogo.

Una parte della dottrina ha anche precisato che può trattarsi di qualsiasi liberalità non direttamente voluta e attuata attraverso il mezzo appositamente apprestato dall’ordinamento, caratterizzato da uno scopo tipico diverso dalla liberalità, per cui quest’ultima costituisce una conseguenza secondaria e ulteriore dell’atto compiuto.

A ben vedere, già da questi sforzi definitori di sintesi è possibile scorgere quale sia il punto che, nonostante la penetrante esplorazione di dottrina e giurisprudenza, resta controverso e controvertibile: quale sia lo strumento utilizzabile e il meccanismo di funzionamento.

Nel rispetto dei limiti della presente disamina, abbandonate alcune ipotesi oramai scarsamente seguite (negozio atipico, unico negozio con clausola speciale), si ritiene in dottrina e in giurisprudenza (Cass. 21449/2015) che il fenomeno vada spiegato come la risultante della combinazione di due negozi (il negozio-mezzo e il negozio-fine, accessorio e integrativo). La donazione indiretta, cioè, si caratterizzerebbe per il fine perseguito e non per lo strumento negoziale adottato a tale scopo, che può essere costituito da qualunque negozio o da più negozi collegati.

Cass. 5333/2004 ha rinvenuto siffatta figura nel collegamento tra contratto preliminare e definitivo di vendita in cui il primo stipulato da un genitore — che ebbe a corrispondere il prezzo — e il secondo dal figlio, che procedette all’acquisto in nome proprio.

Invece, Cass. 26983/2008 ha ritenuto sussistente l’istituto nella contestazione di un libretto al portatore, in cui erano state depositate le sostanze originariamente appartenenti soltanto ad uno dei cointestatari.

Dunque la mancanza di rapporto diretto tra donante e donatario non assumerebbe alcun rilievo preclusivo, come pure non è rilevante che il mezzo attributivo della liberalità sia un negozio astratto; perciò la dottrina ha da tempo sostenuto che anche le modificazioni soggettive dal lato passivo delle obbligazioni concorrono a costituire uno dei presupposti (l’altro è l’animus donandi) della figura in esame: ad esempio, nella delegazione non c’e’ un rapporto di provvista e, tuttavia, il delegato esegue l’ordine del delegante adempiendo la sua obbligazione verso il delegatario; ovvero, quando tra l’espromesso e l’espromittente non vi sia alcuna obbligazione e tuttavia l’espromittente adempia la prestazione dell’espromesso all’espromissario rinunciando all’azione di regresso.

Il quadro, già di per sé non nitido in vitro, risulta non univoco attraverso il vaglio della casistica giurisprudenziale.

Si è sostenuta la sufficienza di un solo negozio, purché capace di procurare l’effetto indiretto della liberalità (Cass. 11327/1997).

Si è affermata la donazione indiretta nel caso di dazione di una somma di denaro, accertato lo specifico fine di permettere al beneficiario con la detta di procurarsi l’acquisto di un bene (Cass. 18541/2014), anche se non sono mancate sentenze di contrario avviso (Cass. 4711/1978), le quali hanno ritenuto che la consegna gratuita del denaro costituisce donazione diretta.

In presenza di un negotium mixtum cum donatione (negozio oneroso con previsione di un corrispettivo a prezzo vile) non si è dubitato della ricorrenza della donazione indiretta (Cass. 1955/2007).

Ad analoga conclusione si è giunti nel contratto a favore di terzo (Cass. 2727/1968), anche in un caso abbastanza peculiare nel quale risultava essere stata commissionata un’opera a favore del beneficiario (Cass. 1561/1949).

Molte altre risultano le escogitazioni censite in sede di legittimità: il contratto preliminare stipulato dal beneficiante con denaro proprio, che fa intervenire nell’atto definitivo il beneficiato, al quale fornisce il denaro per pagare il saldo (Cass. 6581/1984); la cointestazione di buoni fruttiferi postali (Cass. 10991/2013); il mandato ad amministrare con obbligo di versare la rendita al beneficiario (Cass. 1987/1969); la contestazione di deposito bancario (Cass. 468/2010).

A fianco, poi, di affermazioni, in generale, del meccanismo di funzionamento della donazione indiretta (Cass. 10991/2013) se ne annovera qualche altra che pone la distinzione tra una donazione indiretta e diretta nel mezzo utilizzato (Cass. 1465/1969).

Per contro, in talune occasioni la Cassazione ha escluso ricorrere l’ipotesi della donazione indiretta per l’assenza di autonomia dell’effetto della gratuità (Cass. 7507/2006, la quale ha così concluso per l’accollo interno, stante che la liberalità qui non sarebbe un effetto indiretto, ma la causa propria dell’accollo stesso).

Analogamente, si è affermata l’assenza di un contratto commutativo, che conservi la propria autonomia sostanziale, in quanto attui un effettivo scambio di beni o diritti, sia pure di valore non equivalente e implicante un’attribuzione patrimoniale in favore di una delle parti e, di conseguenza, resti assoggettato alla disciplina giuridica che gli è propria anche per la parte rivolta all’indiretta realizzazione di detta liberalità (si trattava di un corrispettivo pattuito per il diritto di costruire in aderenza, spettante, ricorrendone i presupposti, in via automatica ex art. 877 c.c.) (Cass. 526/1979).

Infine, la donazione indiretta, concepita come mezzo per conseguire, attraverso l’utilizzazione di un negozio con causa tipica, un risultato pratico da questa divergente, non è stata ritenuta configurabile rispetto ai titoli di credito, per loro natura astratti, suscettibili di realizzare in modo diretto qualsiasi scopo voluto dalle parti (Cass. 527/1973).

Non sono mancate pronunce dissonanti rispetto alla tesi che teorizza la necessaria combinazione di almeno due negozi, che hanno ritenuto confacente la rinuncia abdicativa che accresca la posizione del beneficiato (Cass. 3819/2015).

In una pronuncia (Cass. 4623/2001) si è chiarito in motivazione che il fine liberale può essere raggiunto con qualunque negozio o atto non negoziale.

In definitiva, se è chiaro il meccanismo di funzionamento, non lo è altrettanto la strada percorribile (necessità di almeno due negozi, di almeno uno o anche di un solo atto materiale).

La dottrina non offre soluzioni univoche o, comunque, tali da resistere alle avverse osservazioni.

È ammessa, abbastanza uniformemente, la ricorrenza dell’ipotesi in esame per la rinuncia, il contratto a favore del terzo, l’adempimento del terzo (che, a differenza dell’adempimento del debitore, ha natura negoziale, perché è un atto giuridicamente libero, caratterizzato dall’animus solvendi debiti alieni), la donazione mista, la delegazione, l’espromissione, l’accollo, il trust e le cointestazioni bancarie o postali.

La si è esclusa, invece, per i titoli di credito, per il comodato e la garanzia per debiti altrui.

Assume rilievo, in relazione al tema processuale, la mancanza di unanimità anche riguardo agli atti non negoziali.

Esclusi fermamente da taluno, vengono ammessi da altri, i quali, fanno riferimento ai casi, peraltro largamente di scuola, della semina, della piantagione, della costruzione su fondo altrui, della confessione giudiziale di un debito inesistente, della soccombenza volontaria in giudizio e della rinuncia a far valere decadenze o prescrizioni, con animo ovviamente liberale, teorizzando che la donazione indiretta non costituisce una categoria giuridica ma economica.

Né si sono reputate decisive le osservazioni di segno contrario, secondo le quali l’effetto giuridico dell’arricchimento non deriva, in siffatti casi, dal fatto materiale, ma da un atto negoziale successivo e ‘se non v’è accordo, se non v’è negozio, vi è soltanto un atteggiamento di inerzia del soggetto, del titolare del diritto a cui si possono collegare gli effetti ma non le conseguenze.

Si è, infatti, contrapposto che la liberalità non discende dalla rinuncia postuma a richiedere il compenso previsto dalla legge ma dal fatto finalizzato all’altrui gratuito vantaggio.

Occorre, a questo punto, tirare le fila del discorso.

Nel caso in esame appare difficilmente inquadrabile in un autonomo atto negoziale la delega data da Tizio alla propria banca, trattandosi, semmai, di un ordine che si colloca nella fase di esecuzione del contratto bancario di riferimento, cioè di un atto mero, che non si distinguerebbe dal disporre un qualsiasi pagamento per via materiale.

Ipotesi, questa, dissimile, come appare evidente, dalla contestazione ab origine del conto, che comporta, appunto, l’intermediazione del negozio attraverso il quale si intende perseguire lo scopo di liberalità.

Negozio che viene posto in essere ab origine al fine di perseguire lo scopo di liberalità, mentre nel caso che ci occupa il contratto bancario qui in vigore era stato, a suo tempo, stipulato da Tizio al fine esclusivo di soddisfare la causa sua propria.

La questione avrebbe opposta soluzione ove si ritenesse, come pure è plausibile, che l’art. 809 c.c. abbia inteso evocare qualunque mezzo utile allo scopo, sia esso fatto, atto giuridico in senso stretto o negozio giuridico.

La questione si carica, poi, di particolare rilievo ove si consideri che le operazioni in discorso assumono assai di sovente funzione trans o post mortem e, quindi, il significato di regolamento ultimo, non più emendabile.

Per contro, non può obliterarsi l’esigenza — sottesa alla prescrizione della forma solenne imposta dal legislatore in materia di donazione diretta — di circondare con particolari cautele la determinazione con la quale un soggetto decide di spogliarsi, senza corrispettivo, di uno, più o di tutti i suoi beni.


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