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Patto di famiglia e clausola di reversibilità

28 luglio 2018


Patto di famiglia e clausola di reversibilità

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 luglio 2018



Io e la mia famiglia stiamo pensando di fare un patto di famiglia per far si che l’azienda rimanga a me. Mio padre vorrebbe aggiungere a questo una condizione di reversibilità (mortis causa che  nel caso dovesse succedere qualcosa a me tutto ritorni a lui). È possibile regolamentare una suddetta clausola? Vorrei che possa ritenersi valida fino alla sopravvenienza di eredi (moglie o figli). Le si può riconoscere un valore economico?

La ratio del patto di famiglia è quella di consentire il passaggio generazionale di un’azienda; si tratta di un contratto necessariamente a titolo gratuito per il quale la legge lascia ampio spazio di regolamentazione, nei limiti di tutela degli altri aventi diritto che potrebbero subire danni dall’operazione attuata dall’imprenditore. 

Visto che, sostanzialmente, con il patto di famiglia si anticipano gli effetti della successione ereditaria, la legge prevede che al contratto partecipino anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore. 

Gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, ove questi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote; i contraenti possono convenire che la liquidazione, in tutto o in parte, avvenga in natura. 

I beni assegnati con lo stesso contratto agli altri partecipanti non assegnatari dell’azienda, secondo il valore attribuito in contratto, sono imputati alle quote di legittima loro spettanti; l’assegnazione può essere disposta anche con successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo e purché vi intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato al primo contratto o coloro che li abbiano sostituiti. 

In sintesi, il coniuge dell’imprenditore e i legittimari hanno diritto a percepire, dai figli che ricevono l’azienda o le quote sociali, una somma a titolo di liquidazione del valore delle quote di legittima. 

La gratuità e lo spirito liberale che caratterizzano i patti di famiglia rendono possibile l’inserimento della clausola di reversibilità (tipicamente prevista per le donazioni). Attraverso tale clausola, il genitore titolare dell’azienda può prevedere che, in caso di premorienza del figlio (e dei nipoti) l’azienda ritorni a lui. 

Il donante può stipulare la riversibilità delle cose donate, sia per il caso di premorienza del solo donatario, sia per il caso di premorienza del donatario e dei suoi discendenti. Nel caso in cui la donazione è fatta con indicazione generica della reversibilità, questa riguarda la premorienza, non solo del donatario, ma anche dei suoi discendenti. 

Nella clausola deve quindi essere specificato se, in ipotesi di premorienza del figlio, l’azienda torni al genitore nonostante ci siano i nipoti (figli del figlio che ha ricevuto l’azienda grazie al patto di famiglia). 

Nel caso specifico, è possibile regolamentare la clausola di reversibilità precisando che l’azienda tornerà al padre solo se non vi sono nipoti al momento della morte del figlio. I discendenti (e non la moglie) sono così tutelati e possono mantenere la titolarità dell’azienda nonostante il loro genitore sia deceduto prima del nonno. 

Non si può attribuire in questo caso un valore economico alla reversibilità in quanto anch’essa è gratuita come il patto in cui è contenuta; inoltre, per espressa previsione normativa (art. 791 c.c.), la reversibilità è valida solo se è a beneficio del solo donante. Il patto a favore di altri soggetti (per esempio moglie) si considera non apposto. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Monteleone 

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