Diritto e Fisco | Editoriale

Si può aprire partita Iva pur essendo lavoratore dipendente?

12 Luglio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Luglio 2018



Contratto di lavoro subordinato e lavoro in proprio con partita Iva: in quali casi il lavoratore può avere un’attività autonoma?

Sei un lavoratore dipendente, ma lo stipendio non ti basta? Vorresti arrotondare mettendoti in proprio? Devi sapere che la legge, salvo le eccezioni che riguardano i dipendenti pubblici, non vieta ai dipendenti di svolgere un’attività di lavoro autonomo con partita Iva, anche se il tuo contratto non è part time, ma a tempo pieno; per l’attività di lavoro autonomo, difatti, non ci sono vincoli d’orario, quindi le ore lavorative dedicate all’attività in proprio non si sommano alle ore di lavoro subordinato, ai fini dell’orario massimo previsto dalla legge per i lavoratori dipendenti. Devi però fare particolare attenzione al tipo di attività svolta: se risulta in concorrenza col tuo datore di lavoro, questi potrebbe addirittura licenziarti per giusta causa. I limiti sono molto più severi se sei dipendente pubblico. Riguardo ai contributi previdenziali, inoltre, si pongono alcune criticità. La domanda “si può aprire partita Iva pur essendo lavoratore dipendente?” ha dunque una risposta positiva, ma con parecchi ma e se. Vediamoli nel dettaglio.

I dipendenti pubblici possono aprire partita Iva?

I dipendenti statali o degli enti locali non hanno, nella generalità dei casi, la possibilità di aprire la partita Iva, in virtù del principio di esclusività del rapporto pubblico [1]: secondo questo principio, non è possibile svolgere altre attività contemporanee al rapporto d’impiego alle dipendenze di una Pubblica amministrazione. Nel dettaglio, i dipendenti pubblici non possono esercitare attività commerciali, industriali o professionali, o assumere impieghi presso datori di lavoro privati, o cariche in società aventi scopo di lucro, tranne quando la nomina sia di competenza dello Stato e il ministro competente abbia dato l’autorizzazione [2].

I lavoratori del settore pubblico, inoltre, non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano conferiti o autorizzati dall’amministrazione di appartenenza [3].

L’autorizzazione ministeriale viene rilasciata o negata sulla base di requisiti oggettivi, fissati dalle singole amministrazioni e finalizzati a evitare che i dipendenti pubblici:

  • esercitino attività vietate dalla legge
  • riducano l’impegno e l’efficienza nel servizio pubblico, a causa del tempo e delle energie dedicati al secondo lavoro;
  • si pongano in conflitto d’interessi con la pubblica amministrazione.

L’incompatibilità dell’impiego pubblico con le altre attività può dunque essere:

  • assoluta, riferita all’esercizio di un’altra attività di carattere commerciale, industriale o professionale; quest’incompatibilità vale per i dipendenti pubblici con contratto a tempo pieno o part-time superiore al 50%;
  • relativa, riferita a incarichi retribuiti saltuari, che possono essere autorizzati da parte dell’autorità competente.

Sono invece ammessi, senza necessità di autorizzazione, i compensi derivanti:

  • dalla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie, etc.
  • dallo sfruttamento economico di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali da parte dell’autore o inventore;
  • dalla partecipazione a convegni e seminari
  • da incarichi per i quali è previsto il rimborso delle spese documentate;
  • da incarichi per il cui svolgimento il dipendente è posto in aspettativa, in comando o fuori ruolo;
  • da incarichi assegnati da organizzazioni sindacali a dipendenti che siano, presso le stesse, distaccati o in aspettativa non retribuita;
  • da attività di formazione rivolta ai dipendenti pubblici oppure di docenza e di ricerca scientifica.

Inoltre, i divieti e i limiti all’esercizio di un secondo lavoro, in particolare di un’attività libero professionale con partita Iva, non si applicano ai seguenti dipendenti pubblici:

  • docenti della scuola (per loro è comunque prevista l’autorizzazione del direttore didattico o del dirigente scolastico, che deve verificare la compatibilità della seconda attività con l’orario di insegnamento e di servizio);
  • docenti universitari a tempo determinato
  • personale sanitario, sia in regime intramoenia (cioè all’interno della struttura sanitaria pubblica) o extramoenia;
  • i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro part-time non superiore al 50%, anche a tempo indeterminato.

Questi dipendenti pubblici, dunque, possono aprire partita Iva, sempre a condizione che l’attività in proprio non sia incompatibile o non determini un conflitto di interessi rispetto all’impiego pubblico.

Il lavoratore dipendente privato può aprire partita Iva?

Per quanto riguarda i dipendenti di datori di lavoro privati, il limite nello svolgimento di contemporanea attività in proprio non consiste, come abbiamo visto, nell’orario lavorativo, ma nel generale divieto di concorrenza , che discende direttamente dall’obbligo di fedeltà [4]: secondo il codice civile, il lavoratore non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né recare pregiudizio al datore utilizzando informazioni sull’organizzazione o sui metodi di produzione dell’impresa.

Dunque, se il dipendente intende mettersi in proprio, e l’attività svolta può contrastare, anche parzialmente, con quella del datore di lavoro, per non rischiare di incorrere in sanzioni disciplinari, che possono arrivare sino al licenziamento, deve essere da lui espressamente autorizzato.

A chi paga i contributi previdenziali il lavoratore dipendente con partita Iva?

Se il lavoratore in proprio che ha un contemporaneo rapporto subordinato svolge un’attività d’impresa, non è, nella generalità dei casi, obbligato ad iscriversi alla gestione lavoratori autonomi (artigiani e commercianti, coltivatori diretti) dell’Inps: l’iscrizione non è infatti necessaria se l’attività alle dipendenze è prevalente rispetto a quella imprenditoriale.

Se, invece, il lavoratore, oltre ad avere un rapporto subordinato, svolge una professione regolamentata per la quale è obbligatoria l’iscrizione a un albo o a un ordine, può essere obbligatoria anche l’iscrizione alla cassa previdenziale di categoria, se previsto nell’ordinamento della Cassa stessa.

Qualora la professione contemporaneamente svolta non sia regolamentata, è obbligatoria l’iscrizione alla gestione separata: in questo caso il lavoratore deve pagare l’aliquota del 24% sull’imponibile derivante dall’attività professionale e non del 25,72%, in quanto iscritto, nello stesso tempo, a una gestione dei lavoratori dipendenti. L’aliquota del 24% è infatti dovuta dai pensionati e dagli iscritti ad altre casse.

Dipendente con partita Iva nel regime forfettario

Un’ultima questione si pone per quei lavoratori dipendenti che esercitano attività in proprio aderendo al nuovo regime Forfettario: in questo caso, non è possibile aderire al regime agevolato se il reddito da lavoro dipendente supera i 30mila euro annui.

note

[1] D.lgs. 165/2001.

[2] Art. 60 Dpr 3/1957.

[3] Art. 53 del D.lgs. 165/2001 (“Testo unico del pubblico impiego”).

[4] Art. 2105 Cod. Civ.


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1 Commento

  1. Si parla molto del fatto che l’attuale governo pensa di aumentare, e di molto, il limite di fatturato massimo per rimanere nel regime di partita iva forfettario, ma non si capisce se anche questa soglia di 30.000 euro di massimo reddito da lavoro dipendente verrà alzata (cioè, se sarà possibile, mantenendo il lavoro dipendente, avere ulteriori entrate con partita iva forfettaria anche se con il lavoro dipendente si guadagnasse qualcosa in più di 30.000 euro….

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