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Lavoratore part time: come si regolano le pause e i buoni pasto

28 Luglio 2018
Lavoratore part time: come si regolano le pause e i buoni pasto

Sono impiegata con contratto del commercio terzo livello, part time 27.5 settimanali, con orario dalle 9.00 alle 14.30 (5,30 h) senza pausa pranzo, per mia richiesta. Vorrei chiedere l’aumento delle ore lavorate, passando da 5.30 a 6 ore quotidiane, senza pausa pranzo ma richiedendo il buono pasto, e facendo una pausa in uscita senza interrompere il mio orario di lavoro (nuovo orario dalle 9 alle 15). Il mio datore di lavoro dice che ci deve essere necessariamente una timbratura di mezz’ora (pausa pranzo minima) per vedermi riconosciuto questo diritto. Io abito lontano ad un’ora e mezza di viaggio dal  mio posto di lavoro e non posso pertanto pranzare a casa né al ritorno perdere 30 min in più (ho 3 bambini da prendere a scuola). Il mio datore di lavoro ha ragione? Spesso capita che lavoro più di 6 ore senza fare pausa, in questo caso non rileva nessun problema. 

In via generale, la legge prevede che il lavoratore durante l’orario di lavoro e l’esercizio della propria attività lavorativa, può avere diritto alla fruizione di un periodo di pausa, che spesso consiste nella c.d. “pausa pranzo”, soprattutto per gli orari di lavoro spezzati. La legge interviene in un caso: quello dell’orario di lavoro superiore alle 6 ore giornaliere. 

L’art. 8 del D.Lgs. n. 66 del 2003 definisce, infatti, la pausa: 

– “Quando l’orario di lavoro eccede il limite di sei ore, il lavoratore deve beneficiare di un intervallo per pausa, le cui modalità e la cui durata sono stabilite dai contratti collettivi di lavoro, ai fini del recupero delle energie psicofisiche e della eventuale consumazione del pasto al fine di attenuare il lavoro monotono e ripetitivo”. 

Il Decreto Legislativo quindi introduce il diritto del lavoratore ad un intervallo per pausa, al riposo intermedio e soprattutto il diritto alla eventuale pausa per pranzo. E la quantificazione della durata della pausa è rimandata ai contratti collettivi. 

Il secondo comma dell’art. 8 stabilisce però che: 

– “in difetto di disciplina collettiva, al lavoratore deve essere concessa una pausa, anche sul posto di lavoro, tra l’inizio e la fine di ogni periodo giornaliero di lavoro, di durata non inferiore a dieci minuti e la cui collocazione deve tenere conto delle esigenze tecniche del processo lavorativo”. 

Quindi, se il contratto collettivo applicato nulla prevede sulla disciplina della pausa, essa è pari ad almeno 10 minuti e rimette al datore di lavoro il potere di decidere quando concedere la pausa al lavoratore durante l’orario di lavoro. Non necessariamente entro le prime 6 ore. Infatti la legge sancisce solo il diritto alla pausa per i lavoratori con orario di lavoro oltre le 6 ore giornaliere, ma non definisce che la pausa deve essere concessa al termine delle prime 6 ore o durante. 

Al riguardo, pare utile ricordare che la Circolare del Ministero del lavoro n. 8 del 2005 ha precisato, sempre per le stesse finalità, che la pausa deve essere goduta in modo continuativo e che non può essere sostituita con un compenso. Tutte le clausole contrattuali che prevedono un compenso in sostituzione della pausa sono da considerarsi nulle. 

Considerato che l’orario di lavoro non supera le 6 ore stabilite contrattualmente, potrebbe anche decidere a norma di legge di non fruire della pausa di almeno 10 minuti stabilita. Soprattutto alla luce del fatto che il datore di lavoro della lettrice le dovrebbe far conciliare nel migliore dei modi vita-lavoro in quanto la stessa deve prendersi cura dei suoi figli. 

Quanto all’erogazione del buono pasto, se il datore di lavoro ha deciso di erogarli, questi spettano anche ai lavoratori part-time, purché l’orario di lavoro ricada nella fascia oraria di un pasto (come nel caso di specie) oppure l’azienda si trovi ad una distanza tale dall’abitazione da non consentire al lavoratore di farvi rientro in poco tempo. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio 



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