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Donna e famiglia Costretta ad abortire: può chiedere i danni?

Donna e famiglia Pubblicato il 12 luglio 2018

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> Donna e famiglia Pubblicato il 12 luglio 2018

Donna sedotta e abbandonata: rimasta incinta l’uomo le chiede di abortire e lei accetta. Ma per il danno psicologico e la depressione non spetta risarcimento.

La storia si ripete. Se non con la stessa persona, con il genere umano. Dopo una storia di sesso durata qualche mese, lui la mette incinta e poi le fa il pressing psicologico per abortire. Lei accetta, più che altro costretta dalle circostanze: il suo amante infatti è sposato e già con figli a carico. Non potrebbe mai aiutarla a mantenere un ulteriore bambino. E lei sarebbe costretta a fare la ragazza-madre. Ma non ha valutato le conseguenze dell’interruzione di gravidanza: depressione, crisi di panico e di abbandono. Pianti e sensi di colpa. Ora però è arrivato il momento di pareggiare i conti: chiedergli il risarcimento per la sofferenza interiore conseguente a una scelta sostanzialmente obbligata e non spontanea. Se agisse in tribunale, troverebbe un giudice che le dia ragione? Se la donna viene costretta ad abortire può chiedere i danni? La questione è stata trattata dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

Induzione all’aborto: è reato?

In verità la pronuncia in commento si sofferma su altri aspetti: quelli conseguenti ai rischi penali se lei minaccia l’ex amante di svelare tutto alla moglie in cambio di soldi (ne abbiamo parlato in L’amante mi ricatta: cosa posso fare?). Tuttavia, incidentalmente, i giudici supremi affrontano anche l’ulteriore problema della tutela della donna che ha interrotto la gravidanza sotto la pressione psicologica dell’uomo.

La Cassazione ritiene che la scelta di abortire, a meno che non sia il frutto di una violenza fisica o attuata con il ricatto, rientri nelle capacità di autodeterminazione del soggetto. Se una persona è capace di intendere e volere sa bene a cosa va incontro attuando l’interruzione volontaria della gravidanza.

La legge [2] è chiara nel definire quando l’induzione all’aborto è reato: «Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia ovvero carpito con l’inganno. La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna. Detta pena è’ diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento del parto».

Quindi se non c’è uno di questi comportamenti violenti o minacciosi, la pressione fatta sulla donna di abortire non può essere punita né penalmente né dalla legge civile.

L’uomo può essere costretto a risarcire il danno da aborto?

Detto ciò, se l’uomo dovesse impegnarsi, prima dell’intervento del medico sulla gestante, a garantire un’assistenza economica per le spese dell’aborto e poi non dovesse mantenere la parola data, non potrebbe essere costretto a farlo neanche da un giudice. Difatti, egli corrisponderebbe la somma per adempiere ad un proprio dovere morale. Pertanto, la donna che abbia abortito, spinta dall’amante, e poi da questi abbandonata e lasciata senza il contributo economico promesso, non avrebbe armi per difendersi neanche in tribunale.

Chiariamo un principio insito nel nostro ordinamento: ci sono determinate obbligazioni (cosiddette «obbligazioni naturali») [3] che sono, nei costumi sociali, frutto di doveri morali o comunque di impegni assunti spontaneamente, senza che vi sia una legge a prescriverne l’adempimento. Ad esempio non esiste una norma che impone di pagare i debiti di gioco. Chi lo fa, sta solo rispettando la parola data. Ma il vincitore non potrebbe mai agire contro di lui davanti al giudice per ottenere la vincita; così come, una volta pagata la somma, non si può andare in un tribunale per ottenerne la restituzione, neanche se si riuscisse a dimostrare che l’altro giocatore ha barato.

Si può costringere un uomo a riconoscere il figlio?

Altro aspetto quasi sempre connesso all’aborto è a chi spetti la scelta. Sul punto non sembrano esserci molti contrasti: l’ultima parola non può che essere della donna. Ma la madre può costringere il padre naturale a riconoscere come proprio il figlio? La risposta è sì, anche se spesso la si ignora. L’obbligo di riconoscere un figlio discende dalla legge: l’uomo non può rifiutarsi e, se lo fa, può essere trascinato in tribunale sia dall’ex compagna che dal figlio divenuto maggiorenne. Sarà allora il giudice, dopo aver ordinato l’esame del dna, a verificare e dichiarare il rapporto di paternità. E se l’uomo si rifiuta senza una giusta causa di sottoporsi all’esame del sangue, l’accertamento è già scontato perché tale comportamento viene considerato un valido elemento per desumere la paternità.

note

[1] Cass. sent. n. 31732/18 del 12.07.2018.

[2] Art. 18 Legge n. 194/1978.

[3] Art. 2034 cod. civ.

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