Diritto e Fisco | Editoriale

Chi è in buona fede può essere scusato?

12 luglio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 luglio 2018



La buona fede giustifica un delitto? Quali sono gli elementi psicologici del reato? Cosa sono il dolo e la colpa? Quando l’ignoranza scusa? Come si dimostra la buona fede?

Cos’è un reato? È una condotta talmente grave che la legge decide di punirla con la massima sanzione: la reclusione. Il diritto penale, per l’appunto, si occupa di disciplinare la materia degli illeciti meritevoli delle punizioni più severe. Tuttavia, non è così facile come sembra stabilire quando un fatto costituisca reato e quando no; certo, chi rapina e uccide commette senz’altro dei delitti gravissimi, per i quali non c’è bisogno di un’analisi così approfondita dei comportamenti posti in essere. Ci sono però tanti altri casi in cui una condotta apparentemente riconducibile ad un reato in realtà non è punibile come tale. Com’è possibile? Questo avviene perché il reato è composto non soltanto da un elemento oggettivo, cioè dalla condotta, ma anche da uno soggettivo o psicologico, cioè dalla volontà di delinquere. Per questo si sente tante volte parlare di delitto doloso o colposo: il dolo e la colpa rappresentano proprio gli elementi psicologici del reato, quelli che ci permettono di capire se un reato è stato commesso apposta oppure no. Se un comportamento come quello di prendere una cosa altrui è fatto in buona fede, allora non si potrà parlare di furto, anche se apparentemente esso sembra proprio corrispondere alla descrizione che la legge fa del furto. Vediamo allora se chi è in buona fede può essere scusato.

Dolo e colpa: cosa sono?

Prima di comprendere se chi è in buona fede può essere scusato, bisogna premettere che la legge distingue i reati in dolosi e colposi: i primi sono quelli commessi volontariamente, proprio con l’intenzione di realizzare la condotta illecita; i secondi, invece, sono frutto di disattenzione, negligenza o imprudenza e, pertanto, non sono realmente voluti. Facciamo un esempio di reato doloso e uno di reato colposo. Se Tizio sottrae a Caio il portafogli al fine di arricchirsi, commette un delitto doloso, che è quello di furto. Se Sempronio, correndo con la macchina oltre i limiti di velocità, investe, pur non volendo, un pedone, risponde di omicidio stradale colposo. La differenza è che nel primo caso Tizio agisce deliberatamente con lo scopo di arrecare un danno e, in buona sostanza, di commettere un furto; nel secondo, invece, Sempronio non intende uccidere lo sfortunato pedone, ma ciò avviene a causa della sua condotta spericolata.

Reati dolosi e reati colposi: cosa sono?

La legge dice che il dolo è l’elemento psicologico per eccellenza del reato. Che significa? Vuol dire che, di solito, i delitti vengono puniti solamente se commessi intenzionalmente; solo eccezionalmente, quando la legge lo prevede espressamente, un delitto sarà punito anche se commesso con colpa. Esemplifichiamo. Tornando al caso precedente, se Tizio si impossessa del portafogli di Caio per errore, pensando che in realtà sia il proprio, allora non risponderà di furto colposo, per il semplice fatto che il delitto di furto è solo doloso! Invece, l’omicidio è punito anche se colposo, poiché la vita dell’uomo va tutelata anche contro comportamenti sprovveduti come quello dell’autista spericolato che abbiamo riportato nel paragrafo precedente. In buona sostanza, quindi, i delitti sono puniti solamente se commessi con intenzionalità, salvo alcune eccezioni espressamente previste dalla legge.

Buona fede: cos’è?

Al dolo e la colpa quali elementi psicologici del reato si contrappone la buona fede. In cosa consiste? La buona fede non è altro che l’assenza di intenzionalità nel realizzare un reato: Tizio non sa che per conservare in casa una pistola è necessaria l’apposita autorizzazione, e così la tiene nella sua abitazione, se mai vantandosene con gli amici. In questo caso, Tizio è inconsapevole di commettere un reato. In parole semplici, possiamo equiparare la buona fede all’ignoranza: chi è in buona fede ignora di infrangere la legge.

Buona fede: scusa?

Da quanto detto finora possiamo rispondere alla domanda posta nel titolo di questo articolo: chi è in buona fede può essere scusato? La risposta è positiva ogni volta che il delitto sia punito solamente a titolo di dolo. Come ricordato, infatti, il dolo presuppone la precisa volontà di commettere il fattaccio; al contrario, la colpa presuppone per definizione l’assenza dell’intenzionalità, sostituita dalla negligenza, dall’imprudenza o dall’imperizia. Il medico che sbaglia l’intervento e provoca lesioni al paziente risponderà del delitto di lesioni colpose, giammai di lesioni dolose (punite con pene più severe), visto che non era sua intenzione arrecare un danno al paziente.

Quindi, la persona che in buona fede pone in essere una condotta che presenta, esteriormente, tutti i tratti dell’illecito penale, risponderà penalmente soltanto se il reato è punito anche a titolo di colpa; al contrario, se il delitto è solo doloso (come il furto, la rapina, l’estorsione, il danneggiamento, ecc.), egli sarà scusato in quanto non aveva intenzione di realizzare il delitto.

In pratica: quando scusa la buona fede?

Tirando le fila di quanto detto finora, possiamo dire che:

  • se il delitto è punito solo a titolo di dolo, la buona fede scusa e, pertanto, l’autore del fatto non potrà rispondere penalmente;
  • se il delitto è punito anche a titolo di colpa, allora la buona fede non sarà sufficiente a scusare l’autore, in quanto la colpa può convivere con l’assenza di intenzionalità.

Come dimostrare la buona fede?

Veniamo al punto più delicato: come dimostrare di essere in buona fede? Prendiamo il caso che tu stia coltivando un terreno che credi tuo; un bel giorno, dopo anni, si presenta un signore che dice che quella striscia di terra, in realtà, è sua. Non contento della restituzione, ti denuncia per invasione di terreni o edifici. Come provare che, in realtà, stavi agendo in assoluta buona fede?

Dimostrare l’elemento psicologico (cioè, il dolo o la colpa) di un reato è sempre cosa ardua. Non esiste una risposta univoca: bisogna valutare ogni volta la situazione concreta. Certamente, sarà difficile dimostrare la buona fede nel caso in cui una persona commetta un reato molto grave, come il ferimento di una persona o la realizzazione di una rapina. In questi casi, giammai si potrà invocare come scusa la propria buona fede: si potrà mai dire al giudice che non si sapeva di commettere una rapina, oppure che colpire con un coltello un altro uomo costituiva reato?

Invece, nelle ipotesi di reati meno gravi, se mai legati a fattispecie di natura diversa dai delitti di sangue o da quelli che offendono il patrimonio altrui, sarà più semplice dimostrare la propria buona fede. Tornando all’esempio sopra riportato dell’invasione di terreni, ci si potrà giustificare dimostrando un errore nell’atto notarile, il quale non era in linea con le disposizioni del catasto. Oppure, facendo un altro esempio, si immagini chi evada il fisco su consiglio del proprio commercialista, nella convinzione di non star commettendo nulla di sbagliato: in questo caso, la buona fede sta nell’aver seguito i consigli di un esperto.

L’ignoranza della legge scusa?

Abbiamo detto che la buona fede si concretizza in uno stato di inconsapevolezza circa la natura delittuosa della propria condotta. La buona fede, però, può scusare solamente se dimostrata e giustificata. Ad esempio, un professionista del diritto (tipo un avvocato) non potrà mai invocare come scusante l’ignoranza della legge!

La buona fede, infatti, rileva sotto due punti di vista: come ignoranza (cioè, non conoscenza) della norma incriminatrice (ovvero del precetto penale), oppure come ignoranza circa l’oggetto della propria condotta. Facciamo due esempi. Se Tizio, separato giudizialmente dalla moglie, sposa un’altra donna, commette il reato di bigamia. Questa sua condotta, però, potrebbe essere giustificata dall’erronea convinzione che la sola separazione sia sufficiente a restituire la libertà di stato, oppure dall’ignoranza dell’esistenza di una norma [1] che punisce penalmente la bigamia. Ancora: se Caio prende il portafogli di Sempronio perché, confondendolo con il proprio, creda sia suo, è in buona fede perché ignora che, in realtà, quel portafogli è di un’altra persona. Nel primo caso, cioè quello della bigamia, Tizio non è a conoscenza delle norme giuridiche che gli proibiscono di sposarsi nuovamente senza aver ottenuto il divorzio, oppure non sa proprio che la bigamia sia un reato: la sua è un’ignoranza di diritto (o errore di diritto), perché cade sulla conoscenza delle norme giuridiche. Nel secondo caso, invece, Caio sa bene che il furto è un reato, ma crede di non commetterlo perché pensa che l’oggetto di cui si è impossessato sia suo: in questa circostanza, dunque, l’ignoranza (o l’errore) è di fatto, riguarda la realtà delle cose, non la conoscenza della norma che punisce il furto.

Ecco allora due casi di buona fede, entrambi da dimostrare in tribunale. Certo, vale sempre l’antico principio secondo cui l’ignoranza della legge non scusa (in latino: ignorantia legis non excusat), ma se la buona fede è dimostrata con rigore, allora il giudice non potrà condannare l’autore del fatto perché manca l’elemento soggettivo del reato. L’imputato, quindi, verrà assolto perché il fatto non costituisce reato.

note

[1] Art. 556 cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com

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