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Trasferimento ramo d’azienda: la nuova sede di lavoro

4 Agosto 2018


Trasferimento ramo d’azienda: la nuova sede di lavoro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Agosto 2018



Il ramo d’azienda per il quale lavoro è stato scorporato per creare una nuova azienda che è stata assorbita da un gruppo già esistente. Nella creazione di questa nuova azienda i sindacati hanno detto che tutti i contratti sarebbero rimasti tali e quali a quelli esistenti. Nel mio contratto è scritto: – Lei svolgerà le sue mansioni nelle città e province di … e, all’occorrenza,anche presso la nostra azienda. – La Sua sede di assunzione è Bologna, mentre la Sua sede di lavoro è citata al capoverso precedente. Io dalla città in cui abito mi  spostavo per lavorare nelle province citate. Non esistendo più una sede a Bologna, ma solo a Firenze e a Siena, dovrò subire una trasferimento in una di queste due città se voglio continuare a lavorare (considerando anche il fatto che ad alcuni lavoratori è stato attivato il telelavoro)?

Quello che i sindacati hanno riferito al lettore è corretto.

In tema di ramo d’azienda scorporato e, poi, costituente nuovo assetto aziendale, si applica la normativa del trasferimento d’azienda classico.

Viene, così, tutelata la continuità occupazionale dei dipendenti, il cui rapporto di lavoro resta immutato in tutti i suoi aspetti contenutistici: dalla maturata anzianità di servizio al relativo TFR, dalle ferie complessivamente maturate ai permessi non fruiti, per finire con i contenuti contrattuali in essere al momento dello scorporo aziendale.

Se nel contratto di lavoro del lettore è prevista la possibilità (dovere) di svolgere la propria attività lavorativa nelle città e province di …, allora queste saranno le condizioni anche nella nuova azienda.

Se non andrà bene al lettore il trasferimento d’azienda, questi avrà sempre la possibilità di rassegnare le dimissioni, col diritto ad avere riconosciuta l’indennità sostitutiva del preavviso sempre che quel trasferimento contenga delle modifiche negative alle condizioni di lavoro e le dimissioni intervengano entro i tre mesi dalla costituzione della nuova azienda.

Ad ogni modo, restando in essere il medesimo contratto, il lettore, come ha già fatto in passato, dalla città in cui abita potrà spostarsi in quelle città a seconda delle disposizioni aziendali.

Tuttavia, il legislatore riconosce al datore di lavoro la possibilità di trasferire il dipendente, ai sensi dell’art. 2103 c.c., in caso di sussistenza di ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Con tali espressioni comunemente s’intende l’impossibilità oggettiva per il lavoratore di prestare attività lavorativa nella originaria sede, l’indispensabilità dello stesso nella sede di trasferimento in ragione delle competenze specifiche dello stesso, le esigenze oggettive di produzione, programmazione e quelle che riguardano la gestione economica del datore di lavoro inerenti la sede di destinazione.

Nel caso specifico, la soppressione dell’originaria sede bolognese pone delle ragioni obiettive di impossibilità a svolgere le mansioni in quella città, con la conseguenza che, un eventuale rifiuto del lettore, potrebbe essere considerato elemento sufficiente per subire delle sanzioni disciplinari.

La Suprema Corte, sul punto, insegna infatti che il mutamento della sede lavorativa deve essere giustificato da sufficienti ragioni tecniche, organizzative e produttive, in mancanza delle quali è configurabile una condotta datoriale illecita, che giustifica la mancata ottemperanza a tale

provvedimento da parte del lavoratore, sia in attuazione di un’eccezione di inadempimento ai sensi dell’art. 1460 cod. civ. sia sulla base del rilievo che gli atti nulli non producono effetti (Cass. n. 11927 del 2013).

Peraltro tale rifiuto, se giustificato, oltre a rendere illegittimo l’eventuale licenziamento comminato, non autorizza neppure il datore di lavoro ad adibire il lavoratore a mansioni non equivalenti (Cassazione n. 5780/2012).

Ma, se il trasferimento è legittimo (e necessitato dalla soppressione dell’originaria sede lavorativa) e il rifiuto è ingiustificato, il lettore potrebbe rischiare il licenziamento in tronco, a meno che non dimostri l’esistenza di un chiaro ed evidente ostacolo al trasferimento, motivato per assistere il genitore invalido al cento per cento, ad esempio, o per altra situazione poco stabile per lui.

Tuttavia, in questo caso, abitando il lettore a Verona, e la sede lavorativa mutando da città aventi comunque una distanza notevole, rispetto al punto di partenza (Bologna, Siena, Firenze – Verona), non pare ad avviso dello scrivente possano essere sufficienti queste ragioni, già (eventualmente) preesistenti all’epoca dell’assunzione.

Quello che si consiglia al lettore, se volesse evitare tale mutamento, è di assumere più informazioni possibili su questo nuovo trasferimento al fine di tastare il terreno e verificare quali sono le volontà della nuova azienda ed, eventualmente, proporre – così come fatto per altri suoi colleghi – l’attività di telelavoro, se compatibile con le sue mansioni.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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