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Licenziamento durante la prova: va motivato?

15 Luglio 2018
Licenziamento durante la prova: va motivato?

Durante o al termine del periodo di prova le parti sono libere di recedere dal contratto senza obbligo di motivazione e senza preavviso?

Sei stato assunto da un’azienda che ti ha inquadrato come dipendente a tempo indeterminato con un primo periodo di prova di sei mesi. Senonché, quando ancora non era terminata la prova, ti è arrivata una lettera di licenziamento in tronco. La comunicazione, semplice e perentoria, non specificava le ragioni di tale scelta. Sei andato dal capo per protestare, ma soprattutto per chiedere spiegazioni. Vuoi giustamente sapere in cosa hai sbagliato, perché non è soddisfatto delle tue prestazioni. Insomma, sei andato a pretendere una giustificazione del licenziamento; ma lui non ti ha detto molto. «Sei licenziato e basta. L’azienda ha deciso così». Il suo comportamento ti ha innervosito: in quei pochi mesi hai fatto di tutto per dimostrarti disponibile, addirittura servile, facendo sempre quel che ti è stato chiesto e anche oltre. Il sospetto va, inevitabilmente, a un comportamento in malafede del datore di lavoro che, sfruttando la prova, abbia voluto evitare un’assunzione stabile. Dal canto suo questi rivendica il diritto a poter licenziare anche senza giusta causa durante i primi sei mesi di prova. Chi dei due ha ragione? Il licenziamento durante la prova va motivato? La questione è stata affrontata qualche giorno fa dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici in merito.

Cos’è la prova

Il patto di prova non è un autonomo contratto di lavoro: è solo un periodo anteriore alla stabilizzazione vera e propria del rapporto di lavoro che può essere previsto all’atto dell’assunzione. Fare un periodo di prova non è obbligatorio per legge, ma è una semplice facoltà delle parti (sebbene vi si ricorre spessissimo). Lo scopo della prova è consentire ad entrambe le parti – datore di lavoro da un lato, dipendente dall’altro – di valutare la reciproca convenienza del rapporto di lavoro e potersi eventuale tirare indietro in qualsiasi momento senza subire le sanzioni che altrimenti scatterebbero (per il datore c’è il divieto di licenziare senza giusta causa o giustificato motivo; per il dipendete c’è l’obbligo di dare il preavviso o, in mancanza, l’indennità sostitutiva).

La prova può essere disposta per qualsiasi tipo di contratto di lavoro; l’importante però – dice la legge – è che il patto sia riportato per iscritto, altrimenti è nullo e il dipendente si considera già definitivamente assunto. La durata del periodo di prova, se non diversamente stabilito dai contratti collettivi, è di sei mesi per la generalità dei lavoratori dipendenti.

La clausola che prevede il periodo di prova deve contenere l’indicazione delle precise mansioni affidate al lavoratore

Cosa comporta un’assunzione in prova?

Durante la prova il contratto di lavoro è identico in tutto e per tutto a un normale contratto; per cui i diritti e i doveri delle parti sono pienamente operanti. L’unica particolarità sta nel fatto che, in tale periodo, le parti possono recedere liberamente dal contratto senza obbligo di preavviso. In pratica è legittimo sia il licenziamento che le dimissioni in tronco. Sia il datore, che il dipendente possono, con una comunicazione scritta, informare l’altra parte di non voler più proseguire il rapporto di lavoro già dal giorno successivo. Inoltre, tale comunicazione non deve essere motivata. In altre parole, è legittimo il licenziamento (così come le dimissioni) durante la prova anche se non c’è una giusta causa.

Al termine della prova, se entrambe le parti ne ritengono favorevole l’esito, l’assunzione diviene definitiva ed il periodo prestato si computa nell’anzianità di servizio.

Lettera di licenziamento durante la prova: va motivata?

Da quanto abbiamo detto si evince anche la circostanza che la lettera di licenziamento durante la prova non deve essere motivata ed ha effetto già dal giorno successivo, a partire dal quale il dipendente non dovrà più recarsi in azienda, né potrà vantare diritti economici. Ovviamente gli dovranno essere corrisposte le retribuzioni già maturate e non ancora versate; per quanto riguarda l’ultima mensilità, se ancora non completata, gli andrà pagata la parte di stipendio per i giorni in cui il rapporto di lavoro è stato regolarmente eseguito.

Come chiarito dalla Cassazione nella sentenza in commento, «il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso». Al dipendente è tuttavia concesso di fare ricorso contro il licenziamento dimostrando che lo stesso è avvenuto per motivi discriminatori, non attinenti alla valutazione della prova stessa (si pensi al caso della dipendente che, nei sei mesi di prova, non ha accettato le avance del datore); per dimostrare la nullità del licenziamento dovrà allora provare «sia il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso sia stato determinato da motivo illecito e quindi estraneo alla funzione del patto di prova».

Resta il fatto che – a detta della giurisprudenza – il datore di lavoro e il lavoratore che decidono di prevedere un periodo di prova devono far sì che la stessa si prolunghi almeno per il tempo sufficiente a consentire una effettiva valutazione dell’attività lavorativa. Questo periodo minimo di prova non può essere interrotto.

Quando la prova è illegittima?

Oltre al caso in cui la prova sia concordata oralmente e non per iscritto, il patto è nullo quando il dipendente è già noto all’azienda per averlo in precedenza testato sulle stesse mansioni e per un congruo lasso di tempo. Difatti, se è vero che scopo della prova è verificare l’attitudine del dipendente alle mansioni assegnategli (e, per quest’ultimo, testare la convenienza del contratto), se tale valutazione era già stata effettuata in passato la prova è nulla. Con il risultato che il lavoratore dovrà considerarsi automaticamente stabilizzato.

Si può ripetere il patto di prova?

Come abbiamo anticipato nel precedente paragrafo, la prova può essere concordata anche se tra le parti sono intercorsi precedenti rapporti di lavoro, purché serva per compiere l’esperimento non realizzato prima. Pertanto la ripetizione del patto di prova è ammessa, nell’ipotesi di rapporti diversi e successivi tra loro, solo se vi è la necessità per il datore di lavoro di verificare elementi sopravvenuti o ulteriori rispetto alla valutazione già compiuta. È ad esempio il caso in cui si chiede di verificare, oltre alle qualità professionali del dipendente, anche il suo comportamento e la sua personalità in relazione al lavoro da svolgere, poiché questi sono elementi suscettibili di modificazioni nel corso del tempo.


note

[1] Cass. ord. n. 18268/18 dell’11.07.2018.

Autore immagine: Unsplash.com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 29 marzo – 11 luglio 2018, n. 18268

Presidente Manna – Relatore Leone

Rilevato

Che la Corte di appello di Catanzaro con la sentenza n. 985/2015 aveva confermato la sentenza con la quale il Tribunale di Crotone aveva rigettato il ricorso di V.A. diretto alla declaratoria del licenziamento intimato dalla Gesan srl;

che la Corte aveva escluso la eccepita nullità del patto di prova ritenendo che, se pur la prestazione in precedenza svolta dal V. presso differenti imprenditori che avevano reso il servizio dato in appalto alla Gesan srl, era di contenuto identico a quella oggetto del patto di prova, la stessa era stata eseguita nei confronti di soggetti totalmente differenti e non legati da rapporti con gli altri imprenditori;

che in ragione di ciò nel caso di mancato superamento della prova era operativo il principio di libera recedibilità del datore di lavoro, non tenuto, peraltro, a motivare le ragioni della scelta espulsiva;

che avverso detta decisione il V. proponeva ricorso affidandolo a tre motivi;

che la Gesan srl rimaneva intimata.

Considerato

1)-che con il primo motivo il ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 2096 c.c. e dell’art. 1) punto B2/13 del Capitolato di appalto per l’affidamento dei servizi vari;

2) -che con il secondo motivo è denunciata la carenza di motivazione della sentenza sul punto relativo alla violazione del predetto art. 1 del capitolato d’appalto;

che per entrambi i motivi, trattati congiuntamente, il ricorrente evidenzia l’erroneità ed insufficienza della sentenza nella parte in cui aveva ritenuto irrilevante la circostanza della continuità delle medesime mansioni svolte dal ricorrente presso gli altri imprenditori succedutisi nell’appalto;

3)- che questa corte ha avuto occasione di chiarire che “Nel lavoro subordinato, il patto di prova tutela l’interesse di entrambe le parti a sperimentarne la convenienza, sicché è illegittimamente stipulato ove la suddetta verifica sia già intervenuta, con esito positivo, per le stesse mansioni e per un congruo lasso di tempo. Ne consegue che la ripetizione del patto di prova in successivi contratti di lavoro tra le medesime parti è ammissibile solo se, in base all’apprezzamento del giudice di merito, vi sia la necessità per il datore di lavoro di verificare, oltre alle qualità professionali, anche il comportamento e la personalità del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione, trattandosi di elementi suscettibili di modificarsi nel tempo per molteplici fattori, attinenti alle abitudini di vita o a problemi di salute (Cass. n. 15059/015).

Il principio in questione, se pur riferito ad una fattispecie, quale quella in esame, in cui il patto di prova riguardi una prestazione con mansioni di eguale contenuto resa in successione in favore di differenti datori di lavoro nell’appalto, deve comunque confrontarsi con l’eguale necessità che vi sia la possibilità per il datore di lavoro di verificare, oltre alle qualità professionali, anche il comportamento e la personalità del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione, trattandosi di elementi suscettibili di modificarsi nel tempo per molteplici fattori, attinenti alle abitudini di vita o a problemi di salute (Cass. n. 15059/015);

In ragione del contemperamento delle diverse esigenze ed interessi sottesi al risultato della prova, risulta quindi coerente la valutazione della Corte territoriale relativa alla legittimità del patto di prova inserito in un contratto di nuova stipulazione che, se pur operante nel contesto dell’appalto, lasci inalterata la necessità di valutazione del permanere degli elementi di qualificazione della prestazione lavorativa ivi compreso il vincolo fiduciario, soprattutto in presenza di differenti datori di lavoro.

In conseguenza di quanto detto deve quindi ritenersi che “il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso; incombe, pertanto, sul lavoratore licenziato, che deduca in sede giurisdizionale la nullità di tale recesso, l’onere di provare, secondo la regola generale di cui all’art. 2697 c.c., sia il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato da motivo illecito e quindi, estraneo alla funzione del patto di prova”(Cass. n. 1180/2017).

Il ricorso deve essere rigettato. Attesa la mancata costituzione del controricorrente nulla per le spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi dell’art. 13 comma quater del d.p.r. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.


1 Commento

  1. Questa sentenza è una porcata antipodica del concetto stesso di buonsenso e ragionevolezza. Crea un precedente se sarà confermato da sentenze di eguale orientamento ancora più destabilizzante e foriero di ulteriore insicurezza per i lavoratori incastrati nella spirale perversa dei rinnovi di gara d’appalto. Se si intende demolire il patto sociale, sentenze riprovevoli di soggetti in malafede come questa sono da ritenersi strumenti eccellenti.

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