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Usura e banca: gli interessi moratori del mutuo fondiario

13 luglio 2018 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 13 luglio 2018



Applicazione della normativa antiusura al contratto di mutuo fondiario. La sentenza della Cassazione n. 2484/2017.

La soc. Alfa s.p.a. ha convenuto in giudizio la Banca Beta chiedendo la ripetizione degli importi pagati in violazione della L. 108/1996, in virtù di un contratto di mutuo fondiario stipulato nel 1990 dell’importo di 14 miliardi di lire con ammortamento in 10 anni e tasso d’interesse 7,75 semestrale, precisando che la banca non aveva consentito la rinegoziazione del mutuo dopo l’entrata in vigore della normativa antiusura. Il tribunale respinge la domanda affermando che, poiché il contratto deve qualificarsi di mutuo fondiario agevolato, è assoggettato a normativa speciale che prevale sul regime generale di cui all’art. 1815 c.c. Ne consegue la legittimità dei tassi d’interesse applicati. Il candidato, assunte le vesti del legale della soc. Alfa s.p.a., premessi riferimenti all’applicabilità o meno della disciplina antiusura agli interessi moratori, rediga parere motivato in vista di un eventuale atto di appello.

La tesi dell’estraneità della normativa antiusura alla materia degli interessi moratori può essere supportata da argomenti letterali e sistematici, poiché la figura tipica dell’usura è quella disegnata dall’art. 644 c.p., il cui esplicito riferimento a ciò che viene dato o promesso «in corrispettivo di una prestazione di denaro o altra utilità» sembra circoscrivere il fenomeno usurario alla pattuizione di interessi corrispettivi; una conferma di ciò può essere ricavata anche dall’art. 19, par. 2, della direttiva 2008/48/Ce relativa ai contratti di credito ai consumatori, il quale espressamente esclude dal calcolo del Taeg eventuali penali per inadempimento.

Non è peregrina, quindi, la soluzione, seguita da una parte della giurisprudenza di merito, che ritiene di meglio armonizzare i principi dell’ordinamento e la necessità di effettuare uno scrutinio anche sull’ammontare degli interessi moratori non già utilizzando la normativa sull’usura ma riconducendo la previsione contrattuale di interessi moratori nell’alveo delle clausole penali, con conseguente applicazione, laddove ne ricorrano gli estremi, del potere equitativo di riduzione attribuito al giudice dall’art. 1384 c.c.

Un’altra tesi ritiene, al contrario, configurabile l’usura anche con riferimento agli interessi moratori.

Sul punto pare infatti decisivo il riferimento operato dall’art. 1 D.L. 394/2000 agli interessi «convenuti a qualunque titolo», ciò che consente di considerare ricompresi nell’ambito della normativa antiusura anche gli interessi moratori.

È questa, d’altro canto, la posizione della giurisprudenza di legittimità, che sin da Cass. 5286/2000 ha statuito che «non v’è ragione per escluderne l’applicabilità anche nelle ipotesi di assunzione dell’obbligazione di corrispondere interessi moratori», atteso che «il ritardo colpevole non giustifica di per sé il permanere della validità di un’obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge» (Cass. 350/2013).

La tesi, consolidata nella giurisprudenza di legittimità, è poi stata avallata anche dalla Corte costituzionale, che con la pronuncia 29/2002 ha ritenuto «plausibile» l’assunto «secondo cui il tasso soglia riguardasse anche gli interessi moratori».

Pertanto, il tasso-soglia al di là del quale gli interessi sono considerati usurari riguarda non solo gli interessi corrispettivi ma anche quelli moratori (v., da ultimo, Trib. Reggio Emilia 24-2-2015).

Detto quindi che lo scrutinio sulla non usurarietà va effettuato sia sugli interessi corrispettivi sia sugli interessi moratori, va poi chiarito che la verifica dell’eventuale superamento del tasso-soglia deve essere autonomamente eseguita con riferimento a ciascuna delle due categorie di interessi, senza sommarli tra loro, come è stato invece isolatamente sostenuto in qualche pronuncia di merito.

Infatti, il riferimento operato da Cass. 350/2013 alla «determinazione del tasso soglia comprensivo della maggiorazione per la mora» intende semplicemente indicare la necessità di accertare il rispetto del tasso soglia anche in relazione agli interessi moratori, in quel caso determinati convenzionalmente nella misura di una maggiorazione del 3% degli interessi corrispettivi.

In sostanza, è necessario che siano non usurari sia il tasso corrispettivo sia il tasso moratorio concretamente applicati; è irrilevante, ai fini dello scrutinio sull’usura, la sommatoria del tasso corrispettivo e del tasso usurario, poiché detti tassi sono dovuti in via alternativa tra loro e la sommatoria rappresenta un «non tasso» o un «tasso creativo», in quanto percentuale relativa a interessi mai applicati e non concretamente applicabili al mutuatario.

Ciò premesso in termini generali, l’art. 14 d.P.R. 7/1976, vigente ratione temporis (abrogato dall’art. 27 L. 175/1991), prevede che il pagamento delle rate di ammortamento dei prestiti non può essere ritardato da alcuna opposizione.

Le somme dovute a tale titolo producono, di pieno diritto, interessi dal giorno della scadenza. La misura degli interessi di mora da corrispondersi dai mutuatari agli enti sulle somme dovute e non, può essere modificata con decreto del Ministro per il tesoro.

Tale deroga, peraltro, non è più vigente, come evidenziato da Cass. 11400/2014, secondo la quale, con l’entrata in vigore del D.Lgs. 385/1993, secondo il quale qualsiasi ente bancario può esercitare operazioni di credito fondiario la cui provvista non è più fornita attraverso il sistema delle cartelle fondiarie, la struttura di tale forma di finanziamento ha perso quelle peculiarità nelle quali risiedevano le ragioni della sottrazione al divieto di anatocismo di cui all’art. 1283 c.c., rinvenibili nel carattere pubblicistico dell’attività svolta dai soggetti finanziatori (essenzialmente istituti di diritto pubblico) e nella stretta connessione tra operazioni di impiego e operazioni di provvista, atteso che gli interessi corrisposti dai terzi mutuatari non costituivano il godimento di un capitale fornito dalla banca ma il mezzo per consentire alla stessa di far fronte all’eguale importo di interessi passivi dovuto ai portatori delle cartelle fondiarie (i quali, acquistandole, andavano a costituire la provvista per l’erogazione dei mutui).

Ne consegue che l’avvenuta trasformazione del credito fondiario in un contratto di finanziamento a medio e lungo termine garantito da ipoteca di primo grado su immobili comporta l’applicazione delle limitazioni di cui al citato art. 1283 c.c., e il mancato pagamento di una rata di mutuo non determina più l’obbligo (prima normativamente previsto) di corrispondere gli interessi di mora sull’intera rata, inclusa la parte rappresentata dagli interessi corrispettivi, dovendosi altresì escludere la vigenza di un uso normativo contrario.

L’applicazione ratione temporis del citato art. 4 non autorizza, tuttavia, a ritenere, in mancanza di un indicatore normativo proveniente dalla disciplina di settore e dal sistema legislativo di tutela penale e civile dall’usura, che, limitatamente ai contratti di mutuo fondiario, si possa eludere il divieto di applicazione di tassi usurari in ordine agli interessi corrispettivi dovuti in virtù dell’accensione di un mutuo.

La natura del divieto, la sua inderogabilità assoluta, la sanzione penale che ne accompagna la violazione ex art. 644 c.p., così come novellato dalla L. 108/1996 e la correlata sanzione civile della non debenza di alcun interesse in caso di superamento del tasso soglia ex art. 1815, co. 2, c.c., inducono univocamente a ritenere che il sistema antiusura abbia un’applicabilità generale (con riferimento alle tipologie contrattuali previste dall’art. 2 L. 108/1996) e non possa desumersene alcuna deroga in via interpretativa, essendo necessaria un’espressa indicazione legislativa contraria.

Stabilita l’applicabilità, in astratto e in via generale, anche ai contratti di mutuo fondiario del sistema normativo antiusura contenuto nella citata L. 108, occorre verificarne l’applicabilità al contratto.

Sull’efficacia della normativa antiusura sui contratti sorti anteriormente all’entrata in vigore della L. 108/1996 ma che hanno avuto vigenza anche successivamente ad essa è intervenuta la legge d’interpretazione d’autentica introdotta dall’art. 1 D.L. 394/2000, convertito nella L. 24/2001, stabilendo che, ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, co. 2, c.c., si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

La norma è stata dichiarata costituzionalmente legittima da Corte cost. 29/2002, nella quale si afferma che la norma denunciata trova giustificazione, sotto il profilo della ragionevolezza, nell’esistenza di tale obiettivo dubbio ermeneutico sul significato delle espressioni «si fa dare interessi usurari» e «facendo dare un compenso usurario» di cui all’art. 644 c.p., in rapporto al tenore dell’art. 1815 c.c., comma 2, («se sono convenuti interessi usurari») e agli effetti correlativi sul rapporto di mutuo.

L’art. 1, co. 1, D.L. 394/2000, nel precisare che le sanzioni penali e civili di cui all’art. 644 c.p., e art. 1815, co. 2, c.c. trovano applicazione con riguardo alle sole ipotesi di pattuizioni originariamente usurarie, impone tra le tante astrattamente possibili un’interpretazione chiara e lineare delle suddette norme codicistiche, come modificate dalla L. 108/1996, che non è soltanto pienamente compatibile con il tenore e la ratio della suddetta legge ma è altresì del tutto coerente con il generale principio di ragionevolezza.

La fattispecie sottoposta al vaglio della Corte costituzionale è identica a quella oggetto del presente parere.

Deve, tuttavia, rilevarsi che anche dopo l’intervento legislativo di interpretazione autentica e l’avallo della Corte costituzionale, gli orientamenti giurisprudenziali manifestano un netto contrasto.

Una delle opzioni interpretative esclude che, all’esito dell’interpretazione autentica intervenuta ex art. 1 D.L. 394/2000, convertito nella L. 241/2001, il superamento del tasso-soglia degli interessi corrispettivi originariamente convenuti in modo legittimo (senza oltrepassare il limite dell’usurarietà), in corso di esecuzione del rapporto possa determinarne ex artt. 1339 e 1418 c.c., la riconduzione entro il predetto tasso soglia stabilito dalla legge così come integrata dai decreti ministeriali periodicamente emanati al riguardo.

Viene valorizzato, da quest’orientamento, il dato testuale dell’art. 1 D.L. 394/2000 e, in particolare, la locuzione «indipendentemente dal loro pagamento».

La legittimità iniziale del tasso convenzionalmente pattuito spiega la sua efficacia per tutta la durata del contratto nonostante l’eventuale sopravvenuta disposizione imperativa che per una frazione o per tutta la durata del contratto successiva al suo sorgere ne rilevi la natura usuraria a partire da quel momento in poi.

Questo orientamento, formatosi su fattispecie consistenti in contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della L. 108/1996, ha trovato recente conferma in Cass. 801/2016, secondo la quale i criteri fissati dalla L. 108/1996 per la determinazione del carattere usurario degli interessi non si applicano alle pattuizioni di questi ultimi anteriori all’entrata in vigore di quella legge, siano esse contenute in mutui a tasso fisso o variabile, come emerge dalla norma di interpretazione autentica contenuta nell’art. 1, co. 1, D.L. 394/2000, che non reca una tale distinzione. Che il problema del superamento del tasso-soglia in corso di rapporto si sia posto, storicamente, per i tassi determinati convenzionalmente in misura fissa (la cui rigidità non permette di assorbire le conseguenze dell’eventuale calo dei tassi di riferimento utilizzati per la determinazione del tasso- soglia ai sensi della L. 108), non toglie che in astratto esso possa porsi anche per i tassi determinati in misura variabile.

In precedenza il medesimo principio era stato fissato dalle sentenze n. 6514/2007 e 22204/2013.

Numerose sentenze affermano i medesimi principi ma riguardano rapporti del tutto esauriti e non ancora in corso al momento della vigenza della L. 108/1996 (a titolo esemplificativo, Cass. 6514/2007, 4380//2003).

Parallelamente all’orientamento illustrato se ne è sviluppato uno speculare, di recente confermato da Cass. 17150/2016, in forza del quale le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte con la L. 108), pur non essendo retroattive, comportano l’inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti conclusi prima della loro entrata in vigore sulla base del semplice rilievo, operabile anche d’ufficio dal giudice, che il rapporto giuridico, a tale momento, non si era ancora esaurito.

Infatti, relativamente ai rapporti contrattuali di durata, l’intervento, nel corso di essa, di una nuova disposizione di legge diretta a porre, rispetto al possibile contenuto del regolamento contrattuale, una nuova norma imperativa condizionante l’autonomia contrattuale delle parti nel regolamento del contratto, in assenza di una norma transitoria che preveda l’ultrattività della previgente disciplina normativa non contenente la norma imperativa nuova, comporta che la contrarietà a quest’ultima del regolamento contrattuale non consente più alla clausola di operare, nel senso di giustificare effetti del regolamento contrattuale che non si siano già prodotti, in quanto, ai sensi dell’art. 1339 c.c., il contratto, per quanto concerne la sua efficacia normativa successiva all’entrata in vigore della norma nuova, deve ritenersi assoggettato all’efficacia della clausola imperativa da detta norma imposta, la quale sostituisce o integra per l’avvenire (cioè per la residua durata del contratto) la clausola difforme, relativamente agli effetti che il contratto dovrà produrre e non ha ancora prodotto (Cass. 1689/2006).

Questa pronuncia, unitamente a molte altre relative a fattispecie identiche, non contiene nello sviluppo motivazionale il riferimento espresso alla citata norma d’interpretazione autentica (art. 1 D.L. 394/2002) e al successivo avallo della Corte costituzionale.

Nella pronuncia n. 2140/2006 si fa, invece, espresso riferimento, a differenza delle altre, all’intervenuta legge d’interpretazione autentica della L. 108/1996 e alla sentenza della Corte costituzionale n. 29/2002.

Ugualmente il richiamo si ritrova nella sentenza n. 11638/2016.

L’esito del giudizio dipenderà, pertanto, dalla tesi che la corte d’appello riterrà di accogliere.

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