Diritto e Fisco | Editoriale

Malattia: guarire è un dovere?

11 luglio 2018


Malattia: guarire è un dovere?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 luglio 2018



Un lavoratore dipendente, assente per malattia, non deve per forza rimanere a casa, purché però non ritardi la guarigione.

Hai mai pensato che guarire da una malattia possa essere un dovere? Secondo alcune concezioni statalistiche, ogni cittadino ha l’obbligo di curarsi per contribuire all’utilità sociale del Paese, per lavorare, per non essere un peso sui familiari e sul servizio sanitario. A conti fatti però non esiste alcuna legge che imponga a un malato di prendersi cura della propria salute. Salvo disposizioni straordinarie, come quelle sul TSO e sui vaccini obbligatori (questi ultimi previsti più che altro per un interesse pubblico, quello di evitare il contagio della popolazione), ciascuno è libero di tenersi cara la propria malattia. A meno che non sia un lavoratore dipendente. Già: perché, stando al consolidato orientamento della Cassazione [1], in caso di malattia, guarire è un dovere. Cercheremo di spiegarci meglio e lo faremo ricorrendo a un esempio.

Si può uscire di casa durante la malattia?

Immaginiamo un dipendente che, nel tornare a casa dal lavoro, subisca un incidente stradale. Portato al pronto soccorso, i medici gli diagnosticano la distorsione del rachide cervicale. Gli vengono così prescritti venti giorni di riposo di cui i primi dieci con il collare ortopedico. L’uomo, però, dopo solo una settimana, viene sorpreso dal datore di lavoro durante una passeggiata privo di qualsiasi tutore al collo. La reazione dell’azienda non tarda ad arrivare: licenziamento in tronco. La ragione su cui viene fondata la sanzione è semplice e banale: l’assenza del collare sarebbe indice di una condizione di salute incompatibile con lo stato di malattia dichiarato nel certificato medico. Ed anche ammettendo la veridicità del certificato, il comportamento del dipendente denoterebbe un atteggiamento di spregio nei confronti del proprio lavoro in quanto non rivolto a una rapida guarigione, condizione essenziale per non privare l’impresa di un proprio collaboratore. È infatti noto che, se alla scadenza del certificato medico la malattia dovesse prolungarsi, l’interessato potrebbe sempre godere di un prolungamento dei giorni di riposo. Ebbene, il licenziamento è legittimo?

Cosa rischia il dipendente che ritarda la propria guarigione?

Secondo la Cassazione, lo svolgimento di altra attività lavorativa durante l’assenza dal lavoro per malattia non è un illecito disciplinare se detta attività non è in concorrenza con quella dell’azienda e se risulta compatibile con la patologia lamentata. Solo se il dipendente, durante la malattia, svolge attività tale da impedire o ritardare la guarigione può essere sanzionato con il licenziamento. La Cassazione chiarisce, in altri termini, che non sussiste un divieto assoluto di prestare attività lavorativa durante il periodo di assenza per malattia, a condizione che ciò non sia indice di simulazione dell’infermità o che possa compromettere la guarigione del lavoratore.

Ciò comporta una valutazione caso per caso, a seconda del tipo di malattia e dell’attività concretamente svolta dal dipendente. Tanto per fare qualche esempio, chi ha la polmonite non può andare in palestra o uscire di notte quando c’è la temperatura bassa. Per contro, chi ha un braccio ingessato ben può fare una passeggiata al mare e prendere il sole perché ciò non pregiudica la sua convalescenza. Il tutto ovviamente rispettando le fasce di reperibilità per il controllo del medico dell’Inps (la cosiddetta visita fiscale).

Insomma, il principio chiave è il seguente: chi lavora o esce di casa nonostante sia in malattia può subire una sanzione da parte del datore di lavoro soltanto se ritarda la sua guarigione. Tale sanzione, nei casi più gravi, può ben essere il licenziamento.

Difatti, ricorda la Suprema Corte, in tema di licenziamento per giusta causa (quello cioè riconducibile a ragioni disciplinari), è sempre necessario che vi sia proporzione tra la sanzione del recesso dal rapporto di lavoro e l’illecito commesso dal lavoratore. Detto illecito va considerato ogni condotta che, per la sua gravità, può scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali. È determinante, in tal senso, la potenziale influenza del comportamento del lavoratore, suscettibile, per le concrete modalità e il contesto di riferimento, di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, denotando scarsa inclinazione all’attuazione degli obblighi di diligenza, buona fede e correttezza. Spetta ovviamente al giudice valutare la congruità di tale sanzione tenendo conto di ogni fatto concreto.

note

[1] Cass. sent. n. 17514/18.

[2] Cass. ord. n. 17424/18.


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